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EMERGENZA SANITARIA

La Germania capisca che nessuno si salva da solo

di Michele Bellini (Executive Officer Paris School of  International Affairs - Psia)

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cfrancio@laprovinciacr.it

01 Aprile 2020 - 09:33

La Germania capisca che nessuno si salva da solo

Michele Bellini

Nella guerra al Coronavirus, Cremona è in prima linea. Abbiamo ogni giorno negli occhi la forza d’animo e l’abnegazione di tanti concittadini, operatori sanitari e medici in primis, che si sacrificano senza sosta, talvolta rimettendoci persino la vita. Molti, che qui desidero ricordare. Al dolore di chi sta al fronte, si aggiunge la frustrazione nel vedere lo stallo tra i Capi di Stato e di Governo europei nella ricerca di soluzioni comuni per evitare che l’emergenza sanitaria si trasformi in una profonda crisi economica e sociale. Ai tanti che stanno lottando in un letto di ospedale, si aggiungono, infatti, coloro che faticano a guadagnarsi da vivere con l’economia necessariamente in lockdown. Il nulla di fatto dell’ultimo Consiglio europeo è dovuto al mancato accordo sulle modalità di risposta alla crisi. Il nodo del contendere è la necessità di condividere i rischi e i costi legati a operazioni di finanziamento congiunte. Al fronte mediterraneo, guidato da Italia, Francia e Spagna, che chiede nuovi strumenti europei per contrastare la pandemia e far ripartire l’economia, si oppone quello nordico, capitanato da Olanda e Germania. Senza un accordo ambizioso, la situazione rischia di precipitare. La sospensione delle regole di bilancio e delle norme sugli aiuti di stato da parte della Commissione e l’ingente immissione di liquidità della Bce, stanno garantendo ossigeno ai governi nazionali, ma, da sole, non sono misure sufficienti. Il messaggio che giunge in teleconferenza da Amsterdam e Berlino è questo: abbiamo costruito economie solide e prospere e ora siamo in grado di affrontare la crisi da soli; come potremmo spiegare ai nostri elettori che dobbiamo condividere rischi e costi con chi in passato ha sperperato risorse? Pensare di potercela fare da soli significa negare la realtà oltre che il proprio interesse nazionale. «Nessuno si salva da solo» perché «siamo tutti sulla stessa barca», ci ha ricordato il Santo Padre. Un principio che calza a perfezione con la situazione europea, dove è interesse di tutti che nessuno sia lasciato solo o forzato ad accettare soluzioni che farebbero perdere fiducia nel progetto europeo. La prosperità olandese, tedesca e degli altri «virtuosi» è dovuta anche alla presenza nel mercato unico dell’Italia e degli altri Paesi in difficoltà. Si pensi solo al surplus commerciale che la Germania può vantare nei nostri confronti o alle multinazionali italiane che hanno spostato la propria sede fiscale nei Paesi Bassi per ragioni fiscali. Non a caso, chiedono soluzioni collettive anche stati finanziariamente sani, che sul buon funzionamento del mercato unico basano la propria economia, come Irlanda e Lussemburgo. Più che di fronte mediterraneo, allora, si dovrebbe parlare di fronte del buon senso, se non, addirittura, di chi all’integrazione europea vuole garantire un futuro. Non si tratta, dunque, solo di un discorso economico. La mancanza di solidarietà sta minacciando l’Europa nelle sue fondamenta. Rappresenta un «pericolo mortale per l’Unione europea», ammonisce l’ex Presidente della Commissione Jacques Delors che, a quasi novantacinque anni, decide di rompere un lungo silenzio, per marcare la gravità del momento. La solidarietà è ciò che distingue una comunità da una semplice aggregazione di individui. È quel principio che spinge chi è più forte ad aiutare chi è più in difficoltà. Un valore definitivamente tradito proprio in questi giorni da Viktor Orbán, che, dopo aver beneficiato per anni della solidarietà europea, ha mortalmente ferito la democrazia ungherese, approfittando dell’emergenza. Nord, sud, ovest, est: le molteplici crisi dell’Europa mostrano sempre più che sono soprattutto i cittadini a praticare i valori europei, al contrario dei loro leader che tanto li declamano. L’impressione è che la mancanza di solidarietà derivi in parte da un ingiustificato dogmatismo ideologico, che ha finito per scambiare fini e mezzi. Le regole cui si appellano gli oppositori di soluzioni comuni, non possono essere il fine dell’azione politica. Devono essere strumenti per garantire pace, prosperità e sicurezza ai cittadini. La forza della politica, dunque, sta proprio nella sua capacità di immaginare soluzioni nuove davanti ai grandi appuntamenti della storia. Fa bene, allora, il governo italiano a porre la questione in termini politici: o si fa un passo avanti nello stare insieme, oppure l’Europa – non intesa come istituzioni comunitarie, quelle ci sono e hanno già fatto tanto, ma come volontà dei suoi membri di continuare il percorso comune – perderà di senso. Anzitutto nel cuore delle persone. Sarebbe un danno irreversibile per tutti; anche per la Germania, l’Olanda e il mondo intero. Davanti alla più grave crisi in tempo di pace dell’Europa contemporanea, verrebbe da domandarsi: se non ora, quando?

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