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Lunedì 30 Marzo 2020

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INTERVISTA ESCLUSIVA AL VESCOVO

Papa Francesco vicino a Cremona: «Prego per voi»

Napolioni racconta la telefonata ricevuta dal Santo Padre e la sua degenza in ospedale: «Gli angeli possono avere le sembianze di medici e infermieri. Non mi sono mai sentito solo»

Papa Francesco vicino a Cremona: «Prego per voi»

Il vescovo Antonio Napolioni con Papa Francesco

CREMONA (20 marzo 2020) - «Prontooo? Antonio? Sono Francesco...». Il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, ha ricevuto la più gradita e inattesa telefonata della sua vita. Dall’altro capo della cornetta, l’altra mattina, c’era il Papa, desideroso di accertarsi delle sue condizioni di salute dopo aver saputo della positività al Coronavirus, del lungo ricovero all’ospedale Maggiore e del sospirato ritorno a casa avvenuto solo poche ore prima.
«Il Santo Padre intendeva sincerarsi delle condizioni di salute del nostro Vescovo, con il quale ha scambiato cordialissime battute intorno alle conseguenze dell’essere ‘pastori con l’odore delle pecore’, chiamati in Cristo alla condivisione reale e piena di gioie e sofferenze del popolo di Dio», informa un comunicato della Diocesi. Non solo: «Al Papa - sottolinea la nota - il vescovo ha rappresentato la drammaticità della situazione», ma ha anche «testimoniato il commovente slancio di servizio messo in atto da medici, infermieri, volontari e da tante altre categorie della comunità, che - pur provata - non molla».
è stata una telefonata non lunghissima, ma molto intensa, che Papa Francesco ha concluso con la promessa di «pregare per tutti» i cremonesi e, contemporaneamente, con il consueto invito a pregare per lui. Come fa ogni domenica dal balcone di Piazza San Pietro salutando i fedeli di tutto il mondo dopo l’Angelus.
Nel tardo pomeriggio di ieri anche «La Provincia» ha telefonato al Vescovo di Cremona, per farsi raccontare dalla sua viva voce l’emozione di quella straordinaria chiamata e per fare il punto sul suo stato di salute, che per una decina di giorni ha tenuto in apprensione l’intera Diocesi.
«Ora sto meglio, ma per poter dire che sono definitivamente fuori pericolo dovremo aspettare la fine della quarantena e delle cure - ha spiegato il Vescovo Antonio -. Devo avere tanta pazienza, come tutti i positivi al Coronavirus: ho avuto la polmonite bilaterale da Covid-19, rispetto alla quale dieci giorni di ricovero in ospedale sono serviti per invertire la rotta: da negativa a positiva. Per fortuna i miei polmoni hanno risposto alle terapie, ma ora devo osservare un periodo di recupero e convalescenza. Dopodiché, dovrò effettuare un nuovo tampone: solo allora, se tutto andrà bene, potrò tornare lentamente alla normalità».

Vescovo Napolioni, come uomo prima ancora che come prelato, cosa le è rimasto dell’esperienza in ospedale?
«Non era la mia prima volta, perché ero già stato ricoverato da ragazzo, ma per piccole cose. Questa è stata la mia prima degenza importante, per qualcosa di serio. Nel mio letto, nel reparto di Pneumologia, mai in Terapia Intensiva, ho semplicemente obbedito alla realtà: da parte mia né strepiti né rammarico. Ho vissuto la mia condizione minuto per minuto, come tutti gli altri ammalati, con tanto di catetere e sacchetto...».

Ha mai avuto paura?
«Vera paura, no. Mi sono consegnato... Ma non mi sono mai sentito solo, nel senso di unico, perché questa è una partita collettiva: siamo tutti in ballo. Le confesserò una cosa...».

Prego...
«Nei mesi scorsi, vedevo tanti miei colleghi impegnati in situazioni estreme - carestie, incendi devastanti, terremoti... - e mi chiedevo cosa mi sarebbe capitato di condividere fino in fondo con il mio popolo. Ora lo so, so cosa mi aspettava».

Cosa ha pensato durante le lunghe ore e i lunghi giorni della degenza?
«Il mio è stato soprattutto un pensiero di preghiera. Condivisa con tutti. Ho sentito la vicinanza e la preghiera dell’intera Diocesi, ma anche tanti altri Vescovi si sono fatti vivi da ogni parte d’Italia telefonandomi o mandandomi messaggi che ho molto gradito. Dalla finestra della mia camera vedevo solo la piazzola dell’eliambulanza che andava e veniva, decollava e atterrava in continuazione... Così, ho percepito sempre più la gravità della situazione e il mio pensiero è andato alla gente, a tutte le persone colpite dal virus. Compatibilmente con le mie condizioni di salute e con la stanchezza grazie al telefono ho mantenuto i contatti con sacerdoti e fedeli. Soprattutto, in ospedale ho pregato il Signore di tiraci fuori da questa emergenza. Solo quando sono stato dimesso e ho potuto percorrere al contrario il corridoio del reparto in cui ero ricoverato, però, ho capito fino in fondo la vastità del contagio e lo straordinario sforzo che medici e infermieri stanno compiendo».

Ci racconta l’emozione della telefonata che ha ricevuto da Papa Francesco?
«La chiamata del Santo Padre è stata preceduta dalla telefonata di un suo collaboratore, che voleva accertarsi delle mie condizioni di salute. ‘Mi saluti il Papa’, gli ho detto alla fine. E pochi minuti dopo mi ha chiamato lui, Francesco».

In precedenza avevate già avuto contatti diretti? I cremonesi ricordano la visita del Papa nel giugno 2017 a Bozzolo per rendere omaggio a don Primo Mazzolari...
«Con Papa Francesco avevo già avuto diversi incontri, non solo in occasione della mia nomina a Vescovo di Cremona. Il Santo Padre mi conosce da tempo, ci siamo incontrati anche lo scorso giugno, nella mia Camerino, quando ha voluto visitare i luoghi del terremoto del 2016. Ma il contatto è diretto anche in occasione di ogni assemblea della Cei, la Conferenza episcopale italiana: Papa Francesco tiene molto al rapporto stretto con i suoi vescovi. Un paio di anni fa, quando gli avevamo spedito un assaggio di torrone cremonese, mi aveva anche ringraziato con una lettera scritta di suo pugno che, naturalmente, ancora conservo».

Cosa vi siete detti nel corso della telefonata?
«Al Papa ho rappresentato tutto la mia stima e gratitudine nei confronti dei medici e degli infermieri che si stanno prodigando negli ospedali, con stile e con umanità, oltre che con grandissima professionalità. In particolare gli ho detto di essere rimasto colpito dalla giovane età di tanti operatori, giovani bravissimi che sono stati sbattuti in trincea fanno davvero tanto onore all’Italia».

Da tre settimane, ormai, le chiese sono chiuse: qualche sacerdote ha rimediato sfruttando le nuove tecnologie e trasmette le celebrazioni in streaming o su Youtube. Immaginiamo sia d’accordo…
«Innanzitutto, mi lasci precisare che le chiese sono aperte: non ci sono celebrazioni, per evitare assembramenti, ma le porte per chi vuole pregare sono sempre aperte. I sacerdoti che usano le nuove tecnologie fanno bene, ma non dobbiamo dimenticare neppure tutte le telefonate che fanno alle persone. Ogni giorni i nostri preti chiamano soprattutto gli anziani, perché non si sentano soli: è la forma di prossimità più semplice, ma anche la più efficace, purtroppo in questo momento l’unica possibile».

Cosa si sente di dire ai fedeli cremonesi?
«Di continuare a dare questa testimonianza di grande saggezza: i fedeli cremonesi stanno reagendo bene, non si fanno prendere dal panico né dalla superficialità. Sono molto fiero di loro. E pure della generosità che stanno dimostrando sostenendo gli ospedali attraverso donazioni e raccolte fondi, a partire da #unitiperlaprovinciadiCremona. Certo, finita l’emergenza dovremo rileggere tutto ciò che sta succedendo».

C’è una preghiera in particolare che consiglia ai fedeli in questo momento? Il Padre Nostro? L’Ave Maria?
«Tutte le preghiere sono buone... Personalmente, riscopro e consiglio sempre di più il rosario, non come ripetizione petulante, ma come umile affidarsi alla Madre. In fondo, quando un bambino sta male chi chiama per primo? La mamma. E la mamma gli risponde di non aver paura perché andrà tutto bene, proprio come tanti stanno scrivendo su manifesti e social: è una mezza bugia, ma serve, perché è quella che ci permette di andare avanti... Da credente so che questa mamma c’è davvero, che consola, custodisce, prepara, sollecita. Ed è la Mamma di Gesù, pronta a prenderci per mano, se serve anche passando per la morte, come ha fatto suo Figlio. Così, il rosario non è solo una preghiera: è una specialissima ninna nanna...»

Oltre a pregare Dio, c’è chi invoca gli Angeli, a partire da Raffaele, l’arcangelo della guarigione: lei è d’accordo?
«Gli angeli fanno parte della fede della Chiesa, purché siano interpretati come strumenti di cui Dio si serve per farsi sentire vicino a noi. Magari anche con le sembianze dei medici e degli infermieri: i camici, le mascherine e le competenze sono le loro ali...»

Molti sostengono che l’emergenza Coronavirus sia un segnale che la Terra ci sta mandando dopo troppi allarmi inascoltati: lo scioglimento dei ghiacciai, i temporali sempre più estremi, gli oceani soffocati dalla plastica, i devastanti incendi in Australia. Lei condivide questa lettura?
«Certo che sì. È una lettura che i laici e gli uomini di scienza fanno da cinquant’anni e che la Chiesa ha fatto sua. Papa Francesco ha espresso il suo pensiero in maniera organica con l’enciclica Laudato si’. Diciamo che la Terra ci ha inviato un... avviso di garanzia».

La Terra o Dio?
«Dio non gioca con il suo creato, ma lo ha affidato alle sue leggi interne e alla responsabilità degli uomini. E interviene con amore nel modo che ha rivelato una volta per tutte: la venuta di Cristo dimostra che Dio sta su questa Terra. Sta in Cielo e in Terra. Se tutti stessimo sulla Terra alla maniera di Dio, la Terra non si distruggerebbe».

Lei ha già ringraziato i volontari americani della Samaritan’s Purse che hanno allestito l’ospedale da campo davanti all’ospedale di Cremona. Oltre ai rappresentanti della Chiesa Evangelica, anche alcune associazioni islamiche hanno raccolto e donato fondi per gli ospedali cremonesi. Questa emergenza riuscirà almeno a ridurre contrapposizioni e divisioni?
«Sì, tutti questi gesti di solidarietà sono un segno di grande unità fra le religioni. Diamo tempo a ciò che forse è appena iniziato, viviamo il trauma, poi, quando il percorso sarà finito, ci dovremo fermare e, a bocce ferme, riflettere a lungo. Le famiglie dovranno rielaborare i lutti, le varie categorie ripensare i loro rapporti. Dovremo cambiare e rimetterci in discussione tutti».

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20 Marzo 2020