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EMERGENZA SANITARIA

Coronavirus, 'stiamo perdendo il culto dei morti'

Francesco Pavesi

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fpavesi@cremonaonline.it

19 Marzo 2020 - 21:00

Coronavirus, 'stiamo perdendo il culto dei morti'

CREMONA (19 marzo 2020) -  La civiltà inizia con il culto dei morti: la cerimonia funebre e la sepoltura sono riti che servono da sempre all’uomo per elaborare il dolore e accettare il distacco. Ma anche per donare un ultimo gesto d’amore verso un caro: un dono di umanità che oggi non possiamo più garantire ai defunti. A tutti i defunti. A quelli morti per il Covid19 e a quelli che continuano a morire per mille altre ragioni. Compresa la vecchiaia. E da un punto di vista psicologico, per il singolo individuo il «non potere essere» accanto al proprio genitore, figlio, fratello è straziante, ma ci potrebbe essere molto di più: si stanno minando le nostre basi antropologiche.

«Fin da quando siamo bambini, ci insegnano che la cultura nasce nel momento in cui l’uomo inizia a seppellire i morti e a rappresentarsi l’idea di una vita dopo la morte — spiega Angela Biscaldi, antropologa e docente all’Università degli Studi di Milano —. La letteratura greca e latina ci consegnano pagine memorabili sul diritto alla sepoltura del defunto, che resta uno dei tratti archetipici della cultura occidentale. Ci troviamo oggi sicuramente ad affrontare un periodo che ci destabilizza, perché ci impedisce due momenti riconosciuti come fondamentali, costitutivi della nostra umanità: l’accompagnamento del morente negli ultimi giorni e nelle ultime ore della sua vita e la celebrazione comunitaria del rituale funebre. Tuttavia potremmo dire anche, viceversa, che la situazione drammatica che ci troviamo a vivere ci fa capire l’importanza che ancor oggi riveste  — in una società all’apparenza sempre incline alla privatizzazione del dolore — la dimensione rituale nelle nostre vite. Più che minare le nostre basi antropologiche, l’impossibilità di congedarsi dal defunto ce ne fa prendere una nuova consapevolezza».

Per gli esseri umani, accompagnare in modo collettivo qualcuno oltre, verso un luogo diverso dalla vita, verso il mistero dell’ultraterreno, è un momento che rafforza anche il senso di comunità: «La morte è sempre apparsa agli uomini ingiusta, irragionevole, tremendamente dolorosa. Da sempre e ovunque, i rituali propongono gesti e parole che le attribuiscono un significato, connettendola con i valori ultimi sui quali si fondano le comunità — prosegue Biscaldi —. Ciò significa che il rituale ricomprende la singola esperienza della perdita, del lutto, della sofferenza all’interno di una cornice di senso condiviso, collettivo, con un linguaggio che da un lato permette,  a chi resta, il commiato, dall’altro afferma e rinnova i valori della collettività. Il rituale funebre colloca la perdita individuale all’interno di un ordine naturale e sociale, le conferisce un senso, permette di esprimere le emozioni, rafforza i legami comunitari, ci offre un linguaggio per affrontarla. È quindi un momento fondamentale per l’elaborazione individuale del lutto. Ma il rituale rassicura anche l’intera comunità che, nonostante i singoli muoiano, la vita della società può continuare. Per questo è un elemento fondamentale per la sopravvivenza simbolica della società».

Quello che sta accadendo in Italia e ormai in tutto il mondo riporta ad epoche remote e a comunità più abituate in un certo senso alla morte, che arrivava a causa di guerre senza soluzione di continuità, morbi oggi debellati, incidenti sul lavoro o domestici all’ordine del giorno. La nostra civiltà tecnologicamente avanzata, che è riuscita ad allontanare sempre di più la morte grazie alle scoperte scientifiche e mediche, al contrario non era preparata a tutto questo e si ritrova disarmata, senza i suoi punti di rifermento che la fanno sentire in pericolo. Il nostro rapporto con la morte è destinato a mutare. 

«Negli ultimi decenni la rappresentazione della morte nella nostra società è stata caratterizzata da un duplice approccio: da un lato la malattia e la morte sono state sempre più allontanate dalla nostra vita quotidiana e istituzionalizzate, in un progressivo processo di rimozione sociale, facendoci perdere quella consuetudine con essa  che era tipica del passato. Soprattutto per i bambini la morte è diventata un tabù, un fatto di cui non parlare e da nascondere, qualcosa da cui essere protetti, non qualcosa di cui fare gradualmente esperienza. Dall’altro lato la morte è entrata nelle nostre case in forme sempre più spettacolarizzate attraverso i media, i videogiochi, che la fanno sembrare qualcosa di irreale e con cui è possibile giocare. Questi due processi ci hanno reso molto fragili nei confronti dell’esperienza concreta della malattia e della morte come fatto vissuto, quotidiano, costitutivo del nostro essere uomini e donne; in questi giorni tutti noi stiamo sperimentando in prima persona la profonda impreparazione ad affrontare quello che per le generazioni passate era la norma: la fragilità e la precarietà dalla condizione umana».

Il Coronavirus ha indotto molte altre mutazioni  nella vita che conoscevamo solo una ventina di giorni fa: «La pandemia ci sta facendo capire l’importanza dei legami umani, faccia-faccia, dello stare insieme, in presenza (e non distanza); ci permette di ripensare al valore della vita umana (molti contributi interessanti in questi giorni hanno sottolineato che la vita di un novantenne è preziosa e da tutelare tanto quella di un ventenne); ci costringe a capire che la nostra responsabilità di singoli (ciò che ognuno di noi concretamente ogni giorno fa)  può determinare il benessere collettivo; ci obbliga a interrogarci sul significato culturale del vivere e del morire. Mi auguro che, terminata l’emergenza, le famiglie e, soprattutto, la scuola — che mi sembra più preoccupata per lo svolgimento regolare dei programmi — sappiano accompagnare i giovani in queste riflessioni critiche, che possono davvero avviare una radicale trasformazione dei nostri stili di vita, capace di avvicinarci a quel fondo comune di umanità che forse avevamo dimenticato e che in questi giorni stiamo riscoprendo».

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