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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il «si salvi chi può» è l’inizio della fine

Marco Bencivenga

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fpavesi@cremonaonline.it

09 Marzo 2020 - 07:50

Divisi davanti al virus: così ci giochiamo la credibilità

La chiusura delle «frontiere» lombarde è la più drastica misura di ordine pubblico mai adottata in Italia dal Dopoguerra a oggi. Neppure il terrorismo politico degli anni ’70 (dalle esecuzioni delle Brigate Rosse alle stragi «nere» di piazza Fontana, piazza Loggia e Bologna) né il terrorismo di matrice islamica del nuovo millennio (le Torri Gemelle, Charlie Hedbo, Londra, Nizza, il Bataclan...) avevano costretto lo Stato italiano ad adottare misure difensive tanto severe e impattanti. Il decreto firmato ieri dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte entrerà dunque nei libri di storia. Il problema è che, per quanto epocale sia, la sua reale applicazione non dipende dallo Stato, ma da un’entità tanto frammentaria quanto disorganica e disorganizzata: ognuno di noi. Perché nel pieno dell’emergenza Coronavirus non si può pretendere che scenda in strada l’Esercito: il rispetto di norme e divieti passa dall’impegno personale di ogni singolo cittadino. A Cremona, a Milano, in Veneto, in tutta Italia. «È il momento dell’autoresponsabilità», ha avvertito Conte nel presentare il decreto.

E non si può non essere d’accordo. Anche se la prime reazioni sono tutt’altro che incoraggianti: la precipitosa fuga dalla Lombardia delle migliaia di persone che l’altra notte hanno preso d’assalto treni e stazioni per tornare in Meridione, in appena si è sparsa la voce del decreto in arrivo, va esattamente nella direzione opposta all’obiettivo dichiarato. Altro che limitare il contagio! Così lo si è esportato al Sud, e le conseguenze potrebbero essere devastanti. Una responsabilità che ricadrà sulle spalle di chi ha pensato soltanto a salvare se stesso, anziché la collettività. E i propri parenti. Se passa il principio del «si salvi chi può» è l’inizio della fine. Per questo è il momento dell’autoresposabilità, come ha detto Conte. Per questo tocca a ognuno di noi rispettare le regole, non perché altrimenti si rischia una multa o si finisce in galera, ma perché questo dobbiamo ai nostri figli e, in un singolare contrappasso, ai nostri genitori e ai nostri nonni. I più esposti. I più fragili. I più a rischio. Fare sacrifici, rinunciare a uscire di casa se non strettamente necessario, astenersi da aperitivi, feste e occasioni di svago è il minimo che siamo chiamati a fare per contenere il contagio e per non vanificare gli sforzi di chi lotta per salvare più vite possibile nelle terapie intensive e nelle rianimazioni degli ospedali. Anche perché i posti letto e i respiratori meccanici sono finiti. E ogni nuovo caso di polmonite può essere fatale. Quante morti sono necessarie per convincere i più riottosi e gli ottimisti a oltranza? Non vorremmo essere costretti a scoprirlo...

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