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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La forza della verità anche quando fa paura

Marco Bencivenga

Email:

fpavesi@cremonaonline.it

08 Marzo 2020 - 08:23

Divisi davanti al virus: così ci giochiamo la credibilità

Al sedicesimo giorno di emergenza Coronavirus - dopo 5.833 casi di positività e 233 vittime a livello nazionale, 560 infettati e 20 morti nella sola provincia di Cremona - il tema della comunicazione resta il principale motivo di dibattito e di scontro, un tema divisivo e scottante sia a livello istituzionale sia nella percezione comune: se ne discute nei bar (fra gli avventori rigorosamente seduti al tavolino, non al banco che è vietato), nei luoghi pubblici (a distanza di un metro l’uno dall’altro, meglio se a due), al lavoro (fra colleghi sospettosi del vicino di scrivania o di reparto che starnutisce all’improvviso), perfino nelle famiglie (fra mamme costrette a sdoppiarsi fra lavoro e figli, padri combattuti fra la necessità di garantirsi lo stipendio e la prudenza di evitare ogni contatto pericoloso, e ragazzi a casa da scuola, inizialmente felici per le vacanze fuori stagione, alla lunga annoiati dalla mancanza di amici e compagni di studi, dalla ripetitività della PlayStation prima contingentata e ora ammessa a tutte le ore, dallo stop a ogni attività di gruppo o sportiva). Ma perché la comunicazione fa tanto discutere? Perché in due settimane si è passati dalla contrapposizione fra allarmisti e prudenzialisti a un interrogativo ben più angosciante: cosa è giusto dire? Cosa è opportuno dire? E cosa è meglio tacere? In tempi ordinari la risposta sarebbe scontata: bisogna sempre dire la verità. Perché solo la verità ha una forza assoluta, resiste a ogni manipolazione, non teme smentite. Nelle situazioni di emergenza è diverso. Nei casi estremi, come quello che stiamo vivendo da due settimane, la verità può fare paura e non sempre - sostiene qualcuno - è opportuno che si sappia fino in fondo.
 

Vale a livello individuale (meglio sapere che si ha un male incurabile e si hanno pochi mesi di vita o meglio ignorarlo, per continuare a vivere fino all’ultimo come se nulla fosse? In un altro contesto, meno drammatico: meglio sapere di essere cornuti o illudersi di vivere nella famiglia del Mulino Bianco? Meglio conoscere una scomoda verità o ascoltare una pietosa bugia?), ma vale anche e soprattutto a livello collettivo, come proprio l’emergenza Coronavirus sta dimostrando. La sfida delle sfide è trovare la giusta misura. Perché provocare il panico è sempre sbagliato. Ma lo è altrettanto minimizzare eccessivamente un pericolo, ridicolizzare le misure preventive, addirittura minacciare i politici di parte avversa di una denuncia per “procurato allarme” (vero, senatore Vittorio Sgarbi? È ancora convinto che sia tutta “una finzione”? Vada a dirlo ai medici che lottano senza orario negli ospedali di Codogno, di Crema, di Bergamo e di Cremona o ai parenti delle 233 vittime del virus che è solo “una presa per i fondelli, una trappola di Matteo Salvini”, come ha urlato pochi giorni fa in Parlamento). La prudenza e il senso di responsabilità ispirano giustamente ogni scelta di chi ci governa. E di chi ogni giorno deve fare un titolo di giornale. Ma un eccesso di prudenza rischia di trasmettere un segnale sbagliato, al pari delle contraddittorie misure inizialmente adottate dal Governo: mascherine sì, mascherine no; tamponi a tutti, anzi no, solo a chi ha la febbre; bar aperti, bar chiusi, bar aperti ma solo fino alle 18 e a determinate condizioni; partite di calcio da giocare regolarmente, anzi da rinviare, anzi da giocare ma a porte chiuse, anzi, forse è meglio sospendere i campionati e rinviarle tutte; messe sì, messe no, messe in streaming o con i fedeli seduti a banchi alterni, al massimo tre per banco; centri commerciali aperti in settimana, ma non nei week end, a eccezione però dei prodotti alimentari... In queste prime due settimane di emergenza Coronavirus le disposizioni per contenere il contagio sono state tutt’altro che perentorie e lineari. Un classico all’italiana. Così, ognuno le ha interpretate a proprio comodo e piacimento. Risultato: il contagio non è stato contenuto nell’area di Codogno - unica “zona rossa” attivata in Italia sul modello cinese di Wuhan - ma sì è progressivamente espanso a gran parte del Nord , con la minaccia di sfondare presto gli argini al Centrosud, dove le conseguenze dell’epidemia potrebbero essere ancora più gravi perché le strutture sanitarie offrono meno garanzie e meno posti letto nelle terapie intensive già “esaurite” nelle regioni della sanità d’eccellenza: Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Aver “evitato il panico” - un pericolo tutt’altro che virtuale, come hanno dimostrato le corse a svuotare gli scaffali dei supermercati nei primi giorni dell’emergenza - è stato fondamentale, ma ha permesso a qualcuno di ignorare o di sottovalutare i rischi reali dell’epidemia. Tanto che a un certo punto si è dovuto scomodare il Presidente della Repubblica, con un messaggio in apparenza rassicurante (“Ce la faremo”), ma nella sostanza allarmante, a saper cogliere il segnale e a leggerlo fra le righe: se la massima autorità istituzionale si sente in dovere di parlare agli italiani con un messaggio fuori stagione e fuori dagli schemi è perché la situazione è tutt’altro che sotto controllo. Serve una presa di coscienza collettiva, perché solo così si potranno evitare comportamenti inadeguati o irresponsabili. La stessa conta delle vittime - in costante, vertiginosa ascesa - non è resa pubblica per spaventare i deboli di cuore, ma per convincere ognuno di noi a rispettare le regole base, quelle prescrizioni e quei consigli che siamo stufi di sentirci ripetere e che ci possono sembrare perfino banali, ma che restano l’unico strumento di prevenzione e di limitazione del contagio: lavarsi ripetutamente le mani, evitare il più possibile i rapporti sociali, stare chiusi in casa. Se il Coronavirus ha colpito anche tante persone in vista - dal vescovo di Cremona ai prefetti di Bergamo e di Brescia, dall’assessore regionale lombardo Alessandro Mattinzoli al segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti - non è certo perché si tratta di irresponsabili che non hanno rispettato le regole della prudenza. Il problema è che il loro ruolo pubblico li ha costretti a infrangere la regola base dell’isolamento. E la loro conseguente “positività” al tampone è la più eclatante riprova del fatto che quelle regole in apparenza così fastidiose e banali sono fondamentali. Decisive. Assolutamente da rispettare. Non a caso, due appelli al massimo rigore sono stati lanciati ieri quasi in contemporanea dai sindaci di Cremona e di Crema: “Per contrastare la diffusione del contagio servono misure più restrittive”, ha ammonito Gianluca Galimberti. E il Governo è pronto a “chiudere le frontiere” della Lombardia e di undici Province limitrofe. Una bozza del decreto è già circolata ieri sera, ma è stata bocciata dal presidente della Regione Lombardia. Attilio Fontana: “Direzione giusta, testo pasticciato”, ha detto. Anche il presidente dell’Emilia Romagna ha preso tempo. La decisione nel cuore della notte. In ogni caso il provvedimento farà discutere. Ma sarà da rispettare: dura lex, sed lex, come ammonivano i Romani. Una regola che duemila anni dopo qualcuno cerca ancora di eludere. “Ci sono attività aperte nonostante i divieti e bar pieni di gente: cremaschi, datevi una regolata!”, ha tuonato ieri Stefania Bonaldi, per nulla intimorita di sfidare l’impopolarità, perché quando c’è in gioco la salute di tutti, nulla vale di più. Allo stesso modo, l’allarme lanciato nelle ultime ore da rianimatori e anestesisti (“Nelle Rianimazioni non abbiamo respiratori e posti letto per tutti: d’ora in avanti dovremo fare delle scelte, per riservare risorse che potrebbero essere scarsissime in primis a chi ha più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata”) non è un irresponsabile atto di terrorismo, ma uno schiaffo in faccia a chi ancora si ostina a sottovalutare e minimizzare l’emergenza. Una verità scomodissima. Svelata per il bene di tutti, “in una condizione eccezionale di squilibrio fra necessità e risorse disponibili, con l’unico obiettivo di estenderne i benefici al maggior numero di persone possibile”. Perché come ha sublilmente sintetizzato in un intervento su La Provincia lo scienziato cremonese Dario Grana - da dieci anni professore associato all’Università del Wyoming - “il panico non è colpa di chi dà notizie, ma di chi egoisticamente le ignora”. Ed è questo, probabilmente, il senso definitivo di ogni dibattito sulla comunicazione. Perché alla fine - anche nei casi di emergenza - resta valida la regola delle regole: la verità è l’unica forza assoluta, quella che resiste a ogni manipolazione e non teme smentite.

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