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Domenica 23 Febbraio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Le donne di Kendwa, i paradossi di Cremona

Le donne di Kendwa, i paradossi di Cremona

Le case di Kendwa non hanno porte né finestre. Né acqua né luce. Né tavoli né sedie. Solo un ingresso senza serrature, una stuoia su cui sedersi di giorno e dormire di notte e - nella stanza meno bruciata dal sole, quella che noi chiameremmo cucina - un secchio di plastica con il poco da mangiare che passa il convento: un po’ di pesce essiccato, una manciata di riso, un sacchetto di ceci e l’unico tocco di colore in un orizzonte color melma; il rosso e il verde del cocomero, il giallo del mango, l’arancione della papaya. La povertà si tocca con mano in questo villaggio di vecchi pescatori e giovanissime cameriere affacciato sulla costa orientale della Tanzania, 6.354 chilometri a sud di Cremona. Gli uomini lavorano al mare: i più anziani già prima dell’alba escono in barca. Pescano con le reti, con la fiocina o addirittura a mani nude, nella speranza spesso vana di catturare un tonno, un polpo o un calamaro da rivendere al miglior offerente. I più giovani - soprannominati i «beach boys» - si guadagnano la giornata vendendo souvenir in spiaggia o alla guida di piccole lance che trasportano i turisti dai resort di lusso alle lingue di sabbia che le maree scoprono e nascondono a ore alterne. Madri e bambini restano a casa. Le prime vivono nell’attesa. Di «mestiere» aspettano: la sera, la notte, il giorno dopo. Domani riavvolgeranno il nastro e ricominceranno ad aspettare. Del resto non hanno vestiti da lavare e stirare, pietanze da cucinare, vetri o stoviglie da pulire. Sedute a terra, vivono in un silenzio sempre uguale: non parlano, non leggono, non scrivono. Aspettano. Che i mariti rientrino dal lavoro o che i figli raggiungano l’età minima per essere ammessi a scuola, l’unico «lusso» garantito dal governo.

Metà nel turno del mattino, l’altra metà al pomeriggio, perché le aule non bastano a contenerli tutti contemporaneamente. In un villaggio di 4.509 abitanti soltanto le elementari contano 856 iscritti, suddivisi in dodici classi affollate come i barconi degli immigrati: 62 alunni per aula, in quinta, addirittura 89 in prima. Solo per fare l’appello, ogni mattina, se ne vanno venti minuti di lezione. Qualche bambino per raggiungere la scuola deve camminare per quasi un’ora. E altrettanto deve fare al ritorno. Perché lo scuolabus non esiste: da casa a scuola si può andare e tornare soltanto a piedi. Se piove, guadando pozzanghere infinite; nella stagione asciutta respirando la polvere che si solleva dalle strade bianche. Eppure, a queste latitudini lo studio è un valore indiscusso, l’unica speranza di riscatto, la sola via di uscita da un inferno che pochi metri più in là, dietro un alto cancello, diventa il paradiso delle vacanze per migliaia di turisti inglesi, tedeschi, russi e italiani. Lì, oltre il cancello, lavorano le giovani donne del villaggio: le più umili fanno i letti o le pulizie, le più carine servono ai tavoli, solari e premurose, perché il turista in vacanza vuole vedere solo facce sorridenti. Fasciate nella divisa del resort, Neema, Juliana, Rihana e le loro numerose «sorelle» sorridono con gli occhi prima ancora che con denti bianchissimi e perfetti. Verrebbe da chiedersi come tanta bellezza possa uscire da luoghi così degradati. Ma la risposta l’ha già data Fabrizio De André in una delle sue memorabili canzoni: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior... E le ragazze di Kendwa sono fiori bellissimi, giovani donne in fuga da un destino altrimenti già scritto: a casa, a fare figli e ad aspettare il marito. Avere un lavoro è la loro unica forma di emancipazione, anche se gli stipendi sono irrisori, solo una piccolissima parte delle quote che i turisti pagano ai grandi tour operator internazionali per vivere la loro settimana «all inclusive» in paradiso. Chi si arricchisce lo fa quasi sempre sulle spalle di qualcun altro. Per salvare il mondo bisognerebbe «fare meno figli», ha scritto su un opuscolo il Comune di Cremona. Un infortunio concettuale, prima ancora che un’imperdonabile svista, della quale sindaco e assessori interessati - appena messi di fronte all’evidenza - hanno pubblicamente chiesto scusa. L’opuscolo dello scandalo è stato subito ritirato. Ed era il minimo, insieme alle scuse. Però, il problema della demografia «impazzita» resta, in un mondo che viaggia a due velocità: una parte dell’umanità invecchia e si ripiega su se stessa; un’altra scommette sul futuro senza neppure avere certezza del presente. Ne esce un paradosso che non può lasciare indifferenti: dove c’è più ricchezza si fanno meno figli, dove perfino acqua e cibo scarseggiano si sfida il destino sfornando bocche da sfamare a getto continuo. Quale «autorità» potrebbe mai riequilibrare i due piatti della bilancia? Stati e Governi possono poco in tema demografico. La Cina ci ha provato, vietando alle giovani coppie di avere più di un figlio. Ma non può certo essere questa la strada giusta. I Paesi più evoluti potrebbero incentivare la maternità offrendo maggiore tutele alle neo-mamme, garantendo orari di lavoro più flessibili, assicurando sussidi davvero adeguati e tariffe più abbordabili per nidi, asili e scuole d’infanzia. Ma la rinuncia a procreare di moltissime potenziali mamme «ricche» sembra una scelta di vita più che un problema economico. La società occidentale va in un’altra direzione: premia l’efficienza, non l’amore o il tempo che si dedicano ai figli. Al contrario, l’alta natalità dei Paesi in cui si vive anche se non si ha un dollaro per arrivare a sera sembra un atto di incoscienza, più che di coraggio. Per «salvare il mondo» si dovrebbe riequilibrare la bilancia della ricchezza, non quella delle levatrici. Basterebbe pagare il giusto i lavoratori del Terzo mondo anziché sfruttarli in nuove forma di schiavitù «legale»: nelle miniere di silicio, nelle fabbriche di scarpe, nei laboratori clandestini... Per «salvare il mondo» basterebbe far arrivare l’acqua potabile a chi non ce l’ha, come le moderne tecnologie consentono (e proprio Cremona dà esempio di saper fare con il progetto «Una goccia per l’Africa» di Padania Acque). Non la bellezza, come suggeriva Dostoevskij, ma solo un’economia più giusta può oggi salvare il mondo. Il dubbio è che le logiche che la governano - e i giganti che ne determinano le scelte - non avranno mai a cuore le sorti del pianeta Terra e dei suoi abitanti, ma continueranno a inseguire solo il massimo profitto, tutto e subito e a qualunque costo. Porsi il problema è il primo passo per iniziare il cambiamento. Trovare nuove soluzioni un dovere morale. Progettare un’economia rispettosa e sostenibile l’ultima carta da giocare, prima che sia troppo tardi. Vale per l’ambiente. Vale per la società che ha bisogno sempre più di pannoloni che di pannolini. E vale per le cameriere, i bambini e le donne in silenziosa attesa di tutte le Kendwa del mondo. Inferno e paradiso non possono più essere così vicini, separati solo da un alto cancello.

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09 Febbraio 2020