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Mercoledì 26 Febbraio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il tesoretto dei nonni, le sfide dei nipoti

Il coraggio di scrivere il proprio destino

Quando si parla di una generazione in genere ci si riferisce a un gruppo di persone nate in uno stesso periodo, in media a una distanza compresa fra i 20 e i 30 anni, il tempo di nascere, crescere e... avere una discendenza. Partendo da un capostipite, i suoi figli sono la prima generazione, i nipoti la seconda, i pronipoti la terza. E così via. In sociologia, la differenza si sposta dall’aspetto biologico e demografico alla dimensione storica, al contesto in cui una persona nasce e cresce, tanto da diventare “figlia del suo tempo”, assorbendone inevitabilmente gli umori, gli usi, i costumi, i modi di pensare e di agire. Una sorta di “genius temporis”, genio dei tempi, così come esiste il “genius loci”, ovvero l’insieme di caratteristiche e di inclinazioni comuni a tutte le persone nate in uno stesso luogo: generalizzando al limite del pregiudizio, i cremonesi sono lenti ma concreti; i milanesi e i bresciani sempre concentrati sul lavoro; i napoletani geniali ma caciaroni (o caciaroni, ma geniali: dipende da quale aspetto si vuole mettere in maggiore evidenzia), i tedeschi sono quadrati e affidabili quanto noiosi, i francesi creativi ma un po’ snob... Ogni luogo e ogni tempo hanno un influsso sul carattere e sulle abitudini di chi li vive. I nostri nonni e bisnonni erano figli del primo Novecento, significa che ci hanno tramandato il senso del risparmio e del sacrificio, ma anche il rispetto delle persone e delle cose, perché avevano vissuto in case senza luce e senza riscaldamento, avevano un bassissimo livello culturale e, soprattutto, avevano conosciuto la fame e gli orrori della guerra.

I nostri nonni/genitori hanno vissuto l’era della ricostruzione, rimboccandosi le maniche hanno prodotto il boom economico che ha proiettato fra le grandi potenze mondiali l’Italia che era uscita in macerie dal conflitto e, guardando con nuove speranze al futuro, hanno generato il «baby boom», il picco di nascite che fra il 1960 e il 1965 cambiò volto alle famiglie e all’intera società italiana. La generazione successiva - detta Generazione X - ha progressivamente dimenticato languori e paure, è cresciuta in case sempre più confortevoli e luminose e ha assistito a incredibili trasformazioni, passando dagli anni di piombo agli anni del silicio, dalla tv in bianconero allo smartphone, dal Vietnam alle Torri Gemelle, dal terrorismo rosso e nero alla democrazia compiuta, dal compromesso storico a Tangentopoli, dalla scomparsa delle frontiere in Europa alle ondate migratorie dal Sud del mondo. L’evoluzione della specie (si dice così, anche se qualcuno parla di involuzione, perché «si stava meglio quando si stava peggio») decennio dopo decennio è diventata sempre più veloce e ricca di eventi capaci di cambiare stili di vita individuali e atteggiamenti collettivi. Basti dire che per indicare i nati negli ultimi 20-30 anni - quelli che un tempo corrispondevano a un’intera generazione - ora si devono usare ben due diverse definizioni: i millennials (o generazione Y), nati fra la seconda metà degli anni Novanta e la prima decade del 2000, e i post millennials (o generazione Z), nati negli anni ‘10 con il pc o un tablet già fra le mani. E i nati negli anni ‘20 come si chiameranno? Un nome ancora non c’è, anche perché le lettere dell’alfabeto sono finite, ma di sicuro c’è che dovranno fare i conti con l’emergenza clima, con la definitiva scomparsa delle frontiere (o con il ritorno dei muri) e con il potere senza limiti dell’intelligenza artificiale (un’arma incredibile, che si sta velocemente diffondendo, che permetterà di semplificare operazioni oggi estremamente complesse, ma che rischia anche di stravolgere il mondo della comunicazione, offrendo ai destinatari non le informazioni più utili e vere, ma solo ciò che di volta in volta preferiranno ascoltare. O qualcuno deciderà che dovranno ascoltare: una controindicazione non da poco). Soprattutto, quando saranno cresciuti e avranno finito di studiare i «ventennials» dovranno misurarsi con nuovi lavori e nuove forme di occupazione. Quindi, con nuove modalità di sostentamento e di realizzazione economica. Una sfida ricca di incognite in una stagione sempre più orientata al precariato, alla riduzione dei costi fissi e ai servizi «on demand». Non incoraggia, nel frattempo, scoprire che oggi in Italia una famiglia su cinque si regge soltanto grazie alla pensione dei nonni conviventi, non più solo uno scrigno di ricordi e di affetto, ma per oltre 7 milioni di nuclei familiari l’unica fonte di reddito, letteralmente un tesoretto cui attingere per pagare le spese primarie. Lo ha rivelato l’ultimo rapporto dell’Istat, che è stato presentato in settimana. Questi «salvatori della patria» sono quasi 16 milioni di cittadini, un quarto del totale, titolari di ben 23 milioni di pensioni. Il che impone almeno cinque domande chiave. La prima: come farà a reggere il sistema previdenziale a fronte di un numero sempre maggiore di beneficiari e, a Dio piacendo, un’aspettativa di vita sempre più lunga per ognuno di loro? Viva i progressi della medicina e lunga vita ai nonni, naturalmente, ma - secondo quesito - quando mai troveranno lavoro i giovani, se una volta facevano notizia i novantenni e ormai ci si stupisce solo se qualcuno spegne le cento candeline? Soprattutto (terza domanda senza risposta) quando mai troveranno lavoro i giovani, se per i «vecchi» il traguardo del ritiro dalla vita attiva si sposta sempre più in là? E ancora: riusciranno l’Inps e i vari istituti previdenziali a reggere l’urto dei quattro milioni di baby boomers nati negli anni ‘60 quando smetteranno di lavorare (qualcuno l’ha già fatto o lo sta facendo) e reclameranno tutti insieme la meritata pensione? Quinta e ultima domanda: se il sistema non reggerà lo tsunami dei nuovi pensionati della generazione X, come si sosterranno gli oltre 7 milioni di nuclei familiari che oggi arrivano a fine mese solo grazie alla pensione dei nonni (ammesso e non concesso che sopravvivano nel frattempo)? Altro che quota 100, reddito di cittadinanza e legge Fornero! Qui è in gioco il futuro degli italiani e dell’intero Paese. Ma nessuno ne parla. Perché le brutte notizie, si sa, non portano voti. In campagna elettorale tirano molto di più le promesse. Tanto costano zero e, se non potranno essere onorate, pazienza. Basterà dare la colpa a chi c’era prima...

19 Gennaio 2020