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Giovedì 12 Dicembre 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Riscoprire il passato, cancellare il presente

Riscoprire  il passato, cancellare il presente

Si intitola «Il Palazzo Comunale di Cremona. Il Tribunale, le Carceri e la loro storia» il libro che due giorni fa è stato presentato «sul posto», ovvero in un salone dell’antico edificio di piazza Stradivari di cui l’opera racconta un pezzo di storia, quella compresa fra il 1840 e il 1861, ventuno anni documentati dal diario di Giuseppe Resti Ferrari, lo zelante presidente del Tribunale di allora, che annotò nel suo brogliaccio i lasciti, le messe da officiare, le donazioni e, in trasparenza, le pessime condizioni di vita dei detenuti del tempo. Un manoscritto che rischiava di andare perduto, ma è stato salvato dal macero ed ora è stato riprodotto in copia anastatica per poter essere letto e studiato dall’intera comunità cremonese. Ospite della presentazione, ho definito l’opera «un libro prezioso, ma che non avrà successo, non finirà sicuramente fra i best sellers del prossimo Natale». Una provocazione, come ha ben messo in chiaro Barbara Caffi nella recensione pubblicata ieri nelle nostre pagine della Cultura. Ma perché un libro prezioso non sarà un libro di successo? Semplice, perché oggi troppo spesso nella vita, nella cultura e soprattutto in politica misuriamo il valore delle cose con un metro sbagliato: il metro del consenso, anzi del (facile) consenso immediato. Non conta ciò che dici, ma quanti like riesci a strappare. Non conta la profondità delle tue idee o dei tuoi contenuti, ma quanti followers hai. Se puoi vantare milioni di «amici» diventi «qualcuno» - nei casi più eclatanti un influencer - anche se sai fare solo un balletto su Instagram.

Basta che il tuo video di pochi secondi diventi virale su Instagram, Facebook, Twitter o addirittura su Tik Tok, l’ultimo nato, in voga fra i ragazzini... È una logica - quella dei «like» che tutto misurano e determinano - alla quale ci siamo inconsciamente abituati e progressivamente assuefatti. Ma non è scritto da nessuna parte che le cose debbano andare per forza così. Volendo, possiamo ancora contrastare questa deriva, riscoprendo un fattore tanto antico quanto di valore: il peso specifico. Ovvero il valore oggettivo di ogni cosa: una proposta, un progetto, un’idea. Usando questo parametro «fisico», il successo di un libro non si misurerà più con il numero delle copie vendute o delle persone che lo leggeranno (nel caso specifico pochi studiosi e appassionati della materia), ma con ciò che racconta, con la verità che svela o tramanda, con il pezzo della nostra storia che ci restituisce. Un merito tutt’altro che trascurabile in una stagione che rischia di immolare la memoria collettiva e individuale sull’altare della modernità. Le tecnologie digitali sono un fattore di progresso? Nessuno lo mette in dubbio. Però, un testo del 1800 che rischiava di finire al macero può essere riprodotto a due secoli di distanza. Gran parte di ciò che abbiamo scritto e fotografato 20-25 anni fa invece no. Perché un tempo lo «salvavamo» sulle memorie di pc oggi non più in uso, poi l’abbiamo memorizzato su floppy disc (o videocassette) ora inservibili perché non abbiamo più «lettori» in grado di farlo; a un certo punto siamo passati ai cd e ora addirittura mettiamo tutto in una nuvola che non sappiamo neppure dove si trovi, da chi è gestita e come potremo accedervi in futuro. Il rischio è che fra 200 anni, quando i nipoti dei nostri nipoti cercheranno tracce di noi, non ne troveranno. Qualcuno potrebbe dire «meglio così», considerato il triste spettacolo che troppo spesso danno i nostri influencer di successo, i campioni dei like a prescindere. Solo nell’ultima settimana, i casi emblematici sono stati più d’uno: il presidente dell’Aler di Brescia, Cremona e Mantova (l’agenzia regionale che si occupa di assegnare le «case popolari»), per esempio, ha suggerito a mezzo Facebook di «infilarsi le sardine» proprio là, dove non batte il sole («Era solo una goliardata», ha poi minimizzato per rispondere al presidente che l’ha richiamato a «un comportamento più consono al ruolo che ricopre»). A Roma, nel frattempo, il leader dell’opposizione ha accusato il premier di «alto tradimento» per aver impegnato l’Italia al nuovo Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, senza passare dal Parlamento. Al che il presidente del Consiglio lo ha sfidato a «rinunciare all’immunità» così da poterlo querelare e sistemare i conti in tribunale, anziché alla Camera o al Senato. A quel punto l’ex alleato lo ha invitato a «mettersi in coda, perché prima c’è Carola Rakete» (la capitana della Sea Watch che lo ha denunciato per diffamazione dopo averlo sfidato attraccando a Lampedusa nonostante un formale divieto, quando lui era ministro degli Interni), poi gli ha dato del bugiardo e, come prova a sostegno delle sue tesi, l’attuale leader dell’opposizione ha esibito una chat in cui, quando era al Govenro, a proposito del discusso fondo salva-Stati, minacciava «Noi non firmiamo un ca...». Il livello del dibattito politico - è evidente - si abbassa giorno dopo giorno più velocemente della piena del Po. Ma perfino quella è stata motivo di polemica gratuita in settimana. Non alla sorgente o alla foce, ma qui, a Cremona. È bastato un video pubblicato sul nostro sito e sui nostri canali social - un’intervista volante al sindaco Gianluca Galimberti che si trovava davanti allo «spettacolo» delle Colonie Padane allagate dal fiume, con tanto di canoisti che pagaiavano fra gli alberi e il parco giochi sommerso dall’acqua, chiedendo scherzosamente la strada per Roma - sono bastati pochi secondi di immagini e parole informali per scatenare centinaia di commenti offensivi e una «piena» di insulti fuori controllo. Il problema non è offrire un difensore d’ufficio al primo cittadino, che saprebbe ben replicare da solo, se ritenesse di doverlo fare. Il problema è chiedersi il perché di tanto odio personale, disprezzo delle istituzioni e gusto del dileggio. Lo stesso manifestato da una esponente di spicco del Pd cremonese che - sempre questa settimana - su Facebook ha definito «mentecatti» (ovvero infermi di mente, matti, quantomeno stupidi, secondo i più comuni dizionari d’Italiano) i rappresentanti dell’opposizione, salvo poi chiedere pubblicamente scusa. Forse è davvero meglio se di tutto questo non resterà traccia alle generazioni future. Il rischio, però, è che una società senza storia e senza memoria diventi un giorno anche una società fragile, senza identità e senza valori. Speriamo di no: sarebbe proprio una brutta fine.

01 Dicembre 2019