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Martedì 12 Novembre 2019

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CREMONA. L'INTERVISTA INTEGRALE

Passera: «Cambiare si può: basta volerlo»

Il top manager al quotidiano La Provincia: la sua Italia, fra debolezze e opportunità

Passera: «Cambiare si può: basta volerlo»

Corrado Passera

CREMONA (9 novembre 2019) - Comasco, 65 anni, alle spalle incarichi di assoluto prestigio anche in politica (nel 2011 è stato ministro dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Monti), Corrado Passera è un dirigente d’azienda che ha sempre cavalcato l’innovazione. Vive i nuovi modelli e i nuovi paradigmi come un’opportunità. Lo dimostra anche l’ultima sfida, di nuovo nel settore del credito. Si chiama Illimity Bank ed è una banca senza sportelli che punta a lanciare le piccole e medie aziende che non decollano e a far invertire la rotta a quelle che vanno male ma che hanno i margini per fare il contrario. Le vite parlano, e Passera è senza dubbio uno degli italiani che con più determinazione ha puntato a modernizzare il mondo dell’impresa e, quando ne ha avuto la possibilità, anche la cosa pubblica. È emerso a tutto tondo nella sua giornata cremonese, mercoledì. Prima nel forum che si è svolto nella sala briefing del quotidiano La Provincia, presente il direttore della testata, Marco Bencivenga; e poi, in serata, nella conviviale del Rotary.

Da tempo è finito il suo impegno in politica. Non è la prima volta, da noi, che un innovatore batte in ritirata. C’è chi sostiene che, in Italia, chi ha i numeri per fare qualcosa e pronuncia tre volte la parola modernizzazione nella stessa frase in cui c’è anche la parola Paese, va incontro a imboscate e a fuoco amico. Con la politica ha chiuso?
«Si può fare bene soltanto una cosa alla volta. Adesso mi occupo di Illimity Bank. Ho avuto vari periodi di impegno civile, incluso quello a Poste Italiane. Quella di governo è stata una bellissima esperienza. In entrambi i casi ho capito una cosa: il settore pubblico ha margini di miglioramento enormi. Insieme ai 160.000 postali, abbiamo portato le Poste Italiane dall’essere considerata la Cenerentola d’Europa ai primi posti in classifica, abbiamo ridato dignità ai dipendenti e creato una delle più grandi banche e una delle più grandi compagnie di assicurazione italiane. Delle iniziative realizzate al Ministero pensi anche solo alla legge sulle startup: diecimila nuove aziende con 50.000 collaboratori in pochissimi anni».

L’addio alla politica è stato una scelta o una resa?
«Ho iniziato a far politica da Milano e ho capito che non c’erano i margini. Ero fuori dai due blocchi. Ma cambiare si può, anche nel pubblico. I sindaci, ad esempio, portano avanti l’Italia. Hanno molte responsabilità ma sempre meno risorse. Ecco: trovo veramente ignobile continuare a togliere risorse alle amministrazioni locali mentre i bisogni aumentano».

Il caso Ilva tiene banco da giorni. Il governo ha accusato il colpo e ora segue una linea dura con ArcelorMittal.
«Ilva è un impianto industriale strategico per il Paese. Ora rischia di chiudere e se questo accadesse perderemmo uno dei pilastri dell’industria italiana. Ne risentirebbe anche la bilancia commerciale, per non dire delle decine di migliaia di posti di lavoro, diretti e indiretti, che svanirebbero. Se vogliamo attirare investimenti dall’estero dobbiamo rendere la vita più facile a chi viene a investire in Italia e dobbiamo sempre rispettate gli impegni presi. Aggiungere alle difficoltà che l’investitore deve affrontare anche il rischio di incorrere in responsabilità penali derivanti da vicende pregresse, come sembra stia succedendo a Taranto, procura un’ottima scusa per andarsene dall’Italia».

Un altro caso Alitalia? Lei che lo ha vissuto dall’interno, cosa ne pensa?
«Oggi come allora considero necessario aggregare Alitalia a uno dei soli tre gruppi europei che se la giocheranno nei prossimi anni in Europa, low cost escluse. Io ho sempre creduto nella combinazione con Air France, che avevamo convinto ad entrare nel capitale, ma che poi si è sfilata. Ne sono seguiti anni di errori che reputo gravi. E oggi considero Lufthansa l’unica vera alternativa valida, almeno valutando il medio periodo».

Le vicende italiane sembrano un continuo passaggio a vuoto: da un errore all’altro. Occasioni non colte, come se ogni volta fosse impossibile capire l’essenza delle cose e imboccare la strada giusta. Come si cambia rotta?
«Iniziamo a dire che in Italia tante cose funzionano. Ci sono parecchie aree metropolitane con grande futuro, Milano per prima. L'Italia è uno dei primi Paesi nel manifatturiero e uno di quelli con più forte bilancia commerciale. La Lombardia è tra le zone economicamente più forti del mondo. Io credo che l'Italia possa avvantaggiarsi più di altri Paesi dalla quarta rivoluzione industriale e dalla globalizzazione. Le nostre caratteristiche ci permettono di essere forti in alcuni dei settori che cresceranno di più negli anni a venire. Penso alle macchine utensili e alla meccanica fine, all’agricoltura e all’alimentare, a tutti settori creativi, dalla moda al design, al mondo della salute e del turismo. L’Italia deve però attrezzarsi per le sfide e le opportunità che abbiamo di fronte a noi. E questo vale per l’intera Europa. Serve un piano straordinario di investimenti nazionali e federali in innovazione, istruzione e infrastrutture fisiche e digitali per riattivare la crescita sostenibile e rimanere, tutti insieme, una grande potenza economica e non tanti vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro come Cina, Stati Uniti e Russia. Solo così difenderemo, oltre al nostro benessere, anche libertà e conquiste sociali. Serve politica visionaria, di medio periodo e non la pessima politica del giorno per giorno».

Il percorso, però, è accidentato.
«In Italia è troppo difficile fare impresa e attraverso l’impresa garantire sviluppo. Le regole cambiano continuamente e spesso non sono chiare. Ma ancora più grave è la lentezza decisionale della burocrazia e della giustizia. Serve investire in tecnologia e semplificare le strutture burocratiche: 10, anche 12 livelli decisionali o legislativi tra il cittadino e Bruxelles sono veramente troppi. Come pure sono insopportabili le false riforme come quella delle Province».

Tanti sostengono che nel settore pubblico l’innovazione langue perché non si ha la forza di affrontare i nodi che hanno a che vedere con il consenso. In molti posti c’è lo stesso numero di addetti di vent’anni fa, malgrado le nuove tecnologie abbiano accelerato e razionalizzato le procedure. Come si cambia?
«Rifiutare il cambiamento significa farsene travolgere. Serve ridurre dove le attività non sono più necessarie o sostenibili mentre serve investire dove c’è del nuovo da costruire. Vale in tutte le organizzazioni dove la risposta alle nuove sfide e alle nuove tecnologie spesso deve passare per dosi massicce di formazione ai nuovi lavori. Alle Poste sono servite decine di milioni di giornate di formazione, e ha funzionato. Non basta la formazione nelle aziende, ma serve ripensare la scuola nel suo insieme: non si entra nel XXI secolo con la scuola del IX. E a scuola si dovrà tornare varie volte nella vita. Nel futuro l’apprendistato non servirà solo ai ventenni ma anche ai cinquantenni in molti casi».

Cos’è Illimity Bank?
«Una banca del tutto nuova che si è specializzata nel credito alle medie e piccole imprese che hanno un potenziale di crescita ancora inespresso e nel servizi bancari alle famiglie. È una banca che valorizza al meglio le nuove tecnologie e anche grazie a questo trasmette ai suoi clienti vantaggi che altre banche non riescono a dare».

Come fate a far credito ad imprese che altri non vogliono finanziare?
«Se ci convinciamo che un imprenditore ha piani credibili non ci facciamo bloccare dai risultati passati. Per poterci convincere ci mettiamo competenza finanziaria, esperienza industriale specifica e una bella dose di data analytics e intelligenza artificiale. Vogliamo fare parecchi miliardi di finanziamenti di questo tipo e pensiamo, così, di dare un contributo alla crescita e all’occupazione nel nostro Paese».

E questa banca l’ha creata in meno di un anno?
«All’inizio del 2018 ho presentato l’idea a vari investitori internazionali e ho raccolto 600 milioni di euro, quasi tutti fuori d’Italia. Con una squadra di persone in gambissima abbiamo predisposto tutto e abbiamo avuto le autorizzazioni nel settembre. Abbiamo cominciato ad assumere e oggi siamo in quasi 400 professionisti che vengono da oltre 120 aziende diverse. Siamo già quotati alla Borsa di Milano e poche settimane fa abbiamo lanciato la nostra banca digitale per le famiglie – illimitybank.com – una delle più innovative in Europa. Tutto ciò che serve a una famiglia dalla poltrona di casa propria».

In questa progressiva disintermediazione, che fine faranno le banche attuali? Chi ci lavora deve iniziare a sentirsi come i dipendenti dei Blockbuster di qualche anno fa, quando c’erano videocassette e Dvd? Adesso tutto viaggia per altri canali e i Blockbuster non esistono più.
«Chi rifiuterà o rimanderà il cambiamento di paradigma avrà problemi. Le grandi banche certamente continueranno ad avere un ruolo importante se investiranno abbastanza in innovazione. Le grandi e piccole società tecnologiche si prenderanno quote di mercato importanti: lo si vede già nei sistemi di pagamento, ma Google, Amazon e Facebook stanno scaldando i muscoli. I veri vincitori saranno le neobanche, come illimity, che sapranno dare ai loro clienti quello che famiglie e imprese si aspettano dalla loro banca».

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09 Novembre 2019