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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La tassa sullo zerbino, aspettando Robin Hood

Marco Bencivenga

Email:

cfrancio@laprovinciacr.it

13 Ottobre 2019 - 07:49

La tassa sullo zerbino, aspettando Robin Hood

L'hanno chiamata «la tassa sullo zerbino». In realtà, si chiama ICP, imposta comunale sulla pubblicità, uno dei mille balzelli che ogni cittadino e ogni operatore economico devono versare per contribuire alle «spese generali» del Paese in cui vivono o svolgono la propria attività (lo possono fare pagando direttamente lo Stato, o attraverso gli enti locali: Comune, Provincia, Regione, ecc). Sulla carta si tratta di un principio ineccepibile, come non a caso prevede l’articolo 53 della nostra bella Costituzione: ognuno deve fare la sua parte, in proporzione alle sue possibilità, per garantire i servizi necessari al benessere e al funzionamento dell’intera collettività. Il problema nasce quando qualcuno cerca di eludere questo dovere con mille furbizie, nei casi più gravi cercando addirittura di diventare invisibile per sfuggire a tasse o tributi a danno dell’interesse generale e, in particolare, dei contribuenti onesti. Per l’Italia è un male endemico, una piaga quasi incurabile, tanto che l’evasione fiscale rappresenta insieme agli sprechi il principale fattore di criticità dei conti pubblici: se tutti pagassero il dovuto, anziché sguazzare nel «nero», lo Stato potrebbe tranquillamente permettersi gli investimenti unanimemente invocati, potrebbe finanziare misure di contrasto alla povertà, ridurre il debito pubblico, garantire un’assistenza sanitaria adeguata, garantire il diritto allo studio, sostenere startup in fase di sviluppo o aziende in difficoltà, ecc ecc. Soprattutto, il Governo potrebbe abbassare le tasse, all’insegna dell’antica regola: pagare tutti per pagare meno. 

L'ampia premessa serve a ricordare i doveri di ognuno. Però... c’è un però: tasse, imposte, ticket e tributi devono essere equi e ragionevoli, altrimenti si finisce come il leggendario sceriffo di Nottingham, tanto avido, ottuso e crudele nella riscossione delle gabelle da sequestrare perfino le elemosine per i poveri raccolte dal mite Fra’ Tuck. Da qui l’intervento di Robin Hood, il più famoso giustiziere del popolo. È un po' quel che succede con le multe per l’eccesso di velocità sulle strade: giusto sanzionare chi infrange i limiti, sacrosanto fermare chi si mette al volante ubriaco o «strafatto» mettendo in pericolo la propria vita e la vita altrui - bene supremo da tutelare con ogni mezzo - perché il numero dei lutti provocati dagli incidenti stradali è ancora alto, troppo alto - anche in provincia di Cremona, come dimostrano le ultime statistiche dell’Aci e le raccolte del nostro giornale - ma altra cosa è mettere i 50 all’ora in tangenziale, imporre l’impraticabile limite dei 30 nei centri urbani o piazzare autovelox dove non è necessario con il solo obiettivo di fare cassa. Se il limite è adeguato, plausibile, sensato, poi la sanzione può e deve essere severissima; se invece appare pretestuoso diventa due volte controproducente: primo, perché perde credibilità; in secondo luogo perché agli occhi del cittadino automobilista diventa solo una macchina da soldi, anziché uno strumento educativo. Il ragionamento vale pari pari per la «tassa sullo zerbino»: far pagare un tributo a chi promuove la propria attività commerciale con un’insegna, un cartellone pubblicitario o un tappeto sponsorizzato ci può stare, fa parte del gioco; pretendere da CremonaFiere 300 mila euro per gli stand interni a MondoMusica, infliggere sanzioni da 12 mila euro ai partecipanti alla Festa del formaggio o minacciare di tassare le insegne degli ambulanti che parteciperanno alle prossime Feste del Torrone, del Salame o della Mostarda (pagando già una cospicua quota per essere presenti) no. Ma questo sembra fare l’Ica, l’agenzia cui il Comune ha affidato la riscossione di imposte e tributi che nei giorni scorsi ha richiesto a un artigiano di via Mercatello il pagamento di una cartella da quasi mille euro partendo dallo zerbino della discordia. Perché, legge alla mano, l’imposta era certamente dovuta, sommandosi alle altre insegne del negozio oltre il limite dei 5 metri quadrati, ma l’amministrazione comunale e l’ente riscossore non hanno certo brillato in comunicazione e informazione dei destinatari del provvedimento. Non bastasse, l’odiosa pratica delle sanzioni per l’omessa segnalazione e il ritardato pagamento del dovuto crea un effetto moltiplicatore che finisce per decuplicare l’importo iniziale dell’imposta. Il che legittima due quesiti: 1) la corretta e tempestiva comunicazione è un obbligo solo per una parte in causa o vale - dovrebbe valere - per entrambe? 2) vero è che «la legge non ammette ignoranza», ma la complessità e la continua evoluzione delle norme sono tali da far diventare quasi impossibile per un comune operatore economico stare al passo con tutte le prescrizioni e scadenze: allora dovremo diventare tutti commercialisti o, quanto e meno, destinare i nostri margini di guadagno a questa categoria di super esperti? Urgono semplificazione e trasparenza: solo così, solo dopo aver emanato norme sensate e previsto tariffe plausibili, lo Stato e gli enti locali potranno pretenderne il pieno rispetto. E sanzionare chi fa il furbo. «Dura lex, sed lex» (la legge va rispettata anche quando è rigida e rigorosa) ammonivano gli antichi greci. Ma proprio Socrate, il filosofo cui la «regola» è attribuita, secondo alcuni storici quando fu condannato a morte, pur dichiarandosi innocente bevve la cicuta proprio per dimostrare la mostruosità di una legge ingiusta. Evidentemente non è il caso di arrivare a tanto per uno zerbino, ma per trarre insegnamento dal caso sollevato dall’artigiano di via Mercatello magari sì. Soprattutto se è vero che la norma contestata affida a chi la fa applicare un margine di discrezionalità, tanto da portare a conclusioni diverse da Comune a Comune, alla faccia della par condicio e dell’equità. Il margine di discrezionalità, se esiste, non può mai diventare abuso d’autorità, ma deve sempre andare a braccetto con la regola delle regole: il buon senso. Lo insegna la storia: se si segue quello, non si sbaglia mai.

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