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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Commercio: problema complesso, soluzioni complesse

Marco Bencivenga

Email:

cfrancio@laprovinciacr.it

18 Agosto 2019 - 07:51

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Qualcuno dà la colpa alla Ztl. Alla mancanza di parcheggi. O al caro affitti. Qualcun altro mette sotto accusa i centri commerciali «troppo vicini alla città». I più evoluti se la prendono con Amazon, il commercio on line e la concorrenza digitale. I nostalgici denunciano la progressiva scomparsa dei negozi «di una volta», quelli in cui trovavi tutto, ma proprio tutto, con scaffali ricolmi e magazzini senza fine, e - se proprio mancava qualcosa - «passi la settimana prossima che gliela procuro». I più raffinati lamentano un’offerta non all’altezza e l’insufficiente professionalità di addetti ai lavori che si improvvisano commessi, baristi o camerieri senza avere alle spalle la ben minima formazione specifica. Altri ancora individuano il problema dei problemi in un «nemico» senza volto ma ben noto a tutti: il fisco. Ah, com’erano belli i tempi in cui nessuno pretendeva scontrini o ricevute e tutti i soldi incassati finivano direttamente nelle tasche dei titolari di negozi e pubblici esercizi. In nero. La verità? Hanno ragione tutti. E non ha ragione nessuno. Perché non esiste un’unica causa all’origine della crisi del commercio tradizionale che, dopo essere stato uno dei temi caldi dell’ultima campagna elettorale a Cremona, è tornata prepotentemente di attualità grazie al «censimento» delle serrande abbassate in centro storico realizzato in settimana dai giornalisti de La Provincia. Da corso Garibaldi a via Mercatello, da corso Mazzini alle gallerie, il nostro «inviato sul campo» Massimo Schettino ha contato decine di negozi chiusi. Non per ferie. Ma per sempre.

Un fenomeno non nuovo, ma comunque da combattere, se non si vogliono trasformare le vie dello shopping in una grande autorimessa, con le scintillanti vetrine dei negozi sostitute dalle anonime serrande di garage privati, come è tristemente avvenuto in tante altre città lombarde. Non che qualche autorimessa in più non farebbe comodo a Cremona - questo no!, che parcheggiare a ridosso del centro resta un serio problema - ma non può essere questa la soluzione, se non si vuol desertificate uno dei centri storici più belli d’Italia (quindi del mondo). Semmai, per soddisfare questa esigenza si potrebbe pensare a un parcheggio realmente multipiano (significa sei o sette piani sottoterra, non solo due come in piazza Marconi), un maxi garage in grado di dare risposta a tutte le richieste di sosta in centro storico, quelle dei turisti e degli amanti dello shopping, ma anche quelle dei residenti sempre alla ricerca di un posto in cui lasciare l’auto senza spendere un patrimonio o rischiare la multa. Ammesso e non concesso di trovare la localizzazione giusta (piazza Roma?) e i fondi necessari, resterebbe da gestire l’enorme traffico automobilistico generato da una simile struttura su strade dalle dimensioni inadeguate, strette e tortuose, perché nate in un’altra epoca, quando ci si spostava a piedi e in bicicletta o, al massimo, passava una carrozza ogni tanto. Risolto un problema, insomma, se ne aprirebbe un altro. Che fare dunque? A questione complessa si risponde con soluzione complessa: non con un colpo di bacchetta magica, ma con una serie di misure coordinate e condivise. Perché è evidente che non può esistere una Ztl - ancor più, un’area pedonale - se non si prevede contemporaneamente un sistema di trasporto pubblico che la colleghi con un’adeguata zona di sosta destinata al parcheggio delle auto private. Così come non si può pensare di far attraversare il centro storico ai mezzi pubblici se non si dispone di una flotta adeguata: quale mente contorta ha imposto agli autisti di bus lunghi oltre dieci metri di percorrere l’angusta via Carlo Speranza per entrare in piazza Lodi? Quel percorso - e in generale l’attraversamento del centro storico - è sostenibile solo da minibus dagli 8 ai 30 posti, magari con motori elettrici, silenziosi e a zero emissioni, rispettosi dell’ambiente. Delle due, l’una: o si studiano percorsi adeguati o si acquistano i mezzi che servono. Non solo. Se si punta sul trasporto pubblico, poi bisogna garantire la giusta frequenza delle corse, un sufficiente comfort di viaggio e tariffe competitive. Insomma, un servizio all’altezza. Allo stesso modo, i commercianti, anziché farsi concorrenza e autogestirsi, ognuno ripiegato sul proprio orticello, dovrebbero concordare turni di ferie e orari di apertura e chiusura secondo un preciso calendario, così da garantire un’offerta sempre adeguata a cittadini e turisti, esattamente come fanno da anni le farmacie, assicurando alla collettività un servizio di pubblica utilità impeccabile 24 ore su 24, ogni giorno dell’anno. Soltanto così, con una reale compartecipazione alle scelte di tutti i soggetti coinvolti - magari con la supervisione dell’Amministrazione comunale - il centro storico di Cremona - al pari di qualunque altra città - potrebbe davvero diventare quel «centro commerciale all’aperto» che sta nei desideri dei più, ma che nessuno realmente si impegna a costruire. Ed è davvero un curioso paradosso: i centri commerciali, soprattutto gli outlet, sono costruiti dal nulla come piccole città, quantomeno come gradevoli villaggi, e le città che già esistono ne subiscono la concorrenza perché non sanno valorizzare se stesse. Se i negozi che si affacciano nelle gallerie di un centro commerciale pagano fior di «spese condominiali» per finanziare campagne pubblicitarie unitarie, preziosi servizi alla clientela (baby sitting, pulizia degli spazi comuni e dei servizi igienici, parcheggi gratuiti, luminarie natalizie, aria condizionata d’estate e riscaldamento d’inverno ecc.) affidando la regìa e la gestione del tutto a un unico direttore generale, perché mai non dovrebbero fare qualcosa di simile gli operatori del Centro Storico Cremona Shopping Center? La domanda pretende una risposta urgente alla luce di un fattore ormai indiscutibile: per i singoli operatori del commercio tradizionale la battaglia del prezzo è persa in partenza. La grande distribuzione potrà sempre trattare con i fornitori condizioni di maggior favore e lo shopping online sarà sempre più vantaggioso dal punto di vista economico per il potenziale cliente perché abbatte qualsiasi costo di struttura e di intermediazione, al punto da poter ormai offrire anche la consegna gratuita a domicilio entro 48 ore dall’ordine comodamente effettuato dal pc di casa, se non addirittura dallo smartphone che ognuno di noi tiene costantemente in tasca, in borsa o fra le mani. Al netto di saldi, eventi e... prossimità, in un simile scenario quali chance di sopravvivenza restano dunque al commercio di vicinato? Innanzitutto, quella, enorme, di garantire un servizio in più, un consiglio competente, un’assistenza a lungo termine, un sorriso, una confezione accattivante. Perché la spesa in negozio, a differenza dell’acquisto on line, resta ancor oggi e resterà per sempre un’emozione, un sogno che si realizza. Perché ricevere un regalo decorato dal fiocco creato con abili mani dalla commessa del negozio sottocasa non è minimamente paragonabile alla consegna di un anonimo pacco in cellophane da parte di un corriere, per quanto puntuale ed elegante possa essere nella sua divisa ‘american style’. Tocca in primis agli operatori, dunque, credere nel commercio di prossimità e investire sul proprio futuro. Perché al low cost si risponde con una sola arma: la qualità. Garantita quella, il cliente sarà disposto a spendere anche qualche euro in più. O a fare due passi a piedi. Scommettiamo?

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