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Lunedì 22 Luglio 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

L'informazione locale sfida lo strapotere degli algoritmi

Champagne per brindare ma l'azzardo è una piaga

Il direttore Marco Bencivenga

Prima a Bologna, poi a Roma. Prima a Ediland, la convention annuale degli editori, delle concessionarie di pubblicità e dei fornitori di tecnologie per i media; poi agli Stati Generali dell’Editoria, promossi dal sottosegretario Vito Crimi nei saloni stuccati della Presidenza del Consiglio. La Provincia di Cremona nei giorni scorsi è stata protagonista dei due maggiori eventi nazionali dedicati al futuro del giornalismo e dell’informazione. Della stampa, si sarebbe detto una volta, per sottolineare la fisicità del prodotto giornale, letteralmente stampato con inchiostro nero su carta bianca.

Ora invece è il tempo della multimedialità: oltre ai quotidiani tradizionali da acquistare in edicola, esistono le loro edizioni digitali (identico contenuto, ma su nuovi supporti: pc, tablet, smartphone), esistono i siti internet, i portali, le pagine social (Facebook, Twitter, Instagram, Spotify, Snapchat) e chi più ne ha più ne metta. Un tempo le news bisognava andarle a cercare. Ora invece sono attorno a noi, ovunque, alla portata di tutti. Ed è sicuramente un vantaggio. Anche se le nuove tecnologie, oltre alle fonti di approvvigionamento del sapere, hanno cambiato le nostre abitudini di vita. E lo hanno fatto senza chiedere permesso: in sostanza, ce lo hanno imposto. Senza atti di forza, è vero, ma in maniera irreversibile. Tanto che ora non possiamo più farne a meno. In pochi anni siamo passati quasi senza accorgercene dalla società dell’informazione (anni ‘90) alla società connessa (anni 2000) per ritrovarci ora nella società delle piattaforme, giganti virtuali capaci di modificare le relazioni sociali, i metodi di lavoro, alterare consumi, spostare consensi, rivoluzionare i processi di partecipazione individuale alla vita politica e civile.

A cambiare, più di tutto, sono state le modalità con cui compiamo infinite, semplici azioni quotidiane: noleggiare un’auto, prenotare un viaggio, acquistare un libro, farci consegnare una pizza a domicilio, decidere come vestirci in base alle previsioni meteo, scoprire in tempo reale cosa succede nei cinque continenti. «Nel mondo connesso le piattaforme sono talmente penetrate nel cuore delle società - istituzioni, transazioni economiche, pratiche sociali e culturali - da costringere i governi e gli Stati ad adeguare alla nuova realtà le proprie strutture regolamentari e democratiche», ha evidenziato nel corso degli Stati Generali dell’informazione il professor Alberto Marinelli, docente di Teorie della comunicazione e nuovi media all’Università La Sapienza di Roma, a sottolineare la portata epocale della rivoluzione. E se si sono dovuti adeguare gli Stati, figurarsi i singoli cittadini.

Non solo. Citando Nick Couldry e Andreas Hepp, due illustri studiosi della materia, Marinelli ha svelato la più grande cessione di sovranità accettata da ognuno di noi cittadini della società iperconnessa (altro che confini nazionali da difendere con le armi o chiudendo i porti: il sovranismo dovrebbe occuparsi della nostra libertà on line!): «Le piattaforme digitali non riflettono il sociale: producono esse stesse le strutture sociali in cui viviamo». In sostanza, comandano, scelgono e decidono al posto nostro. E lo fanno attraverso gli algoritmi che tutto leggono, tutto rielaborano e tutto determinano, a partire proprio dalle informazioni su ciò che avviene intorno a noi. Di fatto, a scegliere cosa è importante sapere, a selezionare le informazioni, a decidere cosa «passa» e cosa no, non siamo più noi, ma sono loro, gli algoritmi, sistemi infallibili nel metterci in relazione con chi la pensa come noi, nell’assecondare (o condizionare...) i nostri gusti, nel soddisfare in tempo reale i nostri bisogni. Vale per le idee politiche, vale per la moda e vale per le news. False o vere? Per gli algoritmi non fa differenza (finora non l’ha fatta): conta solo che arrivino a destinazione.

E grazie a 112 milioni di device digitali fra tv, smartphone e pc (in media un schermo e mezzo per ogni italiano!) non è una prospettiva futuribile: succede già. Secondo gli studi più aggiornati, ognuno di noi tocca il proprio cellulare più di 2.600 volte al giorno e trascorre on line ben sette ore ogni 24, quasi quante ne dedica al sonno. E presto andrà anche peggio, grazie al proliferare degli assistenti vocali, da Alexa a Siri, intelligenze artificiali che risponderanno alle nostre domande e ai nostri comandi anche mentre pranziamo, facciamo il bagno o giochiamo a tennis. In teoria, per renderci la vita più comoda e per tenerci costantemente aggiornati in tempo reale. In pratica, per invadere i nostri residui spazi di libertà. Sarà l’ultimo stadio evolutivo dell’homo sapiens, il più diffuso livello di conoscenza nella storia dell’umanità? O la più grande manipolazione di tutti i tempi (altro che Grande Fratello di orwelliana memoria)? Il dibattito è aperto.

In attesa di scoprire la risposta, si può restare aggrappati alle certezze del presente: non opporsi al progresso, che sarebbe fatica inutile e pure autolesionistica, ma acquisire consapevolezza e attrezzarsi. Vale per i singoli. Per le imprese. E anche per i giornali. Che si preparano alle nuove sfide, guardando alla Generazione Z (i lettori del futuro, nati dopo il 1995 e cresciuti con lo smartphone in mano), ma senza dimenticare i propri lettori tradizionali. Perché sarà pur vero che a Milano e Roma la stragrande maggioranza delle informazioni viaggia ormai on line, ed è la realtà che in genere finisce in studi e statistiche, ma a Cappella de’ Picenardi e Ticengo, come a Pizzighettone e Bordolano, per fare quattro esempi vicini a noi, il quotidiano locale - il vecchio, caro giornale di carta - resta un imprescindibile punto di riferimento.

Ecco perché La Provincia da un lato stringe accordi con Google (il motore di ricerca più importante al mondo che, dopo aver minacciato la sopravvivenza dei giornali tradizionali, ne è diventato il principale alleato, per potersi garantire contenuti attendibili debellando la piaga delle fake news senza controllo) e dall’altra viene indicato a livello nazionale come modello di buona editoria, grazie al suo straordinario indice di penetrazione sul territorio di riferimento. Con quasi 14 mila copie certificate (anche se qualche opinionista frustrato diffonde dati diversi: falsi di cui sarà chiamato prima o poi a rendere conto), il nostro giornale è acquistato ogni giorno da un cremonese su 24, neonati compresi. Con lo stesso indice di penetrazione un quotidiano nazionale dovrebbe vendere due milioni e mezzo di copie. Invece, nessuno arriva a 300 mila. «Se c’è un comparto dell’editoria che regge alla crisi e che merita di essere sostenuto è quello dei giornali locali», ha riconosciuto nel corso degli Stati Generali il sottosegretario Crimi, pur convinto che la dimensione digitale sia l’unica prospettiva futura dell’informazione e che «neppure un euro dei cittadini» dovrà più essere destinato in futuro alle testate che ne hanno beneficiato finora per ripianare i propri conti in rosso. Una sfida condivisibile anche da parte di chi, come noi, non ha mai approfittato dei contributi pubblici, puntando unicamente sulle proprie risorse: la fedeltà dei lettori, l’indiscussa leadership sul mercato pubblicitario, l’impegno dell’editore. «Una proprietà trasparente e chiara è il primo valore aggiunto di una testata, per i lettori la miglior garanzia di indipendenza», ha sottolineato Crimi. Vale per tutti. E vale, a maggior ragione per La Provincia, il quotidiano locale - forse l’unico - che ogni giorno, accanto al nome del direttore responsabile, pubblica in un apposito spazio nome e cognome di tutti i suoi consiglieri di amministrazione. Il massimo della trasparenza. E della responsabilità individuale. Per noi una scelta precisa e un motivo d’orgoglio. Verificare per credere. Oggi l’elenco è a pagina 34.

06 Luglio 2019