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Martedì 15 Ottobre 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Sicurezza stradale: si può, si deve fare di più

Una poltrona per due, così uguali così diversi

Il direttore Marco Bencivenga

Loris aveva solo 16 anni, viveva con i genitori, tifava per la Cremonese ed era orgogliosissimo del suo motorino. Maria Doriana, 21 anni, lavorava come barista, ma sognava di diventare una hostess. Ghali, suo coetaneo nato in Egitto, aveva trovato casa, lavoro e felicità a Paderno Ponchielli. Luigi, partito in sella alla sua moto da Genivolta, di anni ne aveva 57, due in più di Mirella, operatrice sanitaria in una casa di riposo. Claudio, invece, era un maresciallo dei carabinieri e aveva appena spento 50 candeline. Angelo, dopo aver fondato una fabbrica di macchine agricole e i Lions di Casalmaggiore, a 81 anni aveva ancora tanta voglia di vivere. La stessa di Alberto, autista di 61 anni, che non vedeva l’ora di godersi la meritata pensione. Invece, quel maledetto giorno era al lavoro, al volante del suo furgone: viaggiava tranquillo sulla A21, in direzione di Brescia, forse con la radio accesa e con tanta voglia di arrivare a destinazione. All’improvviso ecco l’imponderabile, la tragedia: un ostacolo improvviso, una frenata violenta, lo stridore delle ruote, lo schianto, le lamiere contorte, il buio. E un silenzio irreale. La morte arriva senza preavviso e l’orologio della vita si ferma proprio in quel preciso momento. Un copione banale, che si ripete con tragica frequenza. Ogni due settimane sulle strade cremonesi si aggiunge una croce. Ogni due settimane, dicono le statistiche, un automobilista, un motociclista o un ragazzino in sella al suo scooter perde la vita in un incidente stradale. È una strage infinita, uno stillicidio di lutti e di dolore, un bollettino di guerra. Ma non è una strage inevitabile. Perché intervenire si può.

Anzi, si deve: impossibile restare indifferenti davanti a tanti sorrisi che si spengono, tanti corpi che si straziano, tanti occhi che si chiudono per sempre. Ridurre il tasso di mortalità sulle strade che percorriamo ogni giorno è una sfida di civiltà che riguarda tutti: lo Stato, i Comuni, gli addetti ai controlli. E chiunque si metta alla guida di un mezzo di trasporto. Possibilmente sobrio. Invece no. Invece, lo Stato e le sue amministrazioni periferiche non trovano più neppure i soldi per riasfaltare le strade esistenti. Una volta succedeva solo in certi paesi del Sudamerica. Ora succede anche qui. E dà la misura del degrado, del fallimento di un modello di gestione della cosa pubblica, troppo spesso considerata una vacca da mungere, anziché un servizio da garantire con efficienza. Di peggio c’è solo l’ipocrisia di chi, di fronte a una strada dissestata, anziché sistemarla con gli opportuni interventi se la cava imponendo un assurdo limite di velocità. Perché l’importante non è salvare la vita altrui, ma evitare ogni responsabilità: un cartello, un divieto, e il gioco è fatto. Se non rispetti il limite e ti succede qualcosa, la colpa è tua. E io sono a posto con la mia coscienza. Molto comoda come soluzione. Decisamente più oneroso realizzare nuove infrastrutture (magari con fondi Ue, come avviene nella stragrande maggioranza dei Paesi europei), più complicato verificare la stabilità e l’efficienza di ponti e viadotti (la tragica lezione del Morandi? già dimenticata), più faticoso curare la manutenzione delle strade esistenti (a proposito: che fine hanno fatto gli stradini che le monitoravano passo passo e segnalavano tempestivamente ogni possibile criticità?), più costoso garantirne un’efficace illuminazione o prevedere ovunque corsie riservate agli utenti deboli, ciclisti e pedoni che troppo spesso diventano vittime della prepotenza di chi ha il mezzo più grande. Lo Stato e le amministrazioni locali - a partire dalle Provincie che ne avevano la competenza e sono rimaste a metà del guado: né abolite né dotate di risorse adeguate - hanno abdicato da tempo. Non fanno più nemmeno le asfaltature pre-elettorali di una volta! Altro che costruire nuove strade più moderne e sicure... Che poi un bastian contrario a prescindere si trova sempre e tanto basta per bloccare ogni possibile iniziativa, progetto o cantiere. Non meno gravi, però, sono le colpe individuali, di ognuno di noi, di chi si mette al volante in condizioni alterate (leggere i risultati degli alcoltest e dei narcotest effettuati ogni week end dalla Polstrada e dalle Polizie locali è disarmante) o di chi mentre guida telefona senza vivavoce o invia messaggini, se è vero come è vero che la stragrande maggioranza degli incidenti sono provocati dal fattore umano, in particolare della distrazione, più pericolosa perfino degli eccessi di velocità, dato che le auto non sono mai state così sicure, grazie ai sistemi di sicurezza attiva e passiva di cui sono oggi dotate grazie alle nuove tecnologie: cinture autoregolanti, airbag, freni con Abs, rilevatori di distanza, Eps, computer di bordo... «Tutti questi fattori sono importanti, ma non bastano per spezzare la catena degli incidenti senza una vera svolta culturale, che parta dal rispetto delle regole da parte di tutti gli utenti, per arrivare a una sempre più diffusa educazione stradale», ha ammonito ieri su queste colonne la comandante della Polizia Stradale di Cremona, Federica Deledda. Osservazione sacrosanta. Un impegno per tutti. Perché i pericoli della strada probabilmente non potranno essere mai completamente debellati, una percentuale di rischio è fisiologica in un sistema fatto per definizione di mezzi in movimento e con numeri tanto grandi. Ma provarci non solo si può: si deve. Lo dobbiamo a noi stessi. E a Loris, a Maria Doriana, a Ghali Alì, a Luigi, a Mirella, a Claudio, ad Angelo, ad Alberto e a tutte le vittime della strada. Se nemmeno la loro morte fosse servita a niente, se non valesse da monito e da lezione per noi che siamo ancora vivi, sarebbe folle, oltre che drammatico. Quasi come ucciderli un’altra volta.

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15 Giugno 2019