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LA STORIA. DAL CUORE DELL’AFRICA A CREMONA

Elhadji resta in Italia: «Per noi è una risorsa»

Fuggito dal Senegal per evitare l’infibulazione della figlia: protezione umanitaria

Francesca Morandi

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cfrancio@laprovinciacr.it

21 Aprile 2021 - 08:30

Elhadji resta in Italia: «Per noi è una risorsa»

CREMONA (21 aprile 2021) - Abituato a spostarsi in bicicletta, stavolta sale sul treno per Cremona. Si accomoda nello studio dell’avvocato Stella Abbamonte e racconta il suo percorso di integrazione così straordinario da far scrivere al presidente della Corte d’appello di Brescia Claudio Castelli: «Non è un eufemismo affermare che la presenza in Italia del ricorrente è una risorsa preziosa per il nostro Paese...». Non è scontato, anzi. È felice Elhadji Ndiaye, 27 anni, natali in Senegal, sei anni fa costretto a fuggire dall’Africa, perché si era opposto all’infibulazione della sua bimba. Ora la Corte d’appello gli ha riconosciuto il diritto ad ottenere il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari «considerata la sua condizione di vulnerabilità per la storia personale unitamente al percorso di integrazione intrapreso», è scritto nella sentenza.

Riavvolge il nastro, Elhadji. E racconta la sua storia personale cominciata a Boutoute, villaggio del Senegal. Là, dove è nato, il padre gli trova moglie. «È la nostra cultura, non puoi dire di no». La sua sposa è Mary, una bella ragazza, abita in un altro villaggio. Lui si trasferisce dalla famiglia di lei. Dal matrimonio nasce Fanta. Fanta? «Sì, sì, come la bibita», ride Elhadj. Diploma al liceo classico, studia Legge all’università. «Volevo diventare avvocato». E fa il volontario in una associazione: aiuta i bambini «che non hanno niente». Una vita tranquilla, appagante. Poi accade che a Fanta vogliano fare l’infibulazione. «È nella loro cultura. Non puoi dire di no. Se dici di no, ti minacciano». Papà Elhadji si rifiuta. E cominciano i guai. «Ho avuto dei problemi con quelli del villaggio, mi hanno convocato per minacciarmi ancora. Mi sono detto: ‘Devo scappare in Italia, prima che mi facciano del male’». Era il 2015. Mary, incinta di un maschietto (Malan), e la piccola Fanta si rifugiano in Guinea, Elhadji parte per la Libia. «Ho attraversato il Mali, il Burkina Faso, il Niger. Non è stata una cosa facile, a volte prendi le botte dai militari, ma ho dovuto farlo». Ci impiega tre mesi, viaggiando «sui mezzi, perché costa poco». In Libia resta altri nove mesi. Durissimi. «Devi lavorare un po’ per sopravvivere. A volte ti fanno lavorare, poi non ti pagano». Per racimolare denaro, Elhadji si mette anche «ad innaffiare i mattoni». Il 31 agosto, salta su un gommone. Sono in più di cento, pigiati come sardine. Quel viaggio per l’Italia gli costa 300 euro. L’approdo a Taranto e da lì, direttamente a Rivarolo del Re, «alla Tenda di Cristo, dove mi hanno trattato come un figlio».

Riavvolge il nastro, Elhadji. Racconta il suo percorso di integrazione. «La prima cosa che dovevo fare, era imparare la lingua italiana, poi la cultura italiana». Studia, alla scuola Diotti si prenderà anche la licenza di terza media. Un giorno Elhadji bussa alla Croce Rossa di Casalmaggiore. «‘Come posso aiutare la gente?’ Volevo continuare a fare volontariato. Mi dicono: ‘Fra due mesi c’è un corso da fare, se sei interessato lasciaci il numero’. Poi mi arriva il messaggio: ‘Il corso parte domani’». Il corso è serale. L’ideale per Elhadji, che la mattina studia. Il 14 ottobre del 2017 sostiene, con profitto, l’esame che lo qualifica volontario della Cri. Il 19 dicembre del 2018, consegue «la certificazione di abilitazione soccorritore per trasporto ed infermi ed contestuale uso del defibrillatore semiautomatico, distinguendosi per impegno e capacità», scrive il presidente della Cri, Rino Berardi. Poi arriva l’abilitazione «di operatore nel settore dell’emergenza: comporta acquisizione del livello operativo per emergenze e disastri». Da febbraio del 2020 Elhadji ha anche un lavoro al Consorzio Casalasco del Pomodoro.

Nella sentenza della Corte d’Appello, si riportano stralci della relazione di Berardi. Il documento lo ha prodotto ai giudici l’avvocato Abbamonte. «Nella fase decisamente drammatica del Covid -19 che ha tremendamente colpito la provincia di Cremona, ha garantito servizi per assistenza e trasporti di infermi anche in condizioni critiche... senza escludere pazienti positivi, ponendo a rischio la sua sicurezza e salute senza mai sottrarsi a questo altissimo impegno morale». Elhadji fa di più. Durante il lockdown, contribuisce «in modo significativo» al ‘Progetto Gentilezza’: porta la spesa e i farmaci agli anziani blindati in casa. Berardi annota che per raggiungere la sede della Cri a Casalmaggiore, da Rivarolo del Re Elhadji ogni volta si fa dieci chilometri in bicicletta sotto il sole o la pioggia. Ma nella campagna di Rivarolo, succede dell’altro. Durante il servizio civile, Elhadji fa l’animatore al Grest. Da ragazzino giocava a calcio, è bravo. Tifoso della Juve, i suoi miti sono Messi e Ronaldinho. Il presidente del Rivarolo gli fa un provino. Lo vuole nella squadra, è il capitano.

Una mattina l’avvocato Abbamonte gli telefona. Elhadji sta lavorando, vede la chiamata persa. «Ho pensato: ‘Ci vorranno altre carte per la mia richiesta alla Corte’». Legge il messaggio del suo legale: «I tuo figli saranno felici». «Ho telefonato subito a mia moglie». In novembre, «dopo il vaccino», Elhadji correrà in Guinea. Abbraccerà Mary, Fanta e Malan, il figlio che non ha visto nascere. E con il quale da 5 anni parla in videochat. Il suo progetto è di portarli tutti qui, lavorare, laurearsi. Elhadji è «riconoscente all’Italia». E «non è un eufemismo affermare che per l’Italia» lui «è una risorsa preziosa».

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