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LA RIFLESSIONE

Ecco perché mi dimetto da tifoso interista

Paolo Gualandris

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21 Aprile 2021 - 08:52

Ecco perché mi dimetto da tifoso interista

Ruslan Malinovskyi

Orgogliosamente bergamasco per nascita, felicemente interista per fede calcistica. Il cuore è sempre stato tinto di nerazzurro, anche se di un nerazzurro variabile tra lo stadio di casa e San Siro. Insomma, per una vita tifoso senza grandi problemi e senza conflitti di interesse: solitamente nella parte alta della classifica una metà del cuore, nella seconda colonna l’altra. Squadre con storie e ambizioni diverse, che solo ultimamente tendono a essere convergenti. Con gli unici momenti di crisi negli scontri diretti, in quel caso fiducioso che ognuno dei tre i risultati possibili del campo avrebbe potuto dare appagamento. Ma pur sempre con il cuore sportivamente parlando, diviso tra Davide e Golia. Seppure, va ammesso, con prevalenza dell’orgoglio delle origini in caso di successo dei «piccoli» sui «giganti». Non è più così. Dopo questa novità della Super League ho deciso di dimettermi da tifoso interista. Si dice che dalla moglie si può anche divorziare ma dalla fede calcistica no. Falso. Farlo è lecito in caso di alto tradimento. Di tradimento dei valori dello sport, per esempio, come quello perpetrato dai 12, forse presto 15, grandi club europei italiani (Inter, Milan e Juventus), inglesi e spagnoli che hanno deciso di dividere il calcio in patrizi e plebei e creato un mondo dove vincere oggi sul campo è meno importante della bacheca dei trofei del passato. Onore a francesi e tedeschi che si sono chiamati fuori. 

Come tutti i perfetti demagoghi, i super presidenti protagonisti della Rivoluzione dei Potenti fanno sapere che alla loro mensa potranno accedere altre cinque squadre plebee, selezionate chissà come di anno in anno, che riceveranno le briciole avanzate alla loro mensa lautamente foraggiata dai diritti televisivi. Scordandosi, questi Potenti, che economicamente parlando alla loro presunta superiorità di lignaggio non corrisponde altrettanta nobiltà di bilancio. É un classico: come aristocratici decaduti, pranzano con le posate d’oro, ma non sono più in grado di pagare il conto del ristorante. Leggi gli stipendi dei calciatori e allenatori che si sono contesi a suon di ingaggi multi milionari. Come nel caso della Beneamata, per dirla citando il mitico Gianni Brera, che certo oggi sfornerebbe ben altro neologismo per commentare quanto sta accadendo. Spiega bene il grande ex Carl Heinz Rumenigge, anche lui innamorato della sua Inter e oggi presidente del Bayern Monaco: «L’incasso potenziale della Super League sembra enorme, ma non so se alla lunga i problemi saranno risolti. Non si può incassare sempre di più per compensare le spese». E infatti lui nella sua squadra le spese le taglia. Dice il cremonese Carlo Cottarelli: «Se se pol mia, se fa sensa», cioé se non si può si fa senza. Loro no, i 12 Potenti oggi non possono, ma non vogliono fare senza. Costi quel che costi. Anche a rischio di uccidere il calcio scatenando una guerra devastante. É un fatto che già nel 2018-19 le spese per il personale assorbivano il 78% dei ricavi operativi della Serie A e che con i flussi di entrata fortemente ridotti a causa della pandemia il rapporto è saltato e il rosso è diventato il colore prevalente nei bilanci societari. Il virus ha svuotato gli stadi, allontanato gli sponsor, ridicolizzato le entrate da marketing. Ma loro, i Potenti, erano beatamente distratti dalle posate d’oro della loro mensa sempre meno luculliana. La storia recente dell’Atalanta ­ società che non avrebbe diritto di accedere alla mensa dei soliti noti - dimostra che se gestita con oculatezza, anche oggi una squadra di calcio di alto livello può avere bilanci sostenibili. Lo scorso anno è stata l’italiana andata più avanti in Champions League, quest’anno punta al podio in Campionato di Serie A dopo aver superato la prima fase europea della Coppa con le Grandi Orecchie (a differenza dei milanesi di analoghi colori). Ma non importa: è fuori dal tavolo che conta, salvo gentile concessione a entrarci di tanto in tanto, ma solo come ospite. È gestita bene, la Dea, ha uno stadio tutto nuovo, ha come presidente l’ex calciatore di serie A Antonio Percassi, tra i pochi giocatori ad avere anche uno spiccato senso del business. E poi ha un cuore ben saldo nel suo territorio, anzi è nel Dna della sua città: durante la prima ondata della pandemia, abbiamo assistito alla grande fuga dei calciatori; quelli dell’Atalanta sono rimasti tutti a Bergamo e addirittura si sono tassati in maniera significativa offrendo molto del loro denaro per la lotta al Covid. Per le multinazionali del calcio, amate ovunque ma con le radici da nessuna parte, sarebbe imbarazzante avere a tavola un commensale così, un cattivo esempio di amore per il proprio territorio e per i propri tifosi, considerati non solo dei bancomat ai quali sfilare quattrini facendo loro credere in un sogno. Proprio i tifosi delle Potenti rischiano di essere le vere vittime delle strategie dei loro presidenti. Prendiamo la Juventus, per esempio. In ogni città d’Italia e in moltissime nel mondo c’è chi la segue, chi esulta per una sua vittoria e si intristisce per una sconfitta. Gente di Benevento, giusto per dire una città, che aspetta tutto l’anno di vedere finalmente Ronaldo nel suo stadio e che rischia di non poterlo più fare. Peraltro quest’anno la Juventus con le squadre-paria (nel senso di escluse dal tavolo che conta) non è che abbia brillato granché. Perché il bello del calcio è proprio questo: come nella fiaba, qualche volta Cenerentola batte davvero la Matrigna cattiva. Perché, come viene cantato nel film, «I sogni son desideri di felicità. Nel sonno non hai pensieri, ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà. Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà». Ecco, come tutti i tifosi veri, non vogliamo rinunciare al sogno che vogliono rubarci. Ps: e poi vogliamo dircela tutta? Che noia vedere tutti gli anni, più volte all’anno, sempre le stesse partite con le solite squadre: Inter-Real Madrid, Milan-Barcellona, Juventus-Arsenal e... basta.

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