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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Cambia Matteo, non cambiano i problemi

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

17 Gennaio 2021 - 08:05

Washington piange ma Roma non ride

Il direttore Marco Bencivenga

Irresponsabile. Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i principali esponenti dei partiti di maggioranza hanno definito in settimana Matteo Renzi dopo che ha fatto dimettere le ministre di Italia Viva Bellanova e Bonetti e il sottosegretario Scalfarotto, aprendo di fatto la crisi di Governo che fra domani e martedì deflagrerà in Parlamento.

Curiosamente, si tratta dello stesso marchio d’infamia con cui nell’agosto 2019 Conte (e con lui l’allora capo politico del M5S Luigi Di Maio) aveva bollato l’ex alleato Matteo Salvini, colpevole di aver stracciato il contratto che teneva unito il governo gialloverde. Che Renzi e Salvini, oltre al nome di battesimo, condividano il temerario ruolo di kamikaze della politica italiana è indubbio: il primo nell’arco di un paio d’anni ha gettato al vento il più grande patrimonio di voti mai ottenuto dalla sinistra, passando da astro emergente acclamato a livello internazionale - grazie ad alcune felici intuizioni e alla celebre etichetta di Rottamatore - a leader di un partitino del 2 per cento, inviso a tutti e detestato da milioni di italiani; il secondo, straordinario interprete del malcontento popolare, l’unico leader capace di parlare contemporaneamente alla testa delle élite e alla pancia della base, si è suicidato politicamente un anno e mezzo fa. Ed è passato in un amen dal Viminale ai banchi dell’opposizione e dalle feste del Papeete ai processi per sequestro di persona. E da allora medita vendetta.

Tutto vero. Tutto pagato sulla propria pelle, da entrambi. Prima o poi, però, qualcuno dovrà riflettere sul merito delle contestazioni mosse a Conte dai due kamikaze della politica italiana. Perché alla fine entrambi sono arrivati alla stessa conclusione (subito rispedita al mittente): con lui, ma soprattutto, con il M5S non si può governare. E la ragione è molto semplice: se il movimento fondato da Beppe Grillo impone la propria agenda agli alleati è un suo diritto insindacabile (dal reddito di cittadinanza, indigeribile alla base elettorale leghista, al bonus monopattini, la lista dei diktat pentastellati andati a buon fine è lunga); se invece sono gli alleati a forzare la mano o a porre condizioni al M5S diventa un inaccettabile ricatto dei poteri forti e della vecchia politica.

Vero è che, dalla Tav alle auto blu, nel tempo i Cinque Stelle qualche piega l’hanno fatta. Ma l’opposizione al Mes (significa dire no a 36 miliardi di euro prestati dall’Europa a tasso zero, da investire nella sanità in piena pandemia da Coronavirus) resta un insensato pregiudizio ideologico. Che Renzi ha giudicato inaccettabile, così come un anno e mezzo fa Salvini aveva reclamato «pieni poteri» (e mal gliene incolse) per denunciare l’intransigenza del M5S «che blocca ogni cantiere ed ogni provvedimento perché sa dire soltanto di no». Ora fa comodo a tutti definire Renzi irresponsabile, come già era toccato a Salvini. E al di fuori della loro cerchia di sostenitori - ammettiamolo - i due Mattei non brillano di simpatia. Però, come ammoniva l’antico proverbio cinese, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. E non bisogna commettere lo stesso errore.

Renzi sarà pure un bullo ricattatore, ma che il Governo Conte non abbia una visione del Paese né una chiara idea di come spendere i fondi del Recovery Plan, che l’apri e chiudi della scuola sia ormai una barzelletta, che la campagna di vaccinazioni anti-Covid proceda a rilento, molto rilento, e che intere categorie di imprenditori e lavoratori siano allo stremo, con l’incubo del fallimento e lo sblocco dei licenziamenti ormai all’orizzonte, è innegabile. E di questo dovrà rispondere «Giuseppi» domani alla Camera e martedì in Senato. Perché ne va del futuro del Paese e pure della credibilità del Governo, come dimostra la levata di scudi seguita alla proclamazione della «zona rossa» in Lombardia, in Sicilia e nella provincia autonoma di Bolzano a partire da oggi.

La scorsa primavera a fronte del lockdown nazionale nessuno aveva eccepito. Ora invece sindaci e presidenti di Regione si oppongono e minacciano ricorsi perché le logiche e le imposizioni dell’ennesimo Dpcm sono sempre meno comprensibili e trasparenti. E senza un chiaro quadro di riferimento, con il progressivo venir meno della leva della paura, divieti e limitazioni diventano sempre più difficili da accettare. È una prospettiva molto pericolosa. Di più: una minaccia per la stabilità sociale del Paese, che Conte deve disinnescare prima che sia troppo tardi. «Ho provato a leggere più volte il documento sul Recovery Plan approvato dal Consiglio dei ministri e dentro non ci ho trovato una visione, una risposta ai bisogni del Paese, una sola indicazione su come rendere la società italiana più moderna, più inclusiva, più aperta ai giovani e alle donne. Non c’è un percorso per il Sud. Non ci sono obiettivi, riforme, indicatori di performance. Non ci sono risorse per la competitività né i rendimenti attesi degli investimenti. E quasi non si parla di fisco», ha denunciato in un’intervista al Corriere della sera il cremasco Carlo Bonomi, non il leader dell’opposizione al Governo, ma il presidente nazionale di Confindustria. Un altro kamikaze? Un altro irresponsabile? La risposta è ovvia. Forse è semplicemente arrivato il momento di togliere gli occhi dal dito e cominciare a guardare la Luna...

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