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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Le lacrime ipocrite di troppi coccodrilli

Marco Bencivenga

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fpavesi@cremonaonline.it

26 Novembre 2020

Le lacrime ipocrite di troppi coccodrilli

Il direttore Marco Bencivenga

Ora lo piangono tutti. Da Buenos Aires a Napoli, da Barcellona a Rio de Janeiro, da Tokyo a Dubai, tutto il mondo ha gli occhi rossi per Diego Armando Maradona, el dies, il 10, il dio del calcio, il più grande giocatore di sempre. Ora che è morto lo piangono perfino gli inglesi, perdonandogli il celebre gol con la mano che lì eliminò dai Mondiali del 1986. In quella memorabile partita, giocata mentre fra Argentina e Inghilterra ancora risuonava l’eco della guerra per il controllo delle isole Falkland (le Malvinas per i gauchos), c’era tutto Maradona, il meglio e il peggio, il sole e la luna: c’era il genio ribelle, il capopopolo con la fascia al braccio, il mariuolo capace di beffare arbitro e avversari con una scorrettezza «invisibile», ma anche il genio capace di vincere la partita da solo, con un dribbling infinito, scartando cinque avversari come birilli prima di segnare la rete che sedici anni più tardi la Fifa avrebbe proclamato «il gol del secolo», il più bello nella storia del calcio. Ora che è morto tutti piangono il Capitano albiceleste, argentino orgoglioso, marito infedele, padre distratto, evasore del fisco, amico di camorristi e dittatori.

Maradona è stato il Male. Ma anche un fuoriclasse senza eguali, un giocoliere straordinario e un atleta incredibile, a dispetto di un fisico improbabile, un metro e 65 di puro talento, è stato il numero uno al mondo, prima che il successo lo travolgesse e i finti amici lo trascinassero in un gorgo senza fine. Troppa gente si è arricchita alle sue spalle. E ora lo piange. Forse perché non potrà più guadagnare alle sue spalle. Troppe volte il «Pibe de oro» è stato un Re Mida solo per gli altri: quelli che l’hanno trasformato in un fenomeno da baraccone, quelli che hanno sfruttato la sua popolarità per fare soldi, quelli che hanno sempre cercato il personaggio e mai l’uomo, quelli che non si sono mai preoccupati della sua vita dissoluta, della sua precaria salute, dei suoi insostenibili vizi (cibo senza limiti, sesso, alcol e cocaina come fosse zucchero a velo). Ora che è morto e tutti lo piangono, Maradona passa da icona a leggenda, come tanti «maledetti» prima di lui. E lascia un’eredità pesante: sul campo da gioco, certo; negli annali del calcio, anche, ma soprattutto per la lezione che la sua parabola regala a ognuno di noi. Arrivare in alto, diventare addirittura i numeri 1 al mondo, non basta, se al talento non si accompagnano veri valori. E se ai veri valori non si accompagnano comportamenti adeguati e conseguenti. Piangere Maradona ha senso solo se si capisce questa lezione. Altrimenti è ipocrisia, sono solo lacrime di coccodrillo.

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