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Mercoledì 25 Novembre 2020

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LA SCELTA

Perché diciamo no a chi sa solo odiare

Perché diciamo no a chi sa solo odiare

«Scendiamo da questa giostra, usciamo da questa piazza malsana che ci fa diventare quello che non siamo, che non siamo mai stati e che non vogliamo diventare, ovvero la piattaforma di lancio di chi sfrutta questo tipo di dinamiche alimentando scontri e tensioni, oltre che una vera e propria campagna di disinformazione. Non intendiamo barattare la nostra visibilità con la convivenza a questo gioco malato». Il «gioco malato» è quello degli odiatori da tastiera che invadono di post violenti, insultanti, bugiardi tutti i i siti web social e in particolare quelli degli organi di informazione. A prendere la decisione estrema di «scendere dalla giostra», cioé iniziare «un lockdown per Facebook» chiudendo la pagina social ai commenti è «Il Giornale di Brescia». Rinunciare al rapporto diretto con il proprio pubblico, cioé a uno degli elementi fondanti per quegli organi di informazione che nei decenni sono riusciti a costruire con esso un rapporto di fiducia e di interscambio è stata per loro una scelta dolorosa, per certi versi comprensibile. A darne conto è la direttrice Nunzia Vallini, con grandissima, evidente, amarezza, dopo aver constatato che «anche solo un’informazione di servizio come i criteri di chiusura o apertura di bar e ristoranti sono diventati pretesto per insultare questo e quello, con minacce più o meno esplicite». Porte chiuse ai commenti fino a nuovo ordine per provare ad arginare quello che a tutti gli effetti è uno scontro culturale mondiale senza precedenti, irreversibile e di dimensioni mai conosciute.

Gli haters (che significa «odiatori»), sono un esercito sempre più folto, aggrediscono tutti i giornali, bersaglio preferito perché con i loro siti garantiscono grande visibilità, compreso il nostro, come ha spesso sottolineato il direttore Marco Bencivenga vestendo innumerevoli volte, efficacemente, i panni del «domatore» dei leoni da tastiera. Ma è una battaglia che vale davvero la pena di combattere quella contro gli haters nella speranza di arginare il numero di «morti» e «feriti», oppure conviene chiudersi nel proprio fortino e resistere in attesa di tempi migliori che probabilmente non arriveranno mai? La domanda centrale: è il momento di ammainare la bandiera e correre in ritirata di fronte all’avanzare della barbarie? Di privarsi del diritto-dovere di interloquire, magari anche aspramente (perché no?), con gli utenti che – al contrario degli haters - rispettano le idee e le sensibilità altrui, con i lettori che hanno il desiderio di esprimere un parere, di aggiungere considerazioni al lavoro dell’informazione? La nostra risposta è «no». Non concederemo il via libera a chi usa la rete e i nostri social come sfogatoio delle proprie frustrazioni e per veicolare idee dalla deriva pericolosa, a cominciare da negazionisti del Covid. No, non consentiremo che per colpa della frangia violenta del web a rimetterci siamo tutti gli utenti per bene. Accettiamo, al contrario, di batterci contro chi augura la morte, contro chi insulta, contro chi provoca. Ma non andremo al confronto con le armi spuntate. Investiremo risorse umane ed energie mentali per rintuzzare quotidianamente e scientificamente chiunque «nascosto sotto i nickname più improbabili, avveleni le discussioni con commenti improntati a un odio violento e immotivato», per dirla prendendo in prestito la definizione di haters dell’Accademia della Crusca. L’azione «magica» è bannare, cioè oscurare chi viola le regole della cosiddetta «netiquette», cioè il galateo delle regole di comportamento in rete volte a garantire il rispetto reciproco tra gli utenti. Non sarà facile. Chi è avvezzo alle dinamiche del web, sa bene che i cosiddetti troll —soggetti che interagiscono con messaggi provocatori, irritanti o semplicemente senza senso con l’obiettivo di disturbare le discussioni in atto e fomentare gli animi— ora utilizzano come truppa d’assalto i «bot», abbreviazione di robot, cioè algoritmi di intelligenza artificiale che sanno «parlare» e scrivere come utenti umani e che sono in grado di inondare qualunque chat, gruppo di discussione o social con messaggi falsi, violenti e reiterati. Sarà capitato a tutti di vedere un «meme» con il simpatico faccino di un personaggio dei fumetti irrompere in un gruppo e devastarlo. Se si cerca di risalirne all’origine, per lo più si approda a utenti dei vari social senza storia e senza nomi. La conclusione è che sono stati creati solo per destabilizzare. Chiuderemo le porte d’accesso agli «zombie» della rete e le apriremo ancora di più agli utenti veri, che hanno qualcosa da dire e lo fanno con rispetto. Non si tratta di censura ma di autodifesa. Quando sarà il caso di usare la mannaia lo decideranno la professionalità e la sensibilità dei nostri colleghi impegnati sul web. Quando ci vuole ci vuole, come hanno insegnato di recente i giornalisti di alcune reti televisive americane quando hanno «bannato» dall’etere addirittura il presidente uscente Donald Trump lanciato in accuse di frode elettorale senza esibire alcuna prova.

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18 Novembre 2020