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CREMONA

Trent'anni senza Ugo Tognazzi, il ricordo dei figli

Ricky: «Attore unico. È vivo nei suoi film». Gianmarco: «Papà era un inquieto. Nella voglia di fare ho preso da lui»

Trent'anni senza Ugo Tognazzi, il ricordo dei figli

CREMONA (27 ottobre 2020) - Trent'anni senza Ugo Tognazzi. Lo straordinario attore cremonese, nato a Cremona il 23 marzo 1922 e morto a Roma il 27 ottobre 1990, viene ricordato dai figli Ricky e Gianmarco.

«Ugo si sarebbe rinchiuso a Velletri – immagina Ricky Tognazzi pensando in situazione di lockdown al padre morto trent’anni fa il 27 ottobre 1990 -. Anzi non so cosa avrebbe fatto, a pensarci bene. Ugo era un uomo libero, che amava la convivialità, stare con la gente, era un uomo che amava intensamente ogni cosa, amava l’amore. Per lui la socialità era tutto. Credo che della situazione di oggi ne avrebbe sofferto eccome».

E lei?
«Beh, la preoccupazione è tanta, lo è per me e per il settore. Chiudere di nuovo i cinema rischia di azzoppare definitivamente il nostro comparto. Anche questo si lega alla socialità di Ugo. Il cinema è un rito sociale. Non si tratta di vedere solo un film. Tanto è vero che se vedi un film in tv o su Netflix alla fine rischi di non ricordartelo. Vedere un film in sala è una parte di un’esperienza, è un sogno condiviso con le persone che ti circondano, con la fidanzata con cui sei andato al cinema. Andare al cinema è anche mettersi in ultima fila a pomiciare con la tua ragazza… Di quella serata ti rimarrà impressa la pomiciata, ma anche il film. Almeno per me è così».

La socialità della sala è strettamente connessa con la socialità vissuta così intensamente da Ugo Tognazzi?
«Credo di sì, e lo è anche nella memoria che Ugo ha lasciato di sé, e non parlo solo per la famiglia, ma per la gente».

Cosa intende dire?
«Trent’anni sono tanti. Sono la vita di un una persona. Eppure ancora oggi mi capita spesso e volentieri di incontrare persone che mi parlano di mio padre come se fosse una loro conoscenza. Solitamente iniziano col farmi i complimenti per il mio lavoro, ma poi, inevitabilmente, arrivano a Ugo e ne parlano come se fosse ancora vivo».

«La perdita di un padre è sempre traumatica. Per me lo è stata in maniera particolare – racconta Gianmarco Tognazzi -. La dico tutta, io non ho accettato mai fino in fondo la questione della morte, ho cercato sempre di non averci a che fare».

E dunque quando è morto suo padre…
«Mi sono confrontato con essa, ma fino a un certo punto».

Perché?
«La rielaborazione del lutto è più o meno lenta a seconda dei casi, ma per chi ha la fortuna di avere genitori che hanno vissuto di una certa notorietà le cose si complicano. Ma questo può avere anche degli aspetti positivi».

Ovvero?
«Non so a quanti può capitare di rincontrare proprio padre anche a distanza di trent’anni. A noi capita. Mi capita di rivederlo in tv, nei suoi film, nelle trasmissioni in cui si parla di cucina. E fa strano, magari, sentire la sua voce dalla televisione di casa. Insomma Ugo è alla fine sempre con noi, con me e non solo perché negli anni ho cercato di curarne la memoria, di assembrare i materiali».

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27 Ottobre 2020