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Martedì 20 Ottobre 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La pandemia? Bastava chiedere consiglio alle nonne

La pandemia? Bastava chiedere consiglio alle nonne

Il direttore Marco Bencivenga

Le nostre nonne, refrattarie alle parole inutili e abituate ad andare dritte al sodo, avevano le idee chiarissime: prima o poi - ammonivano - tutti i nodi vengono al pettine. Una metafora estremamente efficace per dire che quando c’è un problema, negarne l’esistenza è inutile. Tanto, presto o tardi si riproporrà, riemergerà, tornerà a galla. Perché nessun problema ignorato si risolve da solo. Al massimo si può fingere per un po’ di non vederlo, e guadagnare tempo. Ma tra un giorno, un mese o un anno bisognerà tornare ad affrontarlo, perché un altro caposaldo della saggezza popolare avverte che nascondere la polvere sotto il tappeto è inutile: prima o poi salterà fuori. Ed è esattamente ciò che sta capitando in questo tempo di pandemia, perché non tutti i problemi che ci affliggono e complicano le nostre giornate sono figli del Coronavirus. Certo, il Covid-19 è un flagello, maledetto di suo, ma non lo si può certo incolpare di tutto ciò che non funziona: non è colpa del virus, per esempio, se il costo del lavoro è insostenibile, perché costringe le aziende a spendere più del doppio di quanto arriva nelle tasche dei loro dipendenti; non è colpa del virus se il sistema previdenziale è al collasso, con il numero dei pensionati che ha ormai superato quello dei lavoratori attivi, nonostante il continuo innalzamento dell’età minima per potersi «ritirare»: una condanna per chi vede il traguardo della pensione allontanarsi sempre di più, un tappo per le nuove generazioni impossibilitate a entrare nel mercato del lavoro se i loro padri e le loro madri sono costretti a «occupare il posto» fino a 67 anni (paradossalmente, in questo campo la pandemia Covid-19 potrebbe risultare un vantaggio, perché con il suo terribile carico di morte ha ridotto la cosiddetta «speranza di vita» che viene utilizzata dall’Inps e dai governi come parametro per il calcolo dell’età pensionabile).

Ancora: non è colpa del virus se i tempi della giustizia sono imbarazzanti, al limite dell’inciviltà; se l’evasione fiscale resta una pratica estremamente diffusa in gran parte del Paese; se la Pubblica Amministrazione è un Ucas (Ufficio complicazione affari semplici) anziché un efficiente strumento a disposizione di imprese e cittadini; se i treni regionali arrivano in ritardo, sono superaffollati e non garantiscono ai passeggeri neppure il posto a sedere, altro che il giusto distanziamento. Ecco: la questione dei trasporti pubblici, più di tutte, è emblematica, la fotografia esatta delle criticità del sistema Italia. Dal caso Alitalia - forse il più grande esempio di sperpero di denaro pubblico della storia - all’inefficienza del trasporto locale l’involuzione del Paese si spiega anche così, con le strade piene di buche, manco fossero state colpite da un bombardamento, le amministrazioni locali che anziché asfaltarle impongono limiti di velocità sempre più bassi (così, si mettono al riparo da possibili responsabilità e, en passant, si garantisco introiti sicuri grazie alle slot machine chiamate autovelox), progetti autostradali come la Cremona-Mantova restano nel limbo per trent’anni, sospesi fra opportunità e dubbi amletici, mentre i territori che dovrebbero unire pagano dazio a un deleterio isolamento nell’era della condivisione e della caduta di tutti i confini, geografici, commerciali e... virtuali. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma l’epicentro del problema trasporti è rappresentato dalla più incredibile delle prospettive: la necessità di chiudere le scuole non perché i contagi siano esplosi all’improvviso, perché manchino i docenti (sono pochi e malpagati, è vero, ma è così da sempre) o perché le aule non siano sufficienti: le scuole potrebbero essere chiuse perché non si riesce a garantire agli studenti la possibilità di raggiungerle senza rischiare di ammalarsi. All’improvviso chi ci governa ha “scoperto” che ogni mattina per arrivare a scuola milioni di ragazzi viaggiano stipati come sardine su autobus assolutamente inadeguati: pochi posti, poche corse, poca o nessuna sicurezza a bordo. Bingo! La verità é che la pandemia non ha creato un problema che non c’era, ma ha solo acceso un faro su una realtà che era già sotto gli occhi di tutti, anche se nessuno la voleva vedere. Bastava tenerli aperti, quegli occhi, anziché chiuderli o voltare lo sguardo da un’altra parte. L’archivio de La Provincia è stracolmo di articoli e di fotografie che denunciano il grado di sovraffollamento dei pullman che ogni giorno collegano i paesi del territorio alla città, documentano le sveglie all’alba degli studenti, costretti a partire da casa con il buio per arrivare a scuola in tempo utile, denunciano i continui tagli imposti al cosiddetto Tpl (trasporto pubblico locale), perennemente alla ricerca di un punto di equilibrio fra necessità del servizio, risorse disponibili e sostenibilità. Vale per Cremona, come per Brescia, per Livorno o per Benevento. Vale per i trasporti, come per la sanità. Se nel primo caso mancano i mezzi e il personale, nel secondo manca un piano nazionale, mancano standard uniformi (ogni Regione fa da sé, talvolta nel bene, spesso nel male), mancano gli infermieri perché si offre loro una paga troppo bassa rispetto alla fatica, alla delicatezza e ai rischi della professione; mancano i medici, non perché non ci siano giovani attratti dal camice bianco, ma perché alle università è stato imposto il numero chiuso, più utile a garantire le rendite di posizione di chi medico è già che ad offrire reali opportunità a chi vuole diventarlo. Purtroppo, anche questo è tipico in Italia: non si parte mai dai fabbisogni, per programmare le risposte, ma - rovesciando la prospettiva - prima si creano figure inutili, poi ci si chiede come impiegarle e si rimpiange di non avere quelle che servirebbero davvero. Anche così la pandemia è diventata un’emergenza: non solo per i danni che produce, ma perché amplifica tutto ciò che non funziona. Che non funzionava già da prima. La speranza è che possa davvero servire come lezione. Il prezzo da pagare resta e resterebbe altissimo. Ma almeno porterebbe a qualcosa di positivo. Speriamo. In fondo, come dicevano sempre le nostre sagge nonne, la speranza non costa niente. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI FOTO E VIDEO

17 Ottobre 2020

Commenti all'articolo

  • renzo

    2020/10/18 - 12:34

    Finché consegnamo l'Italia a politici pervenu,, a laureati in legge abituati a tribunali (azzeccagarbugli) e non a condurre aziende o imprese, a gente capaci di programmare, saremo sempre cosi, se non peggio. Ad ognuno il proprio mestiere.... lo stato è una azienda con conti economici da renere in considerazione, non da distruggere. Gente pratica, non con la testa nelle nuvole. E basta con il luogo comune degli stipendi miseri......

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    • la talpa

      2020/10/19 - 11:17

      Ben detto condivido.....e aggiungo chi ci governa non è capace di cambiare

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