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IL PUNTO DEL DIRETTORE

I silenzi valgono più delle parole

Marco Bencivenga

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fpavesi@cremonaonline.it

07 Ottobre 2020 - 06:24

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Il direttore Marco Bencivenga

Due ore piene di parole. E due soli applausi dalla platea (oltre ai battimani di cortesia al momento di presentare o congedare i relatori di volta in volta sulla scena). Se è vero che i silenzi contano più delle parole, l’impassibilità mostrata ieri dai 502 ospiti dell’assemblea generale di Confindustria Cremona ha detto molto: è stata il termometro del disagio ormai evidente di cittadini e imprese nei confronti di un’intera classe politica, non di questo o di quel partito, non di questo o di quel leader politico, ma del sistema nel suo complesso. I mancati applausi della platea sono stati un’invocazione muta: basta parole, basta annunci, basta promesse. Fate qualcosa di concreto. Se si vuole davvero rilanciare l’Italia, trasformando l’emergenza Coronavirus in una reale occasione di ripartenza – ha detto il silenzio della platea – i politici non devono più vivere in perenne campagna elettorale, ma confrontarsi su idee, programmi e visioni, devono fare scelte coraggiose, rispettare impegni e scadenze. E lo devono fare pensando esclusivamente al bene del Paese, non al proprio consenso personale. Perché ci si salva solo tutti insieme. Oggi o mai più.

Ai cinque big della politica messi a confronto sui temi di maggiore attualità (uso obbligatorio delle mascherine, utilizzo dei fondi europei, rischi per l’occupazione, fallimento del reddito di cittadinanza, cronici ritardi della burocrazia, fisco opprimente) va dato atto di non aver dato vita alla solita rissa. Salvini, Meloni, Salini, Misiani e Colaninno (in rappresentanza dei cinque maggiori partiti italiani: Lega, Fdi, Forza Italia, Pd e Italia Viva, assente il M5S perché ha declinato l’invito) si sono dati un tono, rispetto ai comizi di piazza hanno provato a volare alto, hanno duellato in punta di fioretto anziché brandire la spada, ma lo spettacolo che ne è uscito è parso più una puntata di Porta a Porta fuori sede (identiche perfino le poltroncine bianche del salotto) che una reale occasione di confronto fra persone disposte ad ascoltarsi e a venirsi incontro. Certo, Salvini ha stemperato il suo anti-europeismo («Non sono contro l’Europa – ha concesso – ma se l’Europa taglia 3 miliardi all’agricoltura o mi impone la tassa sulla plastica e sullo zucchero, io non abbasso la testa»); Meloni e Colaninno si sono detti d’accordo tante di quelle volte da spingere il moderatore della tavola rotonda a celebrare la nascita di un nuovo partito, Fratelli d’Italia Viva; Misiani ha ammesso che il piano del Governo per uscire dalla pandemia «non può nascere solo nelle stanze di Palazzo Chigi, ma dev’essere condiviso con le parti sociali e i corpi intermedi» e Salini ha dato una lezione di coerenza ricordando che il giusto percorso di chi governa è: prima stabilire quali sono i bisogni e poi capire come finanziarli, non prima portare a casa i soldi e poi interrogarsi su come spenderli. Tutte buone argomentazioni. Ma gli appelli iniziali di Buzzella, il presidente provinciale di Confindustria, sono rimasti senza risposta. Eppure meritavano considerazione perché rivendicavano il valore sociale del lavoro in contrapposizione all’assistenzialismo improduttivo, hanno strappato il primo applauso alla platea denunciando il rischio di «deriva da Paese sudamericano» dell’Italia, «se illude il cittadino di poter distribuire reddito anziché crearlo attraverso il lavoro», chiedevano di trasformare il fisco da mero meccanismo di cassa a leva della competitività, invocavano «un masterplan degli investimenti e più fondi per l’innovazione, perché un Paese che non investe e non innova non è un Paese fermo, ma un Paese che va indietro». Soprattutto - dopo aver osservato che negli ultimi anni «la preparazione della classe politica si è abbassata», tanto che «non c’è più un’adeguata conoscenza dei problemi da risolvere» - ponevano un quesito angosciante: «Qual è il criterio con cui viene scelto un ministro?». Ci sarebbe stato bene un altro applauso... Sulla stessa lunghezza d’onda, in chiusura di lavori ha avuto buon gioco Bonomi, il nuovo presidente nazionale degli industriali, a liquidare due ore di belle parole rivolgendo ai politici presenti un interrogativo destinato ad essere scolpito nel marmo: «Per gestire la ripartenza invocate commissari, deroghe e poteri speciali. Ma io mi chiedo: perché? Io voglio un Paese che funzioni normalmente, non in perenne emergenza!». E qui è scattato il secondo e ultimo battimani della platea. Poi il leader nato a Crema è andato oltre: «Il problema non sono l’Olanda che attira le imprese o il Portogallo che diventa la mecca dei pensionati, ma l’Italia che li fa fuggire. Non si può dire bravissime alle imprese che hanno tenuto in piedi il Paese durante il lockdown, ma non ascoltarle mai quando c’è da decidere qualcosa». Al Governo, Bonomi ha chiesto «decisioni rapide su partite decisive come credito, trasporti, infrastrutture, siderurgia e riforma degli ammortizzatori sociali che sono in stallo da mesi»; ha chiesto una reale disponibilità all’ascolto «che non significa mandare 300 pagine di decreto in bozza a tarda sera e pretendere una risposta entro la mattina successiva», tantomeno «considerare noi imprenditori brutti, sporchi e cattivi e poi far pagare a noi la Cassa integrazione che l’Inps non riesce a erogare, senza neppure aver mai chiesto di cosa c’è davvero bisogno». Più di tutto, Bonomi ha ricordato alla maggioranza «la responsabilità di ascoltare le opposizioni» in questo particolare momento storico. E perché nessuno lo interpretasse come una scelta di campo, ha mandato un messaggio forte e chiaro anche a Meloni e Salvini: «Non possiamo permetterci di essere anti-europeisti». Vale oggi. E per il futuro. Chiunque sarà al governo. Buzzella potrebbe chiedersi perché un leader così non fa il ministro, anziché «soltanto» il presidente di Confindustria. Ma la domanda resterebbe probabilmente senza risposta. A volte, è proprio vero, il silenzio vale più di mille parole.

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