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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Industriali e politica, crash test a Cremona

Marco Bencivenga

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04 Ottobre 2020 - 07:29

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Il direttore Marco Bencivenga

Dopodomani i riflettori di tutta Italia si accenderanno su Cremona, in occasione dell’assemblea provinciale di Confindustria in programma nei padiglioni di CremonaFiere. L’assise generale dell’associazione che raggruppa gli imprenditori cremonesi (450 aziende e 23.855 dipendenti in un territorio che produce oltre 10 miliardi di euro di Pil) rappresenta ogni anno un importante appuntamento di confronto, bilancio e prospettiva, ma stavolta più che mai l’attesa è grande, per almeno tre buoni motivi: 1) perché l’economia italiana e di tutto il mondo sta facendo i conti con la più grande crisi dell’ultimo secolo, a causa della drammatica pandemia da Coronavirus; 2) perché il post-Covid, oltre a mettere a rischio migliaia di imprese e milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, assegna al Governo italiano una quantità di risorse economiche senza precedenti (oltre 200 miliardi di euro fra prestiti e finanziamenti europei a fondo perduto, una montagna di soldi da spendere presto e bene); 3) perché per la prima volta nella storia a guidare l’associazione degli industriali a livello nazionale è un cremonese, per la precisione un cremasco, quel Carlo Bonomi che - dopo essersi ritagliato un ruolo di rilievo nel campo biomedicale con le sue modernissime aziende - lo scorso 20 maggio è stato chiamato a succedere a Vincenzo Boccia come leader e portavoce di tutti gli imprenditori italiani.

Rispetto al flebile predecessore, fin dal giorno dell’insediamento Carlo Bonomi da Crema si è proposto come spina nel fianco, pungolo e interlocutore forte del Governo, richiamando il presidente del Consiglio e i suoi ministri a sburocratizzare il Paese, a realizzare le infrastrutture materiali e tecnologiche indispensabili per garantire competitività alle imprese e, soprattutto, ad avviare una forte politica industriale, abbandonando ogni forma di assistenzialismo improduttivo, a partire dal Reddito di Cittadinanza, paradigma dei sussidi a pioggia utili a garantire consenso elettorale, non certo a creare sviluppo. Se in prima battuta il presidente del Consiglio e i vari ministri - abituati a una Confindustria filogovernativa - si sono trovati spiazzati davanti a un interlocutore tanto tosto e determinato, ultimamente gli spigoli sembrano essersi smussati e le distanze ridotte. Martedì scorso, in particolare, in occasione dell’assise nazionale di Confindustria, Carlo Bonomi e Giuseppe Conte si sono trovati a parlare la stessa lingua. «Davanti a noi abbiamo una grandissima sfida e non ci sono alternative: dobbiamo vincerla e lo possiamo fare solo tutti insieme», ha riconosciuto il premier sottolineando che «oggi ci sono i presupposti per lavorare a un patto per l’Italia». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader degli industriali: per uscire dalla crisi post Coronavirus, ha detto, «servono una visione alta e lungimirante, un nuovo patto per l’Italia e un’azione comune, perché se non sarà comune non sarà un’azione efficace». «Se fallisce, non va a casa solo lei, andiamo a casa tutti, e non ce lo possiamo permettere, perché il danno per il Paese sarebbe immenso», ha aggiunto Bonomi, guardando Conte dritto negli occhi, prima di tornare a invocare «misure mirate e progettualità, anziché sussidi» per non rischiare di trasformare l’Italia nel «Sussidistan», il Paese dell’assistenzialismo senza prospettive. Sfoderando un volume di ben 385 pagine contenente le proposte di Confindustria al Governo per i prossimi trent’anni, il leader nazionale degli industriali ha dato atto a Conte di essersi aperto all’ascolto («Dagli ammortizzatori sociali alle diseguaglianze di genere e di territorio, la nostra posizione non è mai cambiata: la novità è che ora abbiamo trovato disponibilità, un’apertura molto forte e un buon inizio di dialogo, segno che la strada che indichiamo da mesi è quella corretta»), ma lo ha pure inchiodato alle sue responsabilità: «Serve il coraggio del futuro», ha ammonito Bonomi, trovando sponda nel ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli («In questo momento di svolta - ha ammonito - non possiamo far prevalere le contrapposizioni, perché la storia ci guarda, ci guardano i nostri figli»). Confindustria e Governo sembrano dunque aver ritrovato piena sintonia sulle scelte da compiere per rilanciare l’economia nazionale, quindi l’intero Paese. Ma se si tratta soltanto di buoni propositi o di un’intesa reale lo dirà proprio l’assemblea di dopodomani a Cremona che prevede un confronto ravvicinato fra i leader delle principali forze politiche. Il presidente provinciale degli industriali, Francesco Buzzella, aveva scelto di invitare i segretari di partito: il problema è che non tutti hanno risposto allo stesso modo. Se il centrodestra farà scendere in campo i suoi big (Matteo Salvini per la Lega, Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia e l’eurodeputato cremasco Massimiliano Salini per Forza Italia), il M5S - sempre incerto fra essere forza di governo o di piazza, anche se da due anni e mezzo viaggia ormai in auto blu - ha declinato l’invito, preso com’è nelle sue guerre intestine; il Pd anziché Nicola Zingaretti ha incaricato Antonio Misiani (mente sottile e viceministro dell’Economia, sì, ma non proprio un pezzo da novanta da contrapporre ai giganti dell’opposizione) e Italia Viva, anziché dall’ex premier Matteo Renzi, si farà rappresentare dall’imprenditore presentato alla politica Matteo Colaninno. Potrebbe uscirne un confronto politicamente sbilanciato, ma non è colpa degli organizzatori. In ogni caso, Cremona rappresenterà il crash test della fresca sintonia Conte-Bonomi e avrà la straordinaria occasione di farsi ascoltare dai maggiori protagonisti della politica italiana, un’occasione quasi irripetibile, da giocarsi bene, certamente da non perdere. La tentazione, probabilmente, sarà quella di avanzare una serie di richieste: obiettivo legittimo (volendo, la lista dei desideri del territorio sarebbe lunga, lunghissima, quasi infinita) ma dal punto di vista strategico sarà molto più utile mettere a fuoco uno, due, al massimo tre obiettivi imprescindibili. Perché la soglia dell’attenzione di chi fa politica in tournée permanente è comprensibilmente bassa. Molto meglio focalizzare pochi concetti base, che i leader politici presenti potranno tenere a mente una volta lasciata l’assemblea cremonese per partecipare a un altro appuntamento o al solito salotto tv. Primo target, dunque: un impegno serio e definitivo dei politici di ogni colore a favorire la realizzazione dell’autostrada Cremona-Mantova, da anni la più grande promessa incompiuta per la Lombardia sud orientale. In seconda battuta il potenziamento dei collegamenti ferroviari per merci e passeggeri, oggi «clienti» difficili perfino da distinguere, tanto è bassa la qualità dei servizi offerti da Fs, Trenord e Rfi. In terzo luogo: la fornitura di efficaci connessioni 4.0, le famose «autostrade digitali» indispensabili alle imprese per dialogare con clienti e fornitori di tutto un mondo, in attesa della rivoluzione 5G, la controversa tecnologia che promette miracoli, ma chissà se arriverà solo nelle metropoli o anche nelle mille periferie d’Italia. Solo se questi tre macro-obiettivi saranno fissati nell’agenda del Governo e delle forze d’opposizione e magari inseriti nel pacchetto dei progetti da finanziare grazie ai fondi europei, nel giro di pochi anni la provincia di Cremona uscirà finalmente dall’isolamento in cui è finita (o si è felicemente autoconfinata in passato) e garantirà nuove prospettive ai quattro pilastri che reggono la sua poliforme economia: la diffusa filiera agroalimentare, il distretto cremasco della cosmesi, il solido polo cremonese della siderurgia e il piccolo - ma storico, preziosissimo, unico al mondo - microcosmo della liuteria. Pochi territori in Italia possono vantare una simile concentrazione di eccellenze. Eppure Cremona è spesso costretta a indossare i panni di Cenerentola. Sfruttare la doppia, grande occasione - fondi record a disposizione del Governo e presidente nazionale di Confindustria di origini cremasche - significherebbe invertire finalmente la rotta. Porre le basi per un futuro migliore. E lanciare in grande stile l’altro evento che fra poco più di un mese riaccenderà i riflettori di tutta Italia sulla piccola, grande Cremona: l’inaugurazione del Campus Universitario della Cattolica alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un salto nel futuro per la città delle celebri tre T che - con tutto il rispetto per torrone, torrazzo e... rotondità femminili - potrà così diventare la città dell’FRI - formazione, ricerca, innovazione - garantendo un domani allettante alle nuove generazioni. Addirittura, Cremona potrebbe diventare una città attrattiva per i giovani, anziché una realtà da cui fuggire, come la considerano oggi molti Under 30 cremonesi, secondo la nota ricerca recentemente realizzata dallo Studio Ambrosetti. Se ci trovassimo sulle rive del Tevere, anziché del Po, di fronte a due appuntamenti tanto decisivi la sintesi finale sarebbe scontata: fusse che fusse la vorta ’bbona... (cit). Non so come si scrive in cremonese, ma il senso dell’auspicio mi pare assolutamente condivisibile e chiaro. 

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