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Mercoledì 28 Ottobre 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Hanno vinto tutti, anzi soltanto i leader

L'obiettivo bandiera e il rischio dell'autogol

Il direttore Marco Bencivenga

Hanno vinto tutti. Non è proprio vero. Ma (quasi) tutte le forze politiche hanno buoni motivi per dire d’aver vinto la sfida elettorale, pescando a piacimento l’esito più favorevole fra il voto del referendum costituzionale e delle Regionali. Esulta il M5S, che si era intestato il taglio dei parlamentari e ha vinto due volte: la prima con un’affluenza superiore al 50% (non era affatto scontata), la seconda con il 69,5% di Sì alla riduzione del numero di deputati e senatori a partire dalla prossima legislatura. I matematici potrebbero dire che più di due italiani su tre hanno approvato la riforma, ma, con un calcolo più complicato, potrebbero anche certificare che più della metà del Paese era «non a favore», perché il 69,5 per cento del 53,8% degli aventi diritto è minoranza nel Paese. In teoria, un’obiezione sensata; in politica un’obiezione fuori corso, perché all’apertura delle urne c’è solo un parere che vale: quello di chi ha votato. Chi ha rinunciato a esprimersi perde il diritto di recriminare. Se la larga vittoria del Sì ha permesso a Vito Crimi, reggente pentastellato, di affermare che il «M5S è la forza trainante del Governo e il motore del cambiamento», il Pd può mettere sulla bilancia tre importanti successi alle Regionali: se la conferma di De Luca in Campania era sicura (e il 67,7% dei consensi la certifica, con il candidato del centrodestra Caldoro fermo al 16,3%, poco sopra il 12,9% raccolto dalla pentastellata Ciarambino), non altrettanto si poteva dire del bis di Emiliano in Puglia (46,7%, contro il 38,9 del forzista Fitto nonostante il fuoco amico della cinquestelle Laricchia, che ha drenato l’11,3%). Ancor meno sicuro alla vigilia il successo di Giani in Toscana (48,9%, contro il 40% della leghista Ceccardi e il 6,4 della cinquestelle Galletti).

Vero è che il centrosinistra ha perso le Marche (il candidato Mangialardi si è fermato al 37,2% contro il 48,9 del vincitore Acquaroli, primo «fratello d’Italia» a diventare presidente di Regione) ma - in attesa del risultato della Valle d’Aosta che aprirà le urne solo oggi - alla vigilia del doppio spoglio la coalizione che sostiene il Governo avrebbe firmato con il gomito il 3-3 uscito dalle urne. Se lo stesso Salvini, bontà sua, ha dichiarato che non chiederà elezioni anticipate, significa che l’alleanza giallorossa ha superato il crash test delle due R: Regionali e Referendum. Il prossimo passo sarà un’altra R, la Riforma della legge elettorale, come ha subito messo in chiaro il segretario dem Zingaretti, attribuendo al Pd il ruolo di «garante della modernizzazione delle istituzioni». Il M5S sarà di parola e manterrà la promessa fatta in cambio del sofferto Sì del Pd al taglio dei parlamentari? Pare proprio di sì, visto che Di Maio si è affrettato ad annunciare il proprio sostegno al ritorno al sistema proporzionale «per garantire la governabilità» del Paese. Posizione più che legittima, anche se fa sorridere che la stessa motivazione - garantire la governabilità - era stata utilizzata in passato per giustificare il passaggio al sistema elettorale maggioritario. Poco male: in politica, si sa, niente è più instabile delle certezze. Se il centrosinistra ha dunque buone ragioni per dichiararsi soddisfatto per l’esito del doppio voto del 20 e del 21 settembre, il centrodestra non può certo dirsi battuto, anzi: ha conquistato una Regione in più (le Marche), si è confermato con ampio margine in Liguria (56,0% per Toti contro il 39,2% di Sansa, l’unico candidato presidente sostenuto sia dal Pd sia dal M5S) e ha trionfato in Veneto con Zaia (per il governatore uscente, eroe della gestione Covid, è stato un autentico plebiscito: addirittura il 75,7 per cento dei consensi). Tutti felici e contenti, allora? Non proprio. Fra tanti sorrisi spiccano due facce scure: la prima è quella di Renzi, il leader di Italia Viva rimasto sotto la soglia minima delle sue (grandi) ambizioni che ora dovrà ideare una nuova strategia per non diventare ininfluente; la seconda è quella di Berlusconi, che ha vinto la lotta con il Coronavirus ma ha perso il «tocco magico» che lo aveva proiettato fra i grandi del mondo. Finiti i tempi d’oro, ora l’ex Cavaliere può solo restare aggrappato con le unghie al carro del centrodestra guidato da altri, visto che Acquaroli è uomo della Meloni, Zaia corre per sè (al massimo per Salvini), l’ex delfino Toti ha lasciato Forza Italia da un po’ e Fitto, altro ex azzurro sbiadito, ha incassato una sonora sconfitta. Forse, però, la vera morale dell’ultima tornata elettorale è un’altra: a vincere non sono stati i partiti, nè i programmi né - tantomeno - le ideologie. A fare la differenza sono stati i leader. A eccezione di Giani e Acquaroli, non hanno vinto il centrodestra o il centrosinistra, la Lega o il Pd, FdI o il M5S, ma le persone, anzi i personaggi: Zaia, De Luca, Toti, Emiliano. Ognuno con il suo profilo e il suo esercito personale di sostenitori. Si tratta dell’ennesima semplificazione della politica. Moderna, forse. Ma non necessariamente un bene.

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21 Settembre 2020