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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Qualità o quantità? Il dilemma della Politica

Marco Bencivenga

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dduchi@laprovinciacr.it

20 Settembre 2020 - 07:32

L'obiettivo bandiera e il rischio dell'autogol

Il direttore Marco Bencivenga

Oggi si vota. Non è un obbligo, non lo è mai (la Costituzione parla soltanto di «dovere civico», senza prevedere sanzioni per chi diserta le urne) e non lo è in particolare stavolta, in occasione di un referendum confermativo che non prevede neppure il vincolo del raggiungimento di un determinato quorum per essere valido: qualunque sarà l’affluenza alle urne fra oggi e domani, il verdetto del popolo sarà decisivo. Per far vincere il Sì o il No basterà la partecipazione al voto di una percentuale minima di italiani. E forse anche per questo nei giorni scorsi e nelle scorse settimane quasi nessuna forza politica sì è spesa in campagna elettorale: i confronti fra i sostenitori dell’una o dell’altra posizione sono stati pochissimi, sia a livello locale sia a livello nazionale; quasi inesistenti gli spot, i manifesti murali e gli spazi a pagamento su giornali di carta e canali digitali; rarissimi pure i banchetti e gli eventi promossi da partiti e comitati, come di solito avviene invece alla vigilia di ogni consultazione elettorale. Con simili premesse è facile prevedere una larga astensione. Eppure in gioco c’è una riforma epocale: la riduzione (o meno) del numero dei parlamentari da eleggere fra Camera e Senato (non subito, semmai, ma al prossimo giro). Se vinceranno i Sì i deputati scenderanno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200, con una riduzione secca del 36,5 per cento. Se vinceranno i No, tutto resterà come prima. 

Il problema è che, al di là dell’enunciazione di principio (dare una sforbiciata ai politici di professione e al loro costo per la collettività, obiettivo bandiera del Movimento 5 Stelle, non a caso unica forza politica a intestarsi il voto), stamattina all’apertura delle urne soltanto pochi italiani avranno l’esatta percezione della scelta che sono chiamati a compiere. Perché in gioco non c’è una scelta di principio (sì o no a divorzio, aborto, nucleare...), ma l’ordinamento dello Stato, tema sconosciuto ai più e, per gli esperti, aperto alle più diverse interpretazioni. Secondo i sostenitori del No, per esempio, un taglio lineare degli eletti senza una contemporanea riforma della legge elettorale rischia di rivelarsi un salto nel buio: chi favorirà il nuovo sistema? I partiti più grandi o i partiti più piccoli? E quali territori? I più popolati o i più influenti? A questa obiezione i sostenitori del Sì replicano che avere un Parlamento efficiente non è una questione di quantità, ma di qualità degli eletti. E sarebbe pure un principio condivisibile, se non fosse che si scontra con lo slogan «uno vale uno» che negli ultimi anni ha finito per catapultare in Parlamento perfetti sconosciuti senza alcuna preparazione politica. La possibilità per il cittadino qualunque di andare a sedersi alla Camera o al Senato, e da quello scranno determinare le sorti del Paese, è una bellissima forma di democrazia, in astratto. Nella pratica quotidiana, invece, rischia di rivelarsi un’illusione, forse addirittura un’utopia, perché se l’eletto non ha sufficiente competenza ed esperienza finisce per diventare schiavo dei partiti o, ancor peggio, di quell’apparato burocratico che proprio il M5S, convinto sostenitore della sforbiciata, voleva e vorrebbe scacciare dal Parlamento aprendolo «come una scatoletta di tonno». Non a caso in questa prima parte della legislatura in più di un’occasione proprio i vertici pentastellati hanno gridato al complotto, sostenendo che una «manina» invisibile avrebbe modificato il senso di alcune leggi, semplicemente sostituendo una parola nel testo originario, aggiungendo un aggettivo al posto giusto o inserendo un cavillo ad hoc. E di chi è quella manina, se non dei funzionari senza volto (ma strapagati) che affollano i palazzi romani del potere? Purtroppo la politica italiana è anche questo: una jungla di scafati azzeccagarbugli, burocrati onnipotenti, lobbisti senza scrupoli, portaborse a vario titolo, furbi, furbetti e furbastri usi a colpire nell’ombra. E se non si vuole pensare che si tratti solo di un morboso «attaccamento alla poltrona» chissà che non sia proprio questa nuova consapevolezza la ragione per cui il M5S, dopo aver abolito il limite dei due mandati per sindaci e amministratori locali, da tempo stia pensando di rendere ricandidabili anche i propri deputati e senatori che hanno già fatto due «giri» in Parlamento. «Mandarli a casa proprio adesso che hanno imparato come si fa e hanno capito che per stare nel Palazzo serve una preparazione adeguata sarebbe assurdo», ammette a microfono spento qualche esponente del Movimento. Il ragionamento non fa una grinza. Ma dimostra quanto fosse sbagliato il punto di partenza. Perché con gli slogan a effetto si possono pure vincere le elezioni, ma poi, per governare, bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà è fatta di alleanze, mediazioni, capacità di ascolto, competenza. «Anziché tagliare il numero dei parlamentari, bisognerebbe iscriverli a una scuola di formazione. E poi selezionarli attraverso un esame, quantomeno un test di diritto costituzionale», propongono alcuni sostenitori del No. Dal fronte del Sì replicano che, se si perde questa occasione per sfoltire i ranghi, il Parlamento non sarà mai più riformato: «Facciamo il primo passo, il resto verrà di conseguenza», suggeriscono. Il problema è che del doman non v’è certezza. Secondo qualcuno, la vera sfida è superare il bicameralismo perfetto che - nato dopo il fascismo per impedire l’accentramento del potere in poche mani - dopo oltre 70 anni si rivela in realtà un girotondo vizioso, con le stesse leggi a rimbalzare di continuo fra i due rami del Parlamento, prima di finire sulla Gazzetta Ufficiale ed entrare finalmente in vigore. Secondo altri, il problema è il progressivo venir meno del ruolo legislativo di Camera e Senato per il sovrapporsi di due inquietanti fenomeni: da una parte il sempre più frequente ricorso ai decreti del Governo (con tanto di cartellino giallo alzato dal presidente della Repubblica, per richiamare presidenza del Consiglio e ministri a più corrette prassi istituzionali), dall’altra l’imbarazzante tasso di assenteismo di troppi deputati e senatori. Basterà ridurne il numero per richiamarli ai loro doveri e farli lavorare di più? Difficile prevederlo. Secondo la politologa Nadia Urbinati, con lo snellimento degli organi collegiali elettivi, il potere si sposterà verso l’alto, non verso il popolo. Per questo - sostiene - se vincerà il Sì «il taglio lineare dei parlamentari non ci darà più democrazia», ma - al contrario - «agevolerà proprio quella casta che dovrebbe abbattere, rendendola simile ad un club molto esclusivo». Più che una vittoria, dunque, sarebbe un autogol. Ma non è facile districarsi su un terreno tanto insidioso e complesso. E a orientare gli italiani indecisi nella scelta del voto migliore non basta neppure l’appartenenza a questa o quella componente politica (M5S escluso) perché sia le forze di governo sia quelle di opposizione sono divise sul tema, qualcuna addirittura in controtendenza rispetto alla posizione assunta in Parlamento l’8 ottobre scorso, in occasione dell’approvazione della legge di riforma che ora il referendum deve confermare o affossare. Non bastassero le divisioni fra centrodestra e centrosinistra, anche all’interno dei singoli partiti le posizioni sono tutt’altro che unitarie e coerenti: il Pd, per esempio, è ufficialmente schierato per il Sì, ma solo per «fedeltà» all’alleato di Governo, al quale - in cambio - ha chiesto di sostenere la controriforma del sistema elettorale da maggioritario a proporzionale. Senza alcuna garanzia sul fatto che la promessa-baratto sarà mantenuta, però, molti esponenti Dem si sono smarcati dalla linea ufficiale del partito e hanno dichiarato pubblicamente che voteranno No. Situazione simile sul fronte opposto, con la Lega divisa fra il Sì convinto di Salvini, il No altrettanto deciso del numero 2 Giorgetti e del presidente della Regione Lombardia Fontana e il mal di pancia della base che un tempo urlava «Roma Ladrona» e ora, invece, teme che il taglio dei parlamentari possa minare il più antico principio fondatore leghista: la rappresentanza territoriale. L’unica forza che non si divide né contraddice mai è Fratelli d’Italia, ma fa un certo effetto trovarla schierata dalla stessa parte di M5S e Pd, anziché di Forza Italia, ufficialmente indecisa, ma tendenzialmente orientata verso il No, al pari della sinistra radicale. Al di là delle legittime ragioni di ognuno, la prospettiva peggiore post referendum è che la riforma Costituzionale approvata dieci mesi fa dal Parlamento e ora soggetta al voto popolare resti una riforma a metà. Come è successo con l’abolizione delle Province, che ufficialmente non esistono più e in realtà continuano a funzionare ed avere importanti competenze, seppur con minori risorse a disposizione. In pratica è scomparso solo il Consiglio provinciale eletto dai cittadini, a favore di un presidente senza indennità scelto da sindaci e consiglieri comunali del territorio. Risparmio minimo, complicazioni tante. Ne valeva la pena? A ogni cittadino la libertà di farsi un’opinione. E di votare di conseguenza. 

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