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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La questione migranti e il buon senso che manca

Marco Bencivenga

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fpavesi@cremonaonline.it

30 Agosto 2020 - 08:12

Divisi davanti al virus: così ci giochiamo la credibilità

Il caso Musumeci - ovvero, il grido d’allarme lanciato dal presidente della Regione Sicilia con un’ordinanza che imponeva lo sgombero «entro 48 ore» dei centri di accoglienza dell’isola, salvo essere congelata dal Tar per un conflitto di competenze con il Governo - ha riportato d’attualità lo scottante tema dell’immigrazione, questione complessa che da almeno vent’anni scuote e divide l’Italia. Musumeci, è chiaro, ha provato a forzare la mano, appellandosi all’«emergenza sanitaria» di cui è responsabile nella Regione che governa (perdippiù con maggiori poteri rispetto - per esempio - al presidente della Lombardia Attilio Fontana, in virtù del fatto che la Sicilia è una Regione a statuto speciale, al pari di Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia). Ministero dell’Interno e Governo hanno subito alzato la contraerea, considerando l’iniziativa una mossa prettamente politica, un tentativo di Musumeci (ex Msi, ex An, ora leader di una coalizione regionale di centrodestra) di dare «scacco al Re» (il premier Conte). La mossa non si è trasformata in uno «scacco matto» perché secondo il Tar l’ordinanza al centro del caso si basa su un presupposto - il rischio sanitario da Coronavirus dentro e fuori i centri che straripano di migranti - «non suffragato da alcuna rigorosa istruttoria che dimostri l’esistenza di un nesso fra la diffusione del Covid-19 tra la popolazione locale e il fenomeno migratorio». Un pregiudizio ideologico, secondo Musumeci, che giura invece di battersi «per la salute dei siciliani e degli stessi migranti». Non solo. Il presidente siciliano sfida Roma a vincere questa battaglia «con la forza della ragione e non con la ragione della forza».

Avesse aggiunto «Roma ladrona», avrebbe chiuso un cerchio e rovesciato il mondo. Ma, al di là di ragioni e torti di ognuna delle parti in causa, il vero problema è che un presidente di Regione e il Governo - anziché usare il telefono - si parlino attraverso i giornali o i Tribunali, sfoderando ricorsi e controricorsi. E per il cittadino spettatore non è certo un belvedere, a livello istituzionale. In un simile clima, avvelenato dalla solita, inaccettabile, corsa a chi la spara più grossa («I nostri figli non sono pacchi: Azzolina bocciata, dimettiti!», ha tuonato il leader della Lega contro la ministra dell’Istruzione, rea, a suo dire, di non gestore al meglio l’ormai imminente riapertura delle scuole; «Se durante l’emergenza Covid avessimo avuto al Governo Salvini e Meloni dove ci troveremmo oggi? Con le fosse comuni sulle spiagge?», ha replicato da par suo Zingaretti), una proposta di buon senso sul tema dell’accoglienza dei migranti è stata lanciata dal sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, già deputato di Ppi, Margherita e Pd: «L’immigrazione non è più un fenomeno emergenziale, ma un problema strutturale. Per questo - ha detto in un’intervista all’Huffington Post - non mi convincono e non bastano le modifiche al Decreto Sicurezza attualmente in discussione in Parlamento, ma serve una nuova legge, complessiva e moderna, che disciplini i flussi e introduca l’obbligo di lavori socialmente utili per i richiedenti asilo. Si tratta di decidere quante persone servono ogni anno all’Italia e da quali Paesi: è un tema scomodo, ma non di destra: tutti i Paesi moderni fanno così». Secondo Del Bono, solo in questo modo «il clima politico italiano cambierebbe e si toglierebbe il terreno sotto i piedi a Salvini, che non ha proposte sul tema, ma lo cavalca». Quanto alla sinistra, «ha una sorta di repulsione ad affrontarlo», accusa il sindaco di Brescia, ma «la maggioranza ha il dovere di arrivare a una nuova legge, visto che siamo ancora fermi alla Bossi-Fini». Il problema, sostiene Del Bono, è che «oggi in Italia si arriva solo in modo clandestino. Si sbarca e ci si infila nel percorso della richiesta d’asilo. Ed è una grande ipocrisia, perché tutti sappiamo che l’80-85% dei richiedenti rifugio sono in realtà migranti economici. Così si stressa l’istituto dell’asilo politico, che deve rimanere un’eccezione, e se ne sminuisce il valore agli occhi dei cittadini». Non bastasse, «oggi i migranti vengono smistati dai centri di accoglienza in strutture individuate dai bandi prefettizi, spesso hotel che li ospitano per lucro. Lì restano quasi due anni durante la procedura di richiesta di asilo, che per quasi tutti verrà bocciata. Nel frattempo non vengono né alfabetizzati né impiegati in servizi di pubblica utilità. Quindi bighellonano tutto il giorno. In alternativa, finiscono preda della microcriminalità e diventano spacciatori. Ed è questo che crea irritazione nei cittadini e gonfia l’elettorato della Lega. Se non vogliamo consegnare l’Italia alla propaganda, dobbiamo farci carico del problema: non capisco perché la maggioranza non affronti questo nodo. Bisogna assolutamente introdurre una norma che imponga agli immigrati la prestazione di servizi a favore dei Comuni che li ospitano: con 4-5 ore di lavoro al giorno — con regolare copertura assicurativa — potrebbero pulire i parchi cittadini o dipingere pali della luce e cancellate. Nelle nostre città le cose da fare non mancano di certo... Oggi — denuncia Del Bono — questo avviene solo su base volontaria, cioè quasi mai. E non si trova una soluzione alternativa, perché esistono due atteggiamenti ideologici contrapposti, ma che arrivano alla stessa, sbagliata conclusione: da destra si dice che i migranti toglierebbero posti agli italiani, ma è falso, perché noi sindaci non saremmo comunque in grado di assumere personale. Da sinistra si replica che così sfrutteremmo i migranti, ma è altrettanto falso, perché se li ospitiamo è giusto che restituiscano qualcosa». Difficile non essere d’accordo. Anche se in Italia troppo spesso ha successo la qualunque, meno un fattore: il buonsenso.

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