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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Competenza e buonsenso: la lezione di Draghi

Marco Bencivenga

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23 Agosto 2020 - 07:24

Competenza e buonsenso: la lezione di Draghi

Dal palco del Meeting di Rimini l’economista Mario Draghi, già presidente della Bce (la Banca centrale europea), ha illustrato nei giorni scorsi la sua ricetta per il post pandemia. In estrema sintesi: l’emergenza Coronavirus - ha avvertito Draghi - «minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società» perché «diffonde incertezza, penalizza l'occupazione e paralizza i consumi e gli investimenti». Per provare a scongiurare questi rischi, ha ricordato Draghi, l’Unione Europea e i singoli Governi nazionali sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell'occupazione e del reddito e, a costo di far crescere deficit e debito pubblico «a livelli mai visti prima in tempo di pace», hanno distribuito sussidi ai soggetti economici più colpiti, soprattutto a quanti «hanno provato a reagire»: imprese, famiglie, cittadini. «La direzione è corretta», ha sottolineato l’ex Governatore della Banca d’Italia. Attenzione, però, ha ammonito Draghi subito dopo: «I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ma prima o poi finiranno; l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre». E allora, «è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Ora bisogna fare e dare di più, soprattutto ai giovani». E per i giovani niente vale più dell’unica arma che garantisce libertà e sviluppo: la conoscenza. Ecco perché l’istruzione, secondo Draghi, «è un settore essenziale», in cui «la visione di lungo periodo deve sposarsi con l'azione immediata».

Investire nei giovani, ha ricordato, è stato sempre fondamentale, «ma la situazione attuale rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore», non solo perché «la partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento», ma anche per una «ragione morale», perché «il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato proprio da loro: i giovani». Da qui, la distinzione fra «debito buono, utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture e nella ricerca» e «debito cattivo», utilizzato per fini improduttivi, «in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico» (Draghi non l’ha detto, ma il riferimento a misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza è evidente). Teorie rivoluzionarie? Frasi sovversive? Un attacco al Governo Conte, come le ha interpretate qualcuno? No, con tutto il rispetto, «solo» condivisibilissime considerazioni dettate da una visione illuminata di presente e futuro. Eppure quelle parole al tempo stesso così semplici e chiare hanno suscitato grande clamore e unanimi consensi. Perché? Perché il buonsenso è diventato una notizia da prima pagina? La risposta viene d’istinto: perché nel cicaleccio indistinto delle opinioni, nella corsa forsennata a chi la spara più grossa, nella battaglia infernale a colpi di tweet (da Donald Trump in giù, i bombaroli da tastiera sono ormai un esercito a ogni latitudine), la normalità diventa eccezione, il ragionamento «alto» e articolato pare un miracolo, l’analisi lucida e di prospettiva un virtuosismo rispetto all’esternazione «a caldo» da postare sui social o da improvvisare in un salotto tv. Nel mondo che finisce per mettere sullo stesso piano eminenti scienziati e improvvisati commentatori, veri esperti e autoproclamati tuttologi, autentici intellettuali e ciarlatani di successo, forse il caso Draghi dimostra che la pandemia ha favorito un autentico miracolo: la riscoperta della competenza. Dell’autorevolezza. Del valore della conoscenza. Fosse davvero così, sarebbe un momento di svolta per l’intero Paese. Un salto in alto, un’evoluzione collettiva. Una lezione per un’intera generazione di politici senza pedigree, senza competenze, ma con tanto consenso. Perché è più facile parlare alla pancia che alla testa della gente. Forse è solo una speranza, forse è presto per cantar vittoria. Ma intanto un segnale è partito, un sasso è stato lanciato nello stagno. E - come sempre Mario Draghi ha suggerito, citando John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo - il primo passo dell’evoluzione è mettersi in discussione: «When facts change, I change my mind. What do you do, sir?». In italiano: «Quando la realtà cambia, io cambio il mio modo di pensare. E cosa fai tu, signore?». Già... Cosa facciamo noi, ognuno di noi? Quanto siamo disposti a cambiare, abbandonando vecchi schemi e vecchi percorsi per esplorare strade nuove? «Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento nei desideri delle nostre società, a cominciare da un sistema sanitario dove l'efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa - ha sottolineato Draghi -. La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei sedici maggiori Paesi del mondo al primo posto nella risposta dei governi a quello che può essere considerato il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è diventata una necessità ed è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società». Chi non saprà adeguarsi, resterà tagliato fuori. Chi non cambierà testa, rimarrà indietro. Chi si aggrapperà al passato o si arroccherà su antiche rendite di posizione, sarà escluso dai nuovi centri decisionali e di potere. E alla lunga sarà soppiantato dai giovani cui oggi minaccia di rubare il futuro. Forse è il caso di rivalutare il semplice «buonsenso» di Draghi. Forse le sue frasi così semplici e chiare sono davvero rivoluzionarie. Forse la normalità è la più efficace e moderna forma di eversione.

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