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CREMONA

«Un nuovo ospedale? Occasione imperdibile»

Il direttore generale Giuseppe Rossi vede solo aspetti positivi: «Ecco perché. I soldi? Ci sono»

Francesco Pavesi

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fpavesi@cremonaonline.it

23 Giugno 2020 - 07:48

Nuovo ospedale

di Marco Bencivenga

CREMONA (23 giugno 2020) - Meglio rifare l’attuale ospedale, spendendo 195 milioni di euro per ristrutturare un reparto alla volta, sapendo di dover convivere per 15 anni con cantieri e traslochi, o costruire una struttura ex novo, investendo 50 milioni in più, ma arrivando al traguardo in soli 8 anni, riorganizzando gli spazi secondo criteri più moderni e funzionali e abbattendo drasticamente i disagi per medici e pazienti?
Ridotto all’osso, il dibattito sul futuro del Maggiore si riassume in questa domanda. Che - depurata da ogni possibile disputa ideologica - porta a una conclusione ovvia. Per questo, di fronte al dibattito che da un paio di settimane contrappone i sostenitori delle due diverse opzioni - divisi per principio e per visione prospettica, più che dall’appartenenza politica - il direttore generale dell’Asst di Cremona, Giuseppe Rossi, lancia un appello a «osservare i dati con oggettività» ed «evitare di politicizzare la scelta».
Ai suoi occhi non ci dovrebbe nemmeno essere partita: l’evidenza tecnica sovrasta qualsiasi ragione affettiva e i vantaggi della soluzione più drastica - costruzione di una nuova struttura e progressiva demolizione dell’attuale - prevalgono su ogni altra possibile motivazione. Anche perché l’area su cui costruire il nuovo ospedale non va cercata e acquistata, ma c’è già, ed è l’enorme spazio che si affaccia su via Giuseppina attualmente occupato dalla piazzola di atterraggio dell’eliambulanza. L’area interessata è quella evidenziata in rosso nell’infografica che domina questa pagina: al momento se ne può evidenziare la localizzazione, non è invece possibile visualizzare la forma della struttura da costruire, perché il relativo progetto è ancora da elaborare. L’immagine diffusa nei giorni scorsi da alcuni media è fuorviante, perché si riferisce a una vecchia ipotesi di lavoro, quando la realizzazione di un nuovo blocco ospedaliero «era stata proposta in leasing da Banca Intesa», come ricorda Rossi, che giudica tale soluzione finanziaria inadeguata, ma soprattutto non più attuale e necessaria. «Perché ora i soldi ci sono, per una volta non sono un problema», sottolinea il direttore genearale, precisando - come ha già fatto ieri l’onorevole Luciano Pizzetti su queste stesse colonne - che l’intero investimento sarebbe finanziato dalla Regione con fondi propri, ben tre miliardi da dividere fra tutte le Asst della Lombardia, e non con le risorse messe a disposizione dell’Unione Europea attraverso il piano post-Covid sostenuto dal Mes, come inizialmente previsto/proposto dall’eurodeputato cremasco Massimiliano Salini. Quanto all’obiezione di chi sostiene che quelle risorse sarebbero meglio spese se utilizzate per assumere nuovo personale o per aumentare lo stipendio agli «eroi del Coronavirus», il dualismo semplicemente non si pone, perché - come ricorda Rossi - «chiunque sa che un conto sono le spese correnti e tutt’altro gli investimenti»: le prime, per quanto importanti, rappresentano un costo «a perdere»; i secondi per definizione arricchiscono a lungo termine il patrimonio di chi li realizza e nell’immediato permettono di risolvere gravi problemi strutturali che altrimenti resterebbero in sospeso: dalla dispersione energetica al rispetto delle norme di sicurezza, dalle prescrizioni antisismiche alla mancanza di una cablatura idonea alle nuove tecnologie (figurarsi se adeguate a un futuro fatto di intelligenza artificiale e connessioni 5G).
Il superamento di questi limiti strutturali e tecnologici è la premessa indispensabile per la totale riorganizzazione del sistema ospedale, passaggio che è diventato ormai ineludibile per garantire migliori condizioni di lavoro al personale sanitario del Maggiore e più alti standard di qualità ai servizi erogati all’utente finale, il cittadino-paziente che guarda all’ospedale come al porto sicuro cui rivolgersi per affrontare e risolvere i propri problemi di salute.
Da qui, per il direttore generale, la ferma convinzione di essere di fronte a un’«occasione irripetibile». Quindi, assolutamente da non perdere.
«Abbiamo la possibilità di far compiere al Maggiore il salto di qualità che tutti i cremonesi attendono da anni», sostiene Rossi. «Addirittura - spiega il dg in termini tecnici - grazie ai nuovi spazi e alla nuova organizzazione dei servizi, con 600 posti letto il nostro ospedale potrebbe diventare un Dea, Dipartimento di emergenza e accettazione, di secondo livello», che significa non solo capacità di svolgere funzioni di Pronto Soccorso, osservazione, degenza breve, rianimazione e diagnostica, ma anche funzioni più qualificate, come la cardiochirurgia, la neurochirurgia, la terapia intensiva neonatale, la chirurgia vascolare e la chirurgia toracica, secondo le indicazioni stabilite dalla programmazione regionale.
Di fronte a una simile prospettiva viene da chiedersi chi mai potrebbe opporsi al progetto. E invece le resistenze non mancano: da parte di chi confonde flussi di cassa e patrimonio, come si è detto, ma anche da parte di chi è «affezionato» all’attuale struttura, semplicemente perché ha paura del cambiamento o, magari, perché vive nel ricordo di antiche donazioni che andrebbero fatalmente disperse: atti di generosità preziosissimi, perché in passato hanno garantito la sopravvivenza e il funzionamento di interi reparti, ma che in un’ottica di evoluzione e progresso non possono diventare un ostacolo alla modernizzazione - o anche semplicemente alla messa norma - di una struttura che oggi presenta gravi criticità. Oltre alle quattro già citate, spicca una distribuzione degli spazi ormai anacronistica, perché risponde a logiche di cinquant’anni fa: grandissimi e lunghissimi corridoi, camere operatorie indipendenti e posti letto pensati per degenze lunghe, «una settimana di ricovero per un’operazione di cataratta che oggi si fa in due ore di day hospital», come esemplifica Rossi, sottolineando che «struttura e funzioni vanno sempre insieme». Nel senso che la prima condiziona e permette (o impedisce) le seconde.
Ben altra organizzazione avrebbe il nuovo ospedale, che sarebbe costruito in maniera modulare: prima la piastra del nuovo Pronto Soccorso, con la Rianimazione e la Radiologia interventistica, poi, via via, tutti gli altri reparti, fino alla degenza. La sua realizzazione, inoltre, a differenza della ristrutturazione dell’esistente, non richiederebbe un interminabile valzer di posti letto e macchinari, con reparti (e relativi pazienti) costretti a trasferirsi da un’ala all’altra del Maggiore per il tempo necessario allo svolgimento dei lavori di ammodernamento e adeguamento alle norme dei locali attualmente occupati, per poi tornare nella posizione di partenza, in una rotazione di spazi e di cantieri lunga ben quindici anni.
«L’ospedale attuale è stato progettato nel 1960 e ultimato nel 1970, con l’aggiunta di tre nuovi lotti nel 1973 - ricorda Rossi -. Inizialmente prevedeva 1.500 posti letto, oggi ridotti di due terzi. La dispersione energetica della struttura è altissima, basti guardare gli infissi delle finestre di uffici e reparti... Non a caso, i costi di rifacimento degli impianti per la climatizzazione estiva e invernale, per l’illuminazione artificiale, la produzione di acqua calda e la prevenzione degli incendi sono stati calcolati in ben 100 milioni di euro per il solo monoblocco centrale e in 32 milioni per i padiglioni. Più 48 milioni necessari per l’adeguamento sismico dell’intera struttura e oltre 15 milioni di euro per il rifacimento delle facciate, la realizzazione di un cappotto di coibentazione termica e la sostituzione di porte e finestre».
La costruzione da zero di una nuova struttura al fianco dell’esistente costerebbe di più - 231 milioni di euro: 180 per i muri e le dotazioni tecnologiche, 30 per i macchinari (riutilizzando parte di quelli già esistenti), 9 milioni per arredi e attrezzature e 12 milioni per gli... imprevisti di cantiere, più altri 14 milioni per la demolizione dell’attuale immobile ad H e la sistemazione a verde (o a parcheggio e servizi) dell’area che si verrebbe a liberare.
Guardando il grafico a lato, la sproporzione fra le due volumetrie sembra evidente. «In realtà, gli spazi utili sarebbero gli stessi - assicura Rossi - perché il 50 per cento della superficie attuale è fatta di atri e corridoi, oltretutto da scaldare e da pulire, con ingente spreco di risorse. In ogni caso, bisogna guardare molto avanti, alla medicina del futuro: non è mica detto che fra 10 o 20 anni avremo bisogno delle sale operatorie così come le conosciamo oggi, perché magari, uso evidentemente un paradosso, gli scienziati inventeranno una pillola che renderà inutili molti degli interventi chirurgici che oggi facciamo per curare determinate patologie. E l’illuminazione degli spazi, oggi estensiva, quando si utilizzeranno i robot si ridurrà al solo campo operatorio. Allo stesso modo il binario oggi necessario per spostare un Tac da una sala operatoria all’altra è un concetto già superato, perché con i ‘navigatori’ basterà la risonanza magnetica».
Per tutte queste e per mille altre ragioni, sottolinea Rossi, una volta presa la decisione di costruire un nuovo ospedale, per la progettazione «servirà un grande concorso di idee». Soprattutto «servirà gente che pensa avanti, che sa prevedere il come e il quando». Perché l’obiettivo non è costruire «un mega ospedale, come lo chiama qualcuno», precisa Rossi, ma una struttura innovativa, più funzionale e moderna. «Il passaggio chiave è la riorganizzazione di tutta la filiera dell’emergenza-urgenza, perché quello è il vero ospedale: se funzionano il Pronto Soccorso e la Rianimazione, tutto il resto viene di conseguenza, l’area sub intensiva diventa uno spazio comune e i reparti funzionano da consulting specialistico. Nel momento in cui un paziente è preso in carico e correttamente inquadrato, se ha l’infarto va a farsi togliere il trombo dalla coronaria, se invece ha il mal di mancia va in Medicina d’urgenza, finché non si appura se è un malato cronico o ha un cancro sanguinante e deve andare in Chirurgia». Un simile sistema fra i tanti vantaggi che offre può consentire alla direzione dell’ospedale di abolire la guardia interdivisionale internistica, quella per cui gli specialisti coprono i turni a rotazione, ma non sempre garantisce l’esperto giusto al posto giusto nel momento giusto. Per evitare questo genere di problemi negli ospedali moderni è stato istituito il Met, Medical Emergency Team in grado di intervenire a 360 gradi, 24 ore su 24. Dove? In America? A Parigi? A Londra? No, semplicemente a Lodi. E non è certo un caso se il dg Rossi arriva proprio da lì.

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