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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Salvati dall'ironia, ma ora c'è un'Italia da rifare

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

14 Giugno 2020 - 07:13

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Il dolore, l’angoscia, la paura. Ma anche la resistenza, la speranza e... l’ironia. Accanto alla grande sofferenza per tutte le vite bruciate dal Covid - i lutti contati a migliaia a causa dell’aggressività del virus e della non impeccabile gestione dell’emergenza - la pandemia che si è abbattuta sull’Italia e sul mondo in questa prima metà del 2020 ha scatenato anche la risorsa in genere più anestetizzata del nostro cervello: la fantasia. È stata una preziosa forma di autodifesa: di fronte a un nemico brutale e sconosciuto, più d’uno - per farsi coraggio - ha cercato di «sdrammatizzare», cercando rifugio nella dissimulazione, nella battuta di spirito, nel sarcasmo. In teoria un atteggiamento fuori luogo, in pratica un’ancora di salvezza. Come quella sublimamente inventata da Roberto Benigni nel film da premio Oscar «La vita è bella»: un padre ebreo che - deportato insieme alla famiglia in un lager nazista - per proteggere il figlio dagli orrori dell’Olocausto gli fa credere che tutto ciò che vede faccia parte di un fantastico gioco, con un super premio finale se, insieme, riusciranno a superare tutte le prove più dure. A un livello molto meno geniale, ma comunque adatto allo scopo di strappare un sorriso, durante i giorni più neri dell’emergenza Coronavirus si sono moltiplicate le vignette satiriche, inventate da qualcuno e poi passate di social in social, di telefonino in telefonino. Ad averle «salvate», se ne potrebbe fare un libro, a futura memoria: dalla foto del governatore della Lombardia incapace di indossare correttamente la mascherina, con adeguati commenti ironici e sfottò, al paradosso dell’immortale regina d’Inghilterra «preoccupata per gli anziani» (riferito agli altri, i suoi sudditi).

Dal cane stremato dalle troppe passeggiate liberatorie (per il padrone) al presidente del Consiglio Giuseppe Conte preso in giro per le mille possibili interpretazioni della parola congiunti (memorabile l’automobilista che si avvicina al marciapiede e nella contrattazione con una signorina che offre sesso a pagamento le suggerisce: «Se ci fermano, dì che stiamo andando a comprare le bomboniere...»). Ieri su Facebook girava l’ultima provocazione: «In pratica il Covid è come le corna: alcuni già le hanno, altri stanno per averle, altri ancora non sapranno mai di averle avute». Un parallelo ardito, ma che nella sua semplicità, fotografa alla perfezione la nostra condizione di sopravvissuti al Coronavirus mai passati per un tampone o un test sierologico: l’avremo preso anche noi, il Covid-19, senza accorgercene perché asintomatici? O siamo ancora a rischio? Abbiamo dato - come con la varicella e il morbillo, presi per una volta, presi per sempre - o dobbiamo continuare a temere il contagio? Possiamo abbracciare amici e parenti, quando torniamo a incontrarli, o dobbiamo continuare a mantenere le distanze fino a nuovo ordine? I quesiti non trovano risposta, anzi si moltiplicano e sono destinati ad amplificarsi da domani, quando anche in Lombardia e in tutta Italia sarà attiva l’App salvavita che promette di tracciare i «positivi» e di avvertire dei possibili rischi chi entra in contatto con loro. L’utilità e i limiti di Immuni - così si chiama l’applicazione che consente ai telefonini di chi la scarica di «dialogare» fra loro grazie al Bluetooth - sono già stati illustrati su queste colonne domenica scorsa. Molti hanno condiviso via social e positivamente commentato il Punto di sette giorni fa; qualcuno - difensore d’ufficio del primatismo tecnologico - l’ha definito «la peggior recensione di Immuni mai letta», accusandomi di aver «sottovalutato le funzionalità in background dell’App» (non ho capito cosa significhi esattamente, ma ammetto la colpa) e di non averne sufficientemente sottolineato i possibili sviluppi futuri (obiezione accolta, ma non era quello lo scopo dell’articolo, semmai la sostenibilità sociale dell’operazione). Non bisogna per forza essere tutti d’accordo, ognuno naturalmente è libero di pensarla come vuole, ma è confortante il fatto che l’Unione Europea - pur senza averle lette - in settimana abbia sostanzialmente avvalorato le tesi esposte certificando il ritardo dell’Italia nella conoscenza e nell’uso delle tecnologie digitali. Nonostante milioni di italiani durante il lockdown abbiano scoperto lo smart working (ovvero la possibilità di lavorare a distanza, da casa propria) e pure l’e-commerce (la spesa fatta dal pc, anziché in bottega, e poi consegnata a domicilio) il più recente studio in materia della Commissione Europa assegna all’Italia l’ultimo posto nella classifica generale delle competenze digitali fra tutti i Paesi dell’Unione (in termine tecnico: indice Desi). In vetta alla speciale classifica ci sono Finlandia, Svezia e Danimarca, in coda insieme a noi Bulgaria, Grecia e Romania. «Solo il 42% degli italiani di età compresa fra i 16 e i 74 anni possiede le competenze digitali di base» contro una media Ue del 58% - denuncia il rapporto - e «solo il 22% possiede competenze di livello appena superiore» (media Ue 33%). La base di partenza, insomma, è tutt’altro che solida. E ancora più significativo in materia, seppur privo di basi scientifiche, è l’esito del sondaggio tuttora in corso sul nostro sito. Certo, non si tratta di uno studio demoscopico - di quelli che individuano un campione rappresentativo della società e lo interpellano - ma il sentiment che mette in evidenza è inequivocabile: 70 cremonesi su cento non intendono scaricare l’App «salvavita». Non perché siano incoscienti o superficiali, ma sostanzialmente perché non si fidano. Nel dettaglio, su quasi duemila votanti, il 65% ha dichiarato che non lo farà «perché non vuole essere tracciato per ragioni di privacy», il 4% perché non ha un cellulare adatto e un altro 2% perché considera l’app difficile da utilizzare. Solo il 29% la scaricherà, nella stragrande maggioranza dei casi perché la ritiene «utile», la parte restante per princìpio, anche se prevede che il suo funzionamento «sarà complesso». Cosa significano questi dati? Significano che molti cittadini non si fidano (più) dello Stato, quantomeno lo considerano un invadente impiccione più che un baluardo della salute pubblica e degli interessi collettivi, come invece dovrebbe essere. Evidentemente, tutte le polemiche, le divisioni e le contraddizioni emerse durante la pandemia - una classe politica costretta a chiedere cosa decidere ai comitati di esperti, implicitamente ammettendo la propria incompetenza, le Regioni contro il Governo centrale e il Governo centrale contro le Regioni, i governatori del Nord contro quelli del Sud, i sindaci lasciati alla deriva, investiti di responsabilità ma privi di risorse e di reali poteri, maggioranza e opposizione incapaci di confrontarsi, se non proprio di dialogare - hanno definitivamente stropicciato la già sgualcita immagine delle pubbliche istituzioni. Un grave danno collaterale per il futuro di tutti noi, non bastassero i lutti e le devastanti conseguenze dell’emergenza Coronavirus sull’economia. Per scacciare ogni nuvola e riscattare la credibilità perduta dei vari palazzi del potere, servirebbero uno scatto in avanti, un reale programma di rilancio, di aiuti e di modernizzazione del Paese (dalla riforma del fisco alla cancellazione della burocrazia che tutto complica e mortifica): obiettivi ambiziosi, ma mai così possibili da raggiungere grazie alle straordinarie risorse messe a disposizione dall’Europa, un tesoretto - anzi, un autentico tesoro - di cui nessun precedente Governo ha potuto disporre nella storia della Repubblica. Stavolta più che mai non ci sono scuse: si può «rifare l’Italia». Non con le solite promesse, ma con piani chiari, credibili e concreti. Mancassimo questo appuntamento, nulla potrebbe consolarci. Neppure la più riuscita vignetta o la più esilarante delle battute...

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