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L'APPELLO

Da Floyd a Montanelli, lo sdegno antirazzista corre sul filo

Giovanni Ratti

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dduchi@laprovinciacr.it

12 Giugno 2020 - 10:14

Da Floyd a Montanelli, lo sdegno antirazzista corre sul filo

La statua di Indro Montanelli

L’idea di buttare giù la statua di Indro Montanelli, prima avvisaglia dell’arrivo anche da noi dell’ondata di piena dello sdegno antirazzista suscitata dall’omicidio di George Floyd, mi riporta alla mente un lontano ricordo. Prima però puntualizzo: «Black Lives Matter», come qualche tempo fa «Me Too», etichetta principi sacrosanti: come la violenza sulle donne (e sugli indifesi in generale), il razzismo è abominevole, una malattia dalla quale il genere umano deve almeno aspirare a guarire. Che un episodio faccia raggiungere al problema una massa critica tale da sollevare un’ondata di piena è bene. Però ogni ondata di piena trascina con sé anche tanti detriti, che se non tenuti sotto controllo rischiano di fare danni. Anche alla causa stessa. Ma torno al lontano ricordo, prima che si insabbi di nuovo. Estate del settantasei, caserma Berardi di Salerno, centro addestramento reclute (in gergo «burbe»), il famigerato Car. Una «burba» viene processata dai compagni di camerata perché allo spaccio della caserma ogni mattina, insieme a Tuttosport, compra il Giornale di Montanelli. Essendo uno cui la notte piace dormire in pace (per quanto si possa dormire in pace in una camerata di ventiquattro giovanotti alcuni dei quali già formidabili russatori), la «burba» spiega che no, non condivide la linea politica del quotidiano in oggetto, ma aspirando a fare il mestiere di giornalista ritiene opportuno leggere Montanelli. Verdetto, assolto col beneficio del dubbio, autorizzato a dormire non preoccupato.

Veniamo all’estate del duemilaeventi. Il vento antirazzista soffia forte, ma un vento che abbatte statue è troppo forte, ha una componente tossica. Che come in tutti i movimenti si chiama bigottismo, fanatismo. E che se prende il sopravvento, fa marcire dall’interno anche il movimento che difenda il diritto più sacrosanto, come quello di respirare a prescindere dal colore della pelle (e di qualunque altra caratteristica personale). Si è cominciato con le statue imbrattate, abbattute, ghigliottinate. Colombo, Rhodes, addirittura Churchill. Da noi, si parla di togliere quella di Montanelli. Il quale peraltro, per quanto le esponesse in modo magistrale, non mi ha mai convinto delle sue idee. Tranne magari una, quella di portarmi una molletta per il naso, andando al seggio elettorale. Ha senso? A volte può averlo, come quando si consuma una feroce rivalsa su un regime oppressivo quando questo crolla, e allora giù i busti di Hitler, le statue di Stalin e di Ceausescu. Ma quando si vogliono demolire monumenti che documentano il passato, si sparge l’odore del bigottismo, del fanatismo. Fra le cui componenti, magari inaspettata, c’è anche lei, la pigrizia. La pigrizia intellettuale. Molto più comodo buttare giù una statua, nascondendone i detriti sotto il tappeto della rimozione, che non dover stare lì a spiegare perché a un certo punto della storia a certi tipi si innalzavano statue, invece di processarli. O bella, perché erano altri tempi (più o meno…). Tempi in cui le imprese coloniali erano popolarissime, e i loro protagonisti erano eroi del loro tempo. Thomas Jefferson, che inserì nella costituzione statunitense la solenne e quasi proverbiale Dichiarazione dei diritti dell'Uomo, aveva i suoi schiavi personali. E allora cosa si fa, si spiana il monte Rushmore? Ma và. È la storia, bellezza. La storia non si rifiuta, non si rimuove, ci si può solo illudere di cancellarla. Se non si alza lo sguardo, ci si riduce a un giochetto che non fa fare un solo passo avanti all’umanità: io butto giù le statue che danno fastidio a me, tu butterai giù quelle che danno fastidio a te, basta aspettare il proprio turno. È come con i popoli oppressi, che aspettano con pazienza il loro turno di opprimere gli altri. Finora la storia è andata così, se vogliamo essere rotelline dello stesso vecchio meccanismo facciamo pure. Cancellare le impronte lasciate nel passato da chi non ci quadra è una tentazione che ha sempre sedotto l’umanità. Ma la damnatio memoriae non può essere una parolaccia se la fa un altro, e una bella cosa se la fai tu. Prima o poi salterà fuori di nuovo l’idea, già circolata e fin qui per fortuna sepolta sotto una doverosa risata, di cambiare nome a Penny Lane. Sì, quella dei Beatles, la stradina di Liverpool dove il barbiere ha in vetrina le foto di tutte le teste che ha avuto il piacere di conoscere. Ora, si dà il caso che il signor James Penny si fosse guadagnato una cospicua fortuna, e addirittura l’intitolazione di una stradina, con il traffico di schiavi. Solo che se dici Penny Lane tutti pensano ai Beatles, nessuno al razzismo. E adesso vogliamo cambiare il nome? Come boxeur che affrontano un avversario sleale, occhio ai colpi bassi dell’eccesso di zelo, del manicheismo, del fanatismo, del bigottismo. Conserviamo il senso del ridicolo, efficace antidoto a quelle malattie della mente. Se ti sei indignato per quello che sto scrivendo (lo sdegno a combustione rapida è un’altra scorciatoia che i fanatici imboccano volentieri) ripeto che la lotta contro il razzismo è sacrosanta. E proprio per questo va difesa anche dai suoi più zelanti pretoriani, che premono per invadere la scena, prendere il timone del movimento. E mandarlo a sbattere contro il muro del fanatismo, squalificandolo. Guarda il Me Too. Fra parecchie cose giuste, ha anche messo alla gogna gente innocente. Guarda il linciaggio a cui ancora oggi viene sottoposto Woody Allen. Guarda Kevin Spacey, lapidato nello sdegno universale e scagionato in sordina. Le teste si fa presto a tagliarle, rimetterle al loro posto è più complicato. Non buttate giù la statua di Indro. Portateci le scolaresche invece, e spiegate ai ragazzi che si può essere grandi giornalisti (e scienziati, e scrittori, e musicisti, e tutto il resto) e avere idee da prendere con le pinze. Che tranne pochissimi privilegiati siamo tutti figli del nostro tempo. Che si può leggere Celine senza diventare antisemiti. Che non si deve guardare il passato con gli occhi del presente. È più faticoso di buttare giù statue, ma dà più soddisfazione e si fa meno polvere. Lasciate al loro posto Colombo e Montanelli. E soprattutto Penny Lane.

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Commenti all'articolo

  • Aletti.renzo

    12 Giugno 2020 - 11:04

    Condivido pienamente! Bravissimo!

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