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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Costretti a vivere in maschera, ma gli occhi non mentono

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

10 Maggio 2020 - 06:41

Costretti a vivere in maschera, ma gli occhi non mentono

All’improvviso siamo diventati persone senza volto. Le mascherine che dobbiamo indossare ogni volta che usciamo di casa ci proteggono dal contagio del Coronavirus - e per questo sono preziose: per noi e per gli altri - ma finiscono inevitabilmente per nascondere la nostra identità, gran parte del nostro viso, i tratti distintivi che ci rendono unici e reciprocamente riconoscibili. Con una sorta di prova-specchio, ce ne rendiamo conto ogni volta che incontriamo qualcuno travisato da una FFP3 o una NK95. E fatichiamo a riconoscerlo al primo colpo. Con gli affini (cit Giuseppe Conte) in realtà basta un colpo d’occhio: il nostro cervello valuta la corporatura, il look e la postura dello «sconosciuto» nascosto dietro la mascherina e in un istante trova la corrispondenza giusta: ciao Maria, ciao Piero, ciao Francesca... Con i conoscenti di secondo livello - vicini di casa con i quali non siamo mai andati al di là del buongiorno e buonasera, colleghi di lavoro frequentati solo da lontano, ex compagni di scuola che non vediamo da tempo... - l’operazione è più complessa. E a volte imbarazzante: è lui o non è lui? È lei o non è lei? Nei casi più difficili all’identikit visivo e al saluto generico (buona giornata...) si aggiunge la ricerca di un indizio rivelatore: come va? tutto bene? novità? Se funziona, bingo! L’arcano è svelato e il riconoscimento completo. In caso contrario ci si congeda in fretta, salvo poi chiedersi: ma chi era? Forse è solo una questione di abitudine.

Forse, un po’ alla volta impareremo a distinguere le persone dagli occhi, unica parte del viso che la mascherina lascia scoperta (ci sarebbero anche i capelli, è vero, ma non aiutano molto, perché dopo due mesi di parrucchieri chiusi hanno cambiato forma, lunghezza e colore...). Poco male. Per certi versi riconoscere le persone dallo sguardo sarà un bel contrappasso: quante volte nell’era pre Covid pretendevamo che l’interlocutore ci guardasse negli occhi per scoprire se ci stava dicendo la verità oppure no? E quante volte dubitavamo di chi aveva lo sguardo sfuggente o rivolto altrove? Prima gli occhi erano un valore aggiunto, ora sono diventati l’unico elemento utile per capire chi abbiamo di fronte, ma non è detto che sia uno svantaggio. Anzi, per certi versi potrebbe rivelarsi un bene, dato che «gli occhi sono lo specchio dell’anima», come afferma un vecchio detto popolare. E confermano gli psicologi. “Gli occhi sono la parte più sincera del viso, perché non ne abbiamo alcun controllo, a differenza, ad esempio, della bocca: se ci piace qualcosa, le pupille si dilatano involontariamente, altrimenti si restringono in segno di rifiuto - spiegano gli esperti di linguaggio del corpo e comunicazione non verbale - . Quando strizziamo gli occhi è probabile che stiamo bene; se ci brillano più del normale siamo felici. O innamorati. Se le palpebre si innalzano, al contrario, siamo tristi. E se inarchiamo le sopracciglia siamo arrabbiati” (celebre, in proposito, il sopracciglio destro di Carlo Ancelotti, che si allunga a dismisura ogni volta che la sua squadra subisce un gol o un giornalista pone una domanda scomoda). “Gli occhi ci rendono trasparenti e possono trasmettere un’ampia gamma di sensazioni: fiducia, paura, sicurezza, benessere, irritazione, minaccia, approvazione”, spiegano sempre gli esperti. E noi dovremo imparare a interpretarle, quelle espressioni oculari. Perché se tutto va bene la mascherina diventerà per tanto tempo un accessorio irrinunciabile (e se va male? In questo caso torneremo a chiuderci in casa e, visto l’andazzo post lockdown, da troppi interpretato come un «tana libera tutti», non è escluso che possa succedere da qui a una decina di giorni...). Il problema è che le mascherine sono sempre più invasive e depistanti: in pochi giorni si sono trasformate da barriere anti-virus ad accessori alla moda, da esibire come una collana di perle o un cappello esclusivo. Basta guardarsi attorno per scoprire quante versioni ne sono già fiorite: se le prime erano in garza o in materiale filtrante, ora dilagano quelle in tessuto (dal cotone alla seta), l’azzurroverde da sala chirurgica ha lasciato spazio a mille colori, la forma originaria è cambiata in mille modi. Ci sono le mascherine minimal, che coprono appena naso e bocca, e quelle fascianti, che vanno da orecchio a orecchio. Ci sono le mascherine a tendina, a becco d’oca o in stile militare, simili a un maschera antigas. Ci sono le total black, che ci trasformano tutti in pericolosi rapinatori, e quelle con lo stemma della squadra del cuore: la Cremo, il Pergo, la Vanoli, l’Inter, il Milan, perfino la Juve. Ci sono le mascherine da fissare con un laccetto e le autoreggenti, quelle di pizzo in stile carnevale di Venezia e quelle elasticizzate, quelle poetiche, ingentilite da fiori e fiorellini, e quelle aggressive, che riproducono il ghigno beffardo del Jocker o la bocca spalancata di un cane, se non addirittura di uno squalo. Ognuno di noi, probabilmente, d’ora in avanti esprimerà la sua personalità anche così, scegliendo quale tipo di protezione indossare. Non a caso la pubblicità - dopo averci proposto gel igienizzanti, tecnologie per lo smart working e divisorie in plexiglas - ora ci offre a getto continuo mascherine di ogni tipo. Peccato sia un business da pochi euro in un’economia che conta i danni a milionate. Peccato che per un’industria che fiorisce, ce ne sono mille in apnea o che rischiano di fallire. Peccato che neppure la mascherina più spiritosa possa restituire il sorriso a tutti i baristi che sono restati per due mesi senza clienti (e ora sono costretti a dimezzare i posti a sedere) o a tutti i ristoratori e i commercianti che ancora aspettano di poter riaprire. Peccato, ancora, che la mascherina ci protegga dal Covid, ma non dalle sue conseguenze: il sollievo per l’attenuarsi dei nuovi contagi, per la diminuzione dei decessi e per il progressivo ritorno alla normalità è un bell’uguento, ma non cancella le cicatrici lasciate dal Coronavirus. Ci permette di uscire di casa, ma non deve illuderci che la guerra sia finita o che siamo ormai fuori pericolo. Anzi. Forse (forse!) abbiamo messo sotto controllo l’emergenza sanitaria, ma la conta dei danni a livello economico e sociale è ancora tutta da verificare. E potrebbe risultare drammatica. Per questo, molti di noi, pur felici per la ritrovata libertà, continuano a vivere in uno stato d’ansia e di preoccupazione. Se pensano al futuro, più che sognare hanno gli incubi. E gli incubi peggiori - si sa - sono quelli in cui la minaccia arriva da nemici sconosciuti, senza volto e senza identità. Proprio come le persone con la mascherina che incontriamo nella realtà e che facciamo fatica a riconoscere dagli occhi. Magari è solo legittima prudenza, comprensibile distanziamento sociale ai tempi del Coronavirus. Magari non ci fanno paura. Ma poco ci manca. E non è un bel vivere, no che non lo è...

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