L'ANALISI
24 Aprile 2020 - 13:24
CREMONA (24 aprile 2020) - La Festa della Liberazione nel suo 75° anniversario si svolgerà dai balconi delle case, con tricolore e il canto di Bella Ciao. Il senso della storia riletto alla luce di Covid-19, la necessità di trasformare l’io imperante nel noi collaborante: sono alcuni degli spunti offerti dallo storico e medievalista Franco Cardini: «L’adeguamento della ritualità festiva al momento che stiamo vivendo non mi stupisce — afferma lo storico che al fenomeno della festa ha dedicato il volume I giorni del sacro —. Credo che il mostrarsi sui balconi e il partecipare risponda ad un’esigenza dell’io, dell’esibizione rituale che è propria di ogni religione, ma anche della società dei mass media. Si tratta di una partecipazione collettiva e un po’ conformista che si compie nell’individualità a cui siamo condannati e non solo dal Covid-19. C’è poi l’invenzione di Bella ciao, una canzone che è posteriore all’epopea della Resistenza, ma che è assurta a simbolo di una festa che portava in sé la speranza di un futuro migliore».
La prospettiva del futuro migliore è una prospettiva insita in ogni ripartenza, anche oggi ci diciamo che usciremo migliori dopo la pandemia...
«Esatto, ma non è detto che sia così. La Liberazione presuppose e in parte realizzò l’idea di un mondo migliore, di una visione di rinascita, dopo la guerra. Ma non ci volle molto per rendersi conto che i mali e le storture che le varie parti affibbiarono ora a Hitler ora a Stalin non potevano essere spiegati così. Non ci è voluto molto per accorgercene e, anche oggi, la cultura dell’Occidente va in cerca di capri espiatori e deve fare i conti con il fallimento di alcuni aspetti portanti della sua elaborazione di realtà. Penso al liberismo sfrenato».
Una riflessione che nasce dalla situazione che stiamo vivendo?
«Anche. Forse la pandemia ci può insegnare qualcosa sull’idea di un liberismo assoluto che portiamo avanti come occidentali, dopo il declino dei regimi comunisti».
Ovvero?
«Guardiamo cosa sta succedendo in America. La società guidata e regolata sull’individualismo non regge. Bisogna ripensarci. Il fallimento sta nella impossibilità di assicurare a tutti cure adeguate. Stiamo scoprendo come lo stato sociale, il welfare sia prezioso e come il modello America magari non regga. Questo ci dovrebbe portare a un cambio di mentalità e di atteggiamento: sostituire l’io individualista con un noi, un noi che può essere anche nello sventolare in tricolore, ma non basta questo».
Non basta perché dopo la festa arriva il quotidiano. La ripartenza?
«Anche tutta questa voglia di ripartire mi spaventa. C’è voglia di ricominciare, ma come? Come prima, lo vedo improbabile. Ovunque si continua a ripetere: andrà tutto bene. La stessa frase la si trova sui giornali del primo dopoguerra, quell’andrà tutto bene per le persone voleva dire la speranza in un mondo migliore, per i braccianti agricoli la speranza in una riforma agraria che desse loro maggiore dignità. Tutto ciò si tradusse in quello che sappiamo: la nascita di regimi totalitari e il secondo conflitto mondiale. Anche se, ad esempio, la cultura dello stato sociale, prima impensabile, ebbe una sua realizzazione proprio sotto i regimi totalitari. Anche questo dovrebbe far riflettere, aspetti positivi e negativi si intrecciano sempre nella storia».
A cosa si riferisce?
«Alle regole che il Covid-19 sta imponendo, al ruolo che si chiede di assumere allo Stato, a una necessità di affidarci allo Stato chiamato a compiere azioni e interventi che prima venivano demandati ai singoli. Un aspetto su cui riflettere e a cui guardare con attenzione. Chissà che questo momento aiuti a ripensare alcuni assunti».
Ad esempio quali?
«Oggi abbiamo più tempo da passare con i nostri figli o i nostri nipoti. Si tratta di una generazione che è cresciuta a colpi di diritti. Questo forse può essere il momento per riflettere insieme a loro come ad ogni diritto corrisponda un dovere, a come i diritti dell’io non possano essere anteposti ai doveri nei confronti del noi».
La pandemia e il Coronavirus come maestri di vita?
«Beh, tornando al mio amato Medioevo la peste veniva definita non a caso magistra pestis. Ma che cosa abbiamo imparato o stiamo imparando da questa situazione? Forse è prematuro dirlo, ma certo alcuni termini, che abbiamo imparato a frequentare, dicono più di quanto sembri».
A cosa si riferisce?
«Ad esempio al termine distanziamento sociale. In realtà il distanziamento che ci è chiesto è un distanziamento spaziale. Cosa si intende dietro al termine distanziamento sociale? Credo che si faccia riferimento a un fenomeno in atto e che la pandemia porterà alle estreme conseguenze. I sette miliardi di persone che a metà secolo diverranno otto vivranno una condizione sociale di grande imparità. A fronte di popolazioni che vivono nel benessere, una sempre maggiore quantità di persone sarà costretta a vivere nella più pesante miseria. La crisi del 2008 ha contribuito ad aumentare il gap fra ricchissimi e poveri, questo fenomeno è destinato, credo, ad aumentare. Risorse e potere saranno sempre più concentrate in mani di piccoli gruppi, chiamiamole lobbies, oppure le grandi aziende dei media, chiamiamole come vogliamo, ma credo che questo sia il distanziamento sociale che ci attende. E questo con tutte le conseguenze che è facile immaginare, ma che sarà difficile affrontare. A metterci in guardia è oggi Papa Francesco che non a caso è tacciato come papa comunista, giusto per etichettare un pensiero e renderlo meno efficace».
Un futuro non roseo… non ci si può cullare nell’andrà tutto bene?
«L’idea di un futuro migliore è un’idea che si lega alla salvezza predicata dal Cristianesimo, ma anche a un’idea di progresso permanente, nonché alla lettura di un progredire della storia come evoluzione in meglio dell’umanità».
Così non è?
«La storia letta come linea ascendente protesa verso il meglio, il pensiero che il futuro sia meglio del presente e il presente meglio del passato assomiglia a quelle medagliette che si scambiavano gli innamorati con inciso il motto: più di ieri, meno di domani. La storia non ha un fine, non ha un senso. Credo che l’uomo sia come una sorta di naufrago su una zattera su un mare placido e in una notte senza stelle. Noi siamo quest’uomo libero di muoversi dove vuole, una libertà assoluta che angoscia e immobilizza, forse. La storia come progresso è la lettura che viene data da ogni rivoluzione che immagina di dare vita ad un periodo migliore rispetto a quello precedente e che è stato rivoluzionato, scardinato, ribaltato. Noi in realtà siamo quell’uomo in balia di placidi marosi, il nostro muoversi deve tenere conto di altro».
E di cosa?
«E qui torno al mio medioevo e alla cultura tomistica, anzi ancora prima alla conoscenza ed esperienza del bene comune aristotelico. Da qui forse bisogna ripartire, dalla consapevolezza di un bene comune che si declina con il noi e non con l’io».
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