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EMERGENZA SANITARIA. L'INTERVISTA

Il sindaco Galimberti: «Abbraccio la mia Cremona: adesso è ferita ma risorgerà»

Contagiato dal Covid-19 e in isolamento dal 22 marzo, racconta la sua quarantena. «Dolore, preoccupazione e fatica ma non ho mai smesso un attimo di pensare e di lavorare per la città»

Mauro Cabrini

Email:

cfrancio@laprovinciacr.it

24 Aprile 2020 - 10:43

Il sindaco Galimberti: «Abbraccio la mia Cremona: adesso è ferita ma risorgerà»

CREMONA (24 aprile 2020) - Ferito «nel fisico e nel cuore», sindaco di una città colpita nella sua anima più profonda e costretta, da lì, ad osservare annientata la strage della sua gente e la conta dolorosa dei suoi morti, eppure capace di resistere prima e di guardare al futuro adesso, Gianluca Galimberti è stato contagiato dal Coronavirus quasi cinque settimane fa: annuncio il 22 marzo scorso su Facebook. In quarantena, un primo tampone negativo e un secondo positivo. Il terzo lo ha fatto ieri e il risultato lo avrà nelle prossime ore. Alla vigilia del 25 aprile, aspetta la liberazione: come Cremona.

La prima domanda è d’obbligo: come sta?
«Ora meglio. Ho avuto febbre, tosse e raffreddore all’inizio, poi una piccola ricaduta, ma sempre sintomi lievi. Ma un aspetto mi è pesato e mi pesa come mai: in questo periodo di quarantena ho provato tanta stanchezza fisica, tanta come non avevo mai provato».

Stanco e addolorato. Eppure, almeno a giudicare dai suoi frequenti videomessaggi, comunque attivo. A cosa si dedica prevalentemente dietro la porta chiusa della stanza in cui vive da recluso e che ha voluto simbolicamente postare sui social quasi a dire «sono qui ma ci sono e lotto con voi»?
«Al lavoro per la mia città quasi tutto il tempo. Faccio riunioni a distanza con giunta, dirigenti, sindaci e Regione. E in queste settimane con le categorie economiche sulla fase due. Solo a Pasqua e Pasquetta mi sono concesso un po’ di musica, qualche lettura e qualche buon film. E ho ascoltato le lezioni di storia di Barbero: sono illuminanti».

Come sopporta la distanza forzata dalla sua famiglia?
«La mia famiglia la sento vivere al di là della porta. Li saluto a distanza dal corridoio ogni tanto. E alla sera in particolare ci colleghiamo con WhatsApp. Mia moglie è straordinaria e anche i ragazzi. È una situazione faticosa per tutti, soprattutto per Chiara che ha voglia del papà, ma resistiamo».

Come resiste?
«Complessivamente bene, anche se ci sono momenti in cui la fatica si fa sentire. Però mi sento fortunato. Il virus non mi ha dato problemi gravi. Non è così per moltissimi cittadini, purtroppo. A loro e alle loro famiglie va il mio abbraccio, il mio pensiero e il mio impegno».

Come ha vissuto e come sta vivendo la situazione da uomo?
«Con la barba più lunga del solito».

E da marito?
«Con la nostalgia di un bacio di Anna».

Immagino da padre...
«Con la nostalgia di un abbraccio dei ragazzi».

Da figlio invece?
«Con la preoccupazione per mamma e papà e con il desiderio di rivederli».

E da sindaco?
«Con la preoccupazione per la situazione che stiamo vivendo e con una determinazione particolare, quella di fare di tutto per tutelare questa nostra città, sia dal punto di vista della salute, sia dal punto di vista economico. Penso al futuro».

E come lo vede da dietro quella porta ancora chiusa?
«Innanzitutto la fase due deve essere uguale per il paese. È impensabile che in Lombardia si agisca in un modo e in Veneto o in altre regioni in un altro, per non parlare delle città. Questa è un’emergenza nazionale e occorre affrontarla come paese».

Però occorrerebbe tenere conto anche di specificità territoriali.
«E noi ne abbiamo. Stiamo attendendo che Governo e Regione ci diano indicazioni in questo senso, sperando che siano chiare e univoche».

La priorità, adesso, resta però la salute. Almeno qui. Nella sua città.
«Sappiamo che dovremo convivere con il virus per molti mesi. Dunque servono, e li abbiamo chiesti come territorio, test sierologici di alta affidabilità sulla cittadinanza, protocolli di sicurezza, chiare procedure sui tamponi. Individuando luoghi e soggetti privilegiati».

Ad esempio?
«Ne faccio alcuni: i medici di medicina generale, che devono essere soggetti attivi nell’indicazione di tamponi necessari. E poi chi è ricoverato o lavora nelle Rsa, che sono luoghi sensibili da monitorare con costanza. I luoghi di lavoro sono anche presidi sanitari».

Il capitolo della Rsa è forse il più doloroso: crede sia stato fatto tutto il possibile o, invece, pensa si potesse fare di più?
«Penso sia mancato un chiaro e univoco coordinamento su procedure, comportamenti, prevenzione. Penso che le case di riposo siano state lasciate sole a gestire questa emergenza pur essendo tra i luoghi più esplosivi, sensibilissimi. Ma penso anche che, dentro a questo contesto, per esempio a Cremona Solidale si sia fatto di tutto per tutelare ospiti e operatori anche facendo scelte dure come la chiusura immediata a parenti e visitatori. Ma il lavoro non è finito, tutt’altro. Con il cda stiamo affrontando la situazione attuale e preparando la fase 2 per riavviare servizi importanti garantendo sicurezza».

C’è il dolore e non è alle spalle. Ma di fronte c’è anche l’urgenza della ripresa economica.
«Stiamo incontrando categorie economiche, professionisti e sindacati per confrontarci sulla fase due. La voglia di ricominciare è tanta. Il nostro territorio è stato duramente colpito e ci sono situazioni che rischiano di essere drammatiche. Ma abbiamo anche le potenzialità per rialzarci. Occorrono aiuti da Europa, Governo e Regione per imprenditori, lavoratori, professionisti e Comuni. La liquidità in questo momento è fondamentale per la ripresa di aziende, società, liberi professionisti, enti pubblici. È necessario coordinare tutti gli aiuti che il territorio mette in campo, anche quelli del Comune, per renderli più forti. A tutti quelli che incontriamo è chiaro che chi ha possibilità e ha di più, deve continuare a dare il giusto; anche per chi non ha più nulla o fa fatica. In ogni caso la ripartenza sarà diversa da prima e dobbiamo individuare le priorità essenziali di sviluppo e su queste concentrare gli sforzi».

Quale sarà la strategia del Comune?
«Il Comune si sta muovendo in prima linea da settimane. Eroghiamo servizi: penso al sociale, al cimitero, alla raccolta rifiuti e alla polizia locale. E lo facciamo anche senza entrate di tributi».

Le tasse, appunto: che intenzioni avete e che misure intendete adottare per alleggerire il peso su categorie allo stremo?
«Sui tributi ci saranno altre indicazioni nazionali, ma proprio con le categorie economiche vogliamo individuare quello che serve in termini di rinvio e diminuzione possibile per chi ha davvero bisogno. E sono moltissimi. Stiamo analizzando il bilancio e sarà durissima chiuderlo. Gli aiuti del Governo e della Regione sono utilissimi, ma al momento non sufficienti. Nonostante questo, stiamo pensando ad interventi sulla Tari e sui plateatici per aiutare cittadini e imprese, sulla scuola per gli studenti più fragili, sul sociale che avrà bisogno di più risorse e progetti nuovi con il mondo del terzo settore per far fronte alle nuove esigenze, su interventi per inserimenti lavorativi come aiuto concreto a imprese e lavoratori, coordinandoci con Camera di Commercio. Proveremo a rendere ancora più efficienti i servizi».

E l’aiuto concreto a persone e famiglie in difficoltà che sono sempre di più e aumenteranno?
«È la priorità assoluta, un’ azione essenziale alla ripresa del cammino».

Che non sarà semplice. Cosa si sente di dire alla sua città?
«Grazie, prima di tutto. Perché Cremona ha fatto da baluardo al virus con passione, determinazione e solidarietà, nonostante, all’inizio almeno, siamo stati lasciati un po’ soli. Grazie per i sacrifici che i cremonesi stanno facendo. Grazie per la solidarietà che hanno dimostrato verso chi è più in difficoltà. Grazie perché sono sicuro che questi sacrifici sapremo trasformarli in volontà di rialzarci, insieme».

Crede che i cremonesi abbiano reagito con responsabilità, seguendo i suoi molteplici appelli alla prudenza?
«Credo che tanti abbiano rispettato le misure di contenimento. Tantissimi. Qualcuno non l’ha fatto, qualcuno è stato sanzionato per questo. E credo anche che proprio queste settimane siano le più dure: ancora reclusi, ma con tanta voglia di ricominciare. Chiedo quindi di stringere i denti e di continuare a rispettare le regole fino a nuove disposizioni».

Lei, come molti altri primi cittadini, mettendosi a rischio si è speso in prima linea sin dall’inizio: pensa di aver fatto tutto quanto era nelle sue possibilità?
«Se ho sbagliato, e sicuramente ho commesso degli errori, chiedo scusa ai cittadini. Sono però sicuro di non essermi risparmiato nell’impegno, nella passione, nel rigore a tutela di tutti».

Se pensa a qualcosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto, cosa le viene in mente?
«Garantire la possibilità ai cittadini di far portare i fiori sulle tombe dei propri cari defunti, dato che i cimiteri sono chiusi. Non ci siamo ancora riusciti perché non è cosi semplice; ma ci stiamo lavorando».

Cosa vorrebbe non fosse mai accaduto?
«Tutti questi morti, tutte le persone che non ce l’hanno fatta. Ci sono famiglie distrutte. È un’enorme ferita, per loro e per tutta la città. Non possiamo dimenticarla. Sarebbe un’offesa gravissima. Da tanto dolore abbiamo il dovere di costruire un nuovo cammino».

Cosa le ha fatto più male?
«Le polemiche. A volte critiche costruttive, necessarie, derivanti da esperienze concrete vissute sulla pelle di moltissimi e utili per fare scelte migliori per il dopo sono state trasformate in polemica. Indubbiamente sono stati commessi errori e abbiamo dimostrato di non essere stati così pronti ad affrontare questa emergenza dal punto di vista sanitario e anche sociale. Così come è vero che tanti hanno anche operato molto bene. In ogni caso, ai cittadini in questo momento interessano poco le prese di posizione e i posizionamenti vari su giornali o social. Interessa sapere quanto e come potranno riprendere a vivere in sicurezza e quali aiuti potremo mettere in campo come paese e come Europa».

E cosa, invece, l’ha fatta e la fa sperare?
«La passione instancabile degli operatori sanitari. Ne ho sentiti tanti in queste settimane: medici, infermieri, operatori nelle Rsa. La gratuità dei tanti volontari di CremonAiuta e di tutto un mondo generosissimo del sociale. La forza di realtà come Unitiperlaprovinciadicremona. La silenziosa tenacia di imprenditori e lavoratori che non hanno smesso di contribuire, in forme diverse, al bene di tutti».

Cosa tiene nel cuore?
«Le frasi di mia figlia Chiara, che ogni giorno mi chiama da dietro quella porta».

C’è un momento, un’immagine, una storia che resterà nella sua memoria più di altre?
«Quando mi hanno avvisato del primo caso a Cremona. Era un venerdì sera. Ho sentito in particolare la giunta e il prefetto e abbiamo deciso di chiudere le scuole dal giorno dopo. Siamo stati i primi in Italia».

Lì cosa ha capito?
«Che sarebbe cambiato tutto».

E anche che nulla sarebbe stato come prima: qual è il simbolo di questo periodo?
«La bandiera italiana e quella Europea, mi auguro».

Da cattolico cosa ha provato? Ha avuto momenti di sconforto o la fiducia e la fede hanno sempre prevalso?
«Ho imparato in parrocchia e in Azione Cattolica che l’impegno per il bene comune con tutto se stessi, senza risparmio, è ciò che ad un laico è richiesto ed è preghiera. Provo ad ascoltare la Parola che è viva e raccontata dalla vita di molti, ma so di non essere all’altezza di questo gesto. E c’è anche una preghiera di tanti credenti e non credenti fatta di gesti di carità e questa la sento forte in tutta la città».

La Chiesa cremonese ha pagato un prezzo alto: il vescovo Napolioni, come lei, è stato contagiato. E molti parroci, come don Franzini o monsignor Rini, non ce l’hanno fatta. Erano punti di riferimento importanti.
«Un ricordo particolare per don Franzini, don Rini e per tutti i preti che non ce l’hanno fatta. Lasceranno un vuoto grande nelle comunità e nella città, che sono chiamate ancora di più a raccogliere la loro eredità, la loro missione in mezzo alla gente. Il vescovo? La sua guarigione e le parole che spende per tutti noi, e che ascolto ogni domenica, sono tra le gioie e le speranze più grandi».

Ha polemizzato anche duramente con la Regione sulle mascherine e su altro. Lo rifarebbe? Era giusto? O visto adesso quello scontro poteva essere evitato?
«Ho polemizzato anche col Governo per chiedere misure più restrittive, se è per questo. Ma dire ciò che non va e chiedere risposte per i cittadini, specie per quelli più deboli, a chiunque ne sia responsabile, non è polemica: significa fare politica, nel senso più alto e a prescindere dagli schieramenti. Rifarei tutto, soprattutto sul tema delle Rsa».

Non crede che in qualche circostanza la politica abbia alzato la voce al solo scopo di far sapere che ancora esisteva quando invece sarebbe proprio il momento di abbandonare ogni fazione per schierarsi solo ed esclusivamente con la gente tutti insieme? E se lo crede, pensa di averlo fatto?
«Se ho alzato la voce e se la alzerò ancora è solo per far sapere che Cremona esisteva ed esiste, che Cremona ha pagato un prezzo altissimo e che questo deve corrispondere a un’attenzione particolare. Ai nostri territori, come a Piacenza, Lodi, Bergamo, Brescia, Governo e Regione devono riconoscere qualcosa di più rispetto ad altri, perché noi siamo stati i più colpiti. È questione di giustizia e di distribuzione equa e efficace degli aiuti. Fino ad ora non è avvenuto».

Avverrà?
«Sono sicuro che avverrà».

Sarebbe dovuto. Al sacrificio di chi non c’è più e al contributo eroico di medici e infermieri...
«Sicuramente sono dei guerrieri. Ma se parli con molti di loro ti dicono: ‘non siamo degli eroi, abbiamo fatto il nostro mestiere’. Da una parte hanno ragione, dall’altra c’è modo e modo di fare il proprio dovere e loro hanno dimostrato una passione, una gratuità e un sacrificio straordinari».

Soffrono in tanti anche economicamente: qual è il messaggio che si sente di dare ai titolari di negozi, bar e ristoranti chiusi da due mesi che rappresentano un tessuto fondamentale per la città? Chiedono, prima di tutto, di non essere lasciati soli.
«E non li lasceremo soli. I sacrifici che stanno facendo sono enormi e li conosciamo. Li rispettiamo. Ricominceranno le attività ma in modo diverso e anche quello sarà un sacrificio. Per questo, con le categorie stiamo affrontando proprio il tema della ripresa in termini non solo di aiuti, ma anche di comportamenti, di nuovi metodi di lavoro e di prospettive. Faremo di tutto per aiutarli e per farci aiutare dal Governo e dalla Regione».

Come è proseguita l’attività normale in Comune?
«Con fatica. Ci sono stati momenti in cui su 650 dipendenti, ne erano presenti fisicamente 65. Molti altri in smart working. Abbiamo mantenuto solo le attività essenziali, ma in alcuni casi il lavoro è triplicato: penso al sociale, alla polizia locale o ai cimiteriali. E questo ha richiesto una riorganizzazione straordinaria. Anche ai dipendenti del Comune va il mio grazie profondo per la passione, la competenza e la dedizione dimostrate. E anche alla giunta: è un onore lavorare con loro».

Si sente cambiato?
«Siamo tutti cambiati oggi e lo saremo domani».

Già: domani. Come lo immagina?
«Sarà un percorso lungo. Dovremo darci il tempo e lo spazio per ripensarci come persone e come città alla luce di questa esperienza. Non dovremo dimenticare il dolore, dovremo imparare da quanto accaduto, riconoscere anche ciò che ha funzionato e riconoscere il bene versato per farci carico della nostra storia. Solo cosi potremo essere una comunità migliore».

Che 25 Aprile sarà, sindaco?
«Diverso. Sicuramente ferito. Ancora di più perché la generazione che quegli anni li ha vissuti è la più colpita dal virus. Anche per questo, oggi più che mai, occorre tornare a capire e a conoscere cosa fu il 25 Aprile 1945. Proprio dagli ideali che hanno fondato la nostra convivenza democratica possiamo ritrovare la forza per affrontare le sfide, tremende e drammatiche, che abbiamo di fronte. Sfide nuove, differenti, ma che richiedono la stessa passione, lo stesso slancio ideale, lo stesso desiderio di democrazia, di comunità, di Europa che segnò le persone che vissero in pieno la Resistenza».


Diverso, questo 25 Aprile. Di attesa. E sì, di nuovo di resistenza. Della nostra, nuova, resistenza. Non di festa. Non ancora di liberazione.

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