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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La memoria della paura, la difficoltà di ripartire

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

19 Aprile 2020 - 07:38

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Fermare un intero Paese è relativamente facile, farlo ripartire molto più difficile e complesso. Gli esperti ne sono convinti e le ragioni sono evidenti. Per chiudere tutto - per rendere accettabile una scelta tanto eccezionale - non c’è neppure bisogno di usare la forza: basta schiacciare il tasto della paura e anche i più riottosi si adeguano alle restrizioni, ai divieti, alle nuove regole. È una legge matematica: più la paura è grande, più chi si sente in pericolo è disposto a rinunciare a qualcosa, pur di salvarsi. Figurarsi cosa capita di fronte alla paura assoluta, la paura di morire. Davanti al bivio estremo - la vita o la morte - chiunque accetta di perdere tutto: le proprie abitudini, i propri spazi di libertà, i propri soldi. Nel pieno di un’epidemia devastante chi non rinuncerebbe al proprio conto in banca in cambio di un vaccino o di una garanzia di immunità per se stesso e per i propri cari? Nessuno. Certo, in passato qualcuno ha sacrificato la propria esistenza per difendere i propri ideali o un’incrollabile fede religiosa. Ma non a caso è passato alla storia come eroe. O come martire. Le persone «normali», al contrario, si adeguano. Si vede nei film, quando il cattivo di turno accetta di confessare tutto - anche la verità che non avrebbe mai voluto svelare - se ha una pistola puntata alla tempia. Ma anche noi abbiamo sperimentato la forza della paura, nella vita vera: non solo in queste settimane, ai tempi del Coronavirus, accettando di restare chiusi in casa, di allontanarci da amici e parenti, di lavorare a distanza, di rinunciare all’aperitivo, al cinema, al teatro, alle partite. 

Se ci voltiamo indietro, ci rendiamo conto di aver già cambiato le nostre forme di convivenza collettiva di fronte all’altra grande emergenza del Terzo Millennio: il terrorismo internazionale. Dopo l’11 Settembre, dopo il Bataclan, dopo le stragi jihadiste di Nizza, Barcellona e Manchester, tutti abbiamo accettato di farci rivoltare come un calzino e di essere scannerizzati da capo a piedi prima di salire su un aereo, abbiamo considerato normale mettere blocchi di cemento davanti a vie e piazze affollate per evitare che un invasato salga su un camion e travolga tutti, abbiamo imparato a guardare con occhi riconoscenti poliziotti e militari che presidiano strade e luoghi pubblici per garantire la nostra incolumità. Il problema/vantaggio di questa situazione di emergenza permanente è che l’uomo è una animale capace di adattarsi a ogni situazione, più camaleontico di un... camaleonte. Perché è un problema? Perché, come abbiamo visto, nel momento della paura l’uomo è disposto ad accettare tutto. Alla lunga, però si abitua. E man mano che la paura scema, tende a tornare al punto di partenza: come una molla liberata dopo essere stata a lungo compressa, un po’ alla volta riconquista i suoi spazi, torna alla vecchie abitudini, impara perfino a convivere con la paura. Il vantaggio è che nulla può annientarlo definitivamente. Il più delle volte l’uomo si piega, ma non si spezza. Cade, ma si rialza. Si ferma, ma poi riparte. Due testimonial eccellenti incarnano più di ogni altro questi concetti e rappresentano in maniera esemplare la capacità dell’uomo di andare oltre ogni difficoltà: sono Beatrice Vio e Alex Zanardi. La prima era una promettente fiorettista, quando a soli undici anni è stata colpita da meningite fulminante, una malattia terribile che le ha deturpato il corpo, strappato la gioventù e negato ogni forma di normalità. Eppure «Bebe» non si è arresa. Ha continuato a vivere e a lottare, ha sostituito con le protesi gli arti bruciati dall’infezione, è tornata a praticare scherma fino a laurearsi campionessa mondiale e paralimpica e, grazie a tutto questo, in pochi anni è diventata un simbolo internazionale, la Greta Thunberg della disabilità. Oggi vive meglio di prima? No, i contratti pubblicitari e le frequenti ospitate in tv non le restituiscono la spensieratezza e la salute perdute; potesse tornare indietro, «Bebe» sicuramente non baratterebbe la fama che ha conquistato con tutto ciò che ha perso (perché poi le luci della ribalta si spengono e si resta da soli con la propria, difficile condizione), ma davanti a tutto il mondo la piccola guerriera sopravvissuta alla meningite resta la dimostrazione vivente che la razza umana è capace di andare oltre ogni difficoltà e oltre i propri limiti. Lo stesso teorema dimostrato da Alex Zanardi, l’ex campione di Formula 1 che il 15 settembre 2001 ha perso entrambe le gambe in uno spaventoso incidente avvenuto al Lausitzring, un circuito tedesco minore. Quando l’auto condotta dal canadese Alex Tagliani ha letteralmente spezzato in due la sua monoposto, il pilota bolognese ha subìto l’amputazione istantanea degli arti inferiori e ha rischiato di morire dissanguato, tanto da ricevere l’estrema unzione durante il trasporto all’ospedale di Berlino in condizioni disperate. Una quindicina di operazioni chirurgiche dopo, grazie a un’infinita riabilitazione, a due gambe bioniche, ma soprattutto grazie alla sua eccezionale forza di volontà, Zanardi ha iniziato una nuova vita, ha vinto titoli mondiali e paralimpici di handbike, ha corso la maratona di New York, si è reinventato conduttore televisivo. «Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà di me che era rimasta, non la metà che è andata persa», ha raccontato il campione in stampelle. Ed è stata una straordinaria lezione di vita per tutti. Quando questa emergenza sarà finalmente finita, dovremo assolutamente ricordare chi non c’è più - portare nel cuore chi ha perso la battaglia contro il virus - ma dovremo anche ripartire più forti e motivati di prima. Non tornare ai vecchi vizi e alle vecchie abitudini, ma andare avanti. Non guardare a ciò che abbiamo perso, ma a ciò che ci è rimasto. Sapendo che non è poco. Anzi, avendo finalmente capito quanto è grande, importante e prezioso. La vera sfida, nel momento in cui potremo uscire di casa e rimettere in moto il Paese, ognuno per la sua parte, sarà conservare i valori della famiglia che abbiamo riscoperto in queste lunghe settimane di distanziamento sociale, la capacità di rispettare le regole e di trovare nuove soluzioni, la disponibilità a metterci in gioco, lo spirito solidale verso chi ha più bisogno. Altro che litigare per chi ha più diritto a ripartire per primo, fare pressioni per favorire una categoria a discapito di un’altra, sfuggire alle responsabilità secondo la bieca logica dello scaricabile, sgomitare all’insegna del «mors tua vita mea»!. La voglia di far ripartire il Paese è comprensibile, soprattutto guardando alle ragioni dell’economia, ma in questo momento resta una scelta pericolosa, perché la curva dei contagi si è abbassata, ma non ancora abbastanza, soprattutto nella nostra provincia. E fa un certo effetto sentir parlare di Fase 2, mentre ancora si muore di Coronavirus e si rischia di subire l’ondata di ritorno del contagio incontrollato. Eppure, c’è chi spinge per anticipare la scadenza del lockdown attualmente fissata per il 4 maggio; c’è chi vorrebbe riaprire bar, ristoranti e locali pubblici come se niente fosse successo; il Sud d’Italia (meno colpito dalla pandemia) scalpita per avere misure meno restrittive rispetto al Nord flagellato dal virus; i «senza reddito» cronici chiedono aiuto allo Stato (lo stesso dal quale in molti casi hanno cercato di nascondersi fino a ieri, per non pagare le tasse); i generatori di Pil chiedono meno burocrazia e meno vincoli, oltre che un consistente pacchetto di aiuti. Nessuno ha ragione e, dal suo punto di vista, nessuno ha torto. Ma accontentare tutti sarà impossibile. Alla fine hanno proprio ragione gli esperti: fermare un Paese è relativamente facile, basta sventolare la bandiera della paura; farlo ripartire molto più difficile e complesso. 

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