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Mercoledì 27 Maggio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il prezzo più basso da pagare per la vita

Il  prezzo più basso da pagare per la vita

Quando questa maledetta emergenza sarà finita e usciremo finalmente dalle nostre case come sopravvissuti a un bombardamento, a un terremoto o a uno tsunami, la felicità per lo scampato pericolo e la libertà ritrovata sarà pari all’angoscia per tutte le persone che non ritroveremo più attorno a noi: i nostri anziani, innanzitutto, ma anche la signora dai capelli grigi che incrociavamo ogni mattina in forneria con la borsa della spesa fra le mani; l’edicolante che ci porgeva il giornale preparando in anticipo gli spiccioli del resto; il barista che sapeva cosa servirci prima ancora che glielo ordinassimo perché ricordava i gusti di ogni cliente (caffè lungo, caffè ristretto, cappuccino tiepido o senza schiuma, brioche integrale o al cioccolato...), il benzinaio che dopo averci fatto il pieno ci chiedeva sempre se serviva una controllatina all’olio motore o alle gomme, il fiorista che ci consigliava il bouquet giusto per ogni occasione, il calzolaio che - chissà come - sapeva sempre «resuscitare» le nostre scarpe da risuolare, il prete che conosceva tutti i nostri segreti (no, non proprio tutti, che qualcosa ci vergognavamo di confessarlo perfino a lui), la cassiera del supermercato che ci regalava i bollini del premio fedeltà non ritirati dal cliente passato prima di noi.... Ci mancheranno tutti, uno per uno. Ci mancherà perfino il collega di lavoro logorroico e invadente.

Ci mancherà il professore che ai tempi del liceo non ci vedeva di buon occhio e ci aveva fatto sospirare ogni bel voto, il vicino di casa antipatico e rumoroso, lo sconosciuto che in posta o al check in trovava sempre una scusa per saltare la fila, il postino che suonava al campanello alle ore più strane per consegnare una raccomandata (e mai che fosse una buona notizia: in genere si trattava di una multa o di un sollecito a pagare le spese condominiali), il mendicante che per strapparci un euro di elemosina ci pressava ogni volta con una scusa diversa: non ho un lavoro, i miei figli hanno fame, sono scappato da una guerra... Quando usciremo finalmente dalle nostre case perché questa maledetta emergenza sarà finita forse la sua presenza ci darà meno fastidio, quel mendicante insistente come uno stalker ci sembrerà meno estraneo, meno bugiardo, meno diverso da noi. Perché nel frattempo, magari, anche noi potremmo aver perso il lavoro, perché non avremo figli da sfamare ma molto probabilmente non daremo più per scontato il fatto di poterli portare al ristorante o in pizzeria, perché non saremo in fuga da un conflitto, ma anche noi potremo dire di aver combattuto una guerra, comodamente seduti sul divano, certo, ma contro un nemico spietato, ancor più pericoloso e subdolo perché invisibile. Quando usciremo finalmente dalle nostre case perché questa maledetta emergenza sarà finita la conta degli assenti ci farà toccare con mano la vastità del dolore, ci farà «riscoprire» uno a uno tutti gli amici, i parenti e gli sconosciuti che non abbiamo neppure potuto salutare, accompagnare al camposanto o ricordare con una preghiera perché sono stati inghiotti dall’epidemia, sono evaporati nel nulla, mentre noi eravamo (doverosamente) chiusi in casa e, se non ci fossero gli articoli di giornale e i necrologi a rivelarcelo, non sapremmo neppure che non ci sono più. Ed è dolore che si aggiunge al dolore, perché - come ha sottolineato il premier Giuseppe Conte nel messaggio che abbiamo ospitato venerdì in prima pagina - le cifre del quotidiano bollettino di guerra «non sono freddi numeri: quelle che piangiamo sono persone con un nome, un cognome, una storia. Sono storie di famiglie che perdono gli affetti più cari» e non finiranno di piangere i propri lutti neppure quando questa maledetta emergenza sarà finita e finalmente usciremo dalle nostre case. Purtroppo non succederà tanto presto: il Governo si prepara a prorogare di altre due settimane la chiusura di ogni attività non essenziale e il divieto di spostarsi senza comprovata necessità. E probabilmente altri quattordici giorni non basteranno, come è facile supporre di fronte alla nuova impennata mondiale dei contagi, con picchi di emergenza assoluta negli Stati Uniti e in Spagna e il rischio che l’epidemia possa propagarsi senza controllo nel continente africano. Non bastasse, nel Sud d’Italia sta crescendo di ora in ora il pericolo che l’emergenza sanitaria diventi anche un’emergenza sociale e di ordine pubblico. Restare chiusi in casa, alla fine, è l’ultimo dei problemi, il male minore, il prezzo più basso da pagare. Resistiamo, dunque. Resistiamo...

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28 Marzo 2020