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Lunedì 06 Aprile 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

I dati certi unica arma contro la psicosi

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Il diritto-dovere di informare, la tutela della privacy, la necessità della massima trasparenza, il senso di responsabilità. Attorno a questi quattro pilastri si sta giocando la delicatissima partita della comunicazione nel bel mezzo dell’emergenza Coronavirus. Una partita che riguarda tutti – le istituzioni, i giornali, le tv, l’opinione pubblica, il pianeta incontrollato dei social – ma che nelle ultime ore, sempre più convulse, rischia di trasformarsi da prezioso strumento di condivisione a pericoloso momento di contrapposizione; da canale privilegiato per la diffusione di notizie utili a miscela incendiaria dell’isteria collettiva. Se finiscono per litigare perfino l’assessore al Welfare della Regione Lombardia e il responsabile della Protezione Civile nazionale («Noi le inviamo costantemente i nostri dati, ma troviamo poco serio che la Protezione civile faccia annunci non concordati», è sbottato ieri Giulio Gallera prima di invitare Angelo Borrelli «a continuare a concentrarsi sul suo lavoro, che sta facendo benissimo») significa che il livello di guardia è stato più che superato. Comprensibile, in un momento di grande tensione, ma non certo edificante. Nell’occhio del ciclone, però, ci sono soprattutto i media, accusati in egual misura di aver inizialmente sottovalutato l’allarme e di averlo poi eccessivamente «cavalcato»; di non raccontare la verità e di «fare terrorismo»; di non fornire un’informazione completa, pubblicando nomi, cognomi e indirizzi dei contagiati – affinché tutte le persone «vicine» possano «difendersi» sottoponendosi alla prova del tampone per verificare di non essere state a loro volta infettate – ma allo stesso tempo vengono tacciati di esporre a pubblica gogna i cosiddetti «positivi».

Premesso che un eventuale contagio non può essere considerato una colpa per chi lo subisce, semmai una fastidiosa iattura, è chiaro che rendere riconoscibili i soggetti colpiti dal virus 2019-n-Cov rischia di trasformarli in altrettante pecore nere, untori di manzoniana memoria da allontanare, isolare, escludere da ogni attività sociale. Una segregazione eccessiva, pur nel rispetto delle misure restrittive che sono state giustamente adottate dalle autorità preposte per provare a evitare il diffondersi incontrollato del contagio. Perché un conto è creare un cordone sanitario attorno ai focolai del virus, come opportuno; tutt’altro puntare l’indice contro singole comunità o persone. Esemplari due casi avvenuti ieri a Cremona, dapprima le voci incontrollate sul possibile contagio del titolare di un frequentatissimo bar del centro – con conseguente fuggi fuggi e panico di clienti abituali e frequentatori occasionali -, poi le indiscrezioni sulla possibile presenza contagiosa di un “positivo” in un hotel del centro. Fake news, fino a prova contraria. Come la notizia partita da Brescia, rimbalzata per alcuni minuti anche sul nostro sito, e poi ufficialmente smentita dalla Regione sulla presunta morte a causa del coronavirus della signora di Crema che da domenica è ricoverata agli Spedali Civili ed è stata scambiata per errore con un’altra persona effettivamente deceduta al reparto Infettivi.

Al di là delle opportune verifiche che ogni testata giornalistica è tenuta a effettuare, il problema è che l’intero sistema della comunicazione fra i soggetti coinvolti nell’emergenza sembra andato in tilt. Giornali e tv chiedono informazioni e dati certi alle autorità, spesso scontrandosi con un severo riserbo, ma paradossalmente è successo anche il contrario, ovvero che sindaci e pubblici amministratori si siano rivolti ai media per ottenere conferme o riscontri che non riuscivano a recuperare altrove. Anche tante aziende hanno chiamato il nostro centralino per sapere come doversi regolare, lamentando di non aver ricevuto dalle autorità sanitarie alcuna comunicazione su eventuali positività da parte dei propri dipendenti e, nel caso, sulle più opportune misure da adottare. Morale: è il momento di darsi tutti una bella calmata. Di garantire la corretta divulgazione dei dati ufficiali. E di contare fino a dieci prima di innescare pericolose tensioni. Da parte nostra si tratta di un impegno preciso: da giorni siamo impegnati in un lavoro incessante e senza rete, in un panorama che si modifica ed evolve in tempo reale, con aggiornamenti continui e nuovi fronti che si aprono di ora in ora. Le 28 pagine che oggi dedichiamo al caso Coronavirus non sono un atto di terrorismo, ma il nostro modo di onorare la professione garantendo ai nostri lettori l’informazione più completa possibile su ogni aspetto dell’emergenza. Senza reticenze, ma con il senso di responsabilità di sempre, per condividere ogni elemento utile con il maggior numero possibile di cremonesi, convinti che la trasparenza sia in assoluto l’arma più efficace per evitare ogni manipolazione e per azzerare il rischio che la giusta attenzione all’emergenza diventi incontrollata psicosi collettiva.

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24 Febbraio 2020