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IL PUNTO DEL DIRETTORE

I numeri «giusti» e il fuoco amico

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

02 Febbraio 2020 - 08:04

I numeri «giusti» e il fuoco amico

Se non bastano le teste, faccia fede il Pil. Se i cittadini sono pochi, si guardi alle imprese. Se i numeri della demografia sono piccoli, si evidenzino quelli (enormi) dell’economia: fatturato, occupazione, ricchezza prodotta... Nella tappa cremasca del suo tour alla scoperta di una provincia che conosce solo da pochi mesi e che ad ogni appuntamento gli svela una nuova eccellenza, il prefetto Danilo Gagliardi in settimana ha indicato al sistema Cremona la strada da seguire per assumere un ruolo realmente da protagonista (o quantomeno non irrilevante) nel panorama nazionale. Nella sua veste istituzionale – prestigiosa, ma sostanzialmente terza, neutrale, sopra le parti – il prefetto non poteva certo suggerire a sindaci e imprenditori come ottenere di più da Governo e Regione, i grandi centri di potere decisionale del sistema Paese, ma il suo consiglio resta uno stimolo prezioso. Perché Cremona – la provincia «orizzontale» che va dalle porte di Milano ai confini di Parma, Mantova e Reggio Emilia – ha tanti pregi e altrettante peculiarità, ma anche un’immagine piuttosto appannata; sa fare impresa e innovazione, ma non brilla in comunicazione; ha un retrobottega eccezionale, ma una vetrina quasi spenta; ha dato i natali alla più importante «influencer» italiana, ma raramente influenza le scelte che si compiono nelle stanze dei bottoni, là dove si decide su quali territori investire e su quali no, a quali province destinare le risorse e a quali no, in quali città impiantare una nuova università o un polo tecnologico innovativo e quali comunità lasciare invece in coda, se non addirittura alla deriva, fatalmente abbandonate al proprio destino.

Il discorso vale per le infrastrutture (strade, ferrovie, aeroporti, reti digitali), per la sanità (dai posti letto alle dotazioni tecnologiche degli ospedali), per l’istruzione, per ogni settore in cui un finanziamento in più o in meno può fare la differenza. L’autostrada Cremona-Mantova si farà oppure no? Dati di traffico alla mano, difficilmente sarà mai fra le priorità di un Governo, di qualunque colore esso sia: al massimo, ci potranno o dovranno pensare gli enti locali e/o i privati, trovando le risorse necessarie con la formula del project financing, perché chi governa conta i potenziali elettori di un determinato bacino e non le ore trascorse ogni giorno in coda da automobilisti e camionisti che devono attraversarlo. E così facendo chi governa finisce sempre per favorire le province con i numeri più grandi. Stesso discorso per i treni: quanti passeggeri transitano ogni giorno per le stazioni cremonesi? Pochi. Sicuramente non abbastanza per giustificare l’acquisto di nuove motrici e nuovi vagoni (come ha candidamente ammesso l’assessore regionale ai trasporti lo scorso 13 dicembre, durante il faccia a faccia al Museo del Violino con il ministro delle Infrastrutture), tantomeno per sostenere un investimento miliardario nell’Alta Velocità simile a quello ottenuto da province limitrofe, ma densamente più popolate, come Brescia (un milione e 266 mila abitanti) o Verona (926 mila). Con 358.955 residenti – ultimo dato Istat disponibile - Cremona è al 59° posto della classifica nazionale su un totale di 110 province: ha più «concorrenti» davanti che dietro, insomma. E questo dato diventa un handicap ogni volta che viene valutato da chi decide dove e quanto investire. La sfida allora diventa cambiare il parametro di riferimento: non più la conta delle teste, appunto, ma la forza, il peso specifico, il valore economico di un determinato territorio. In questo campo Cremona smette di essere cenerentola e diventa principessa, stella, ballerina di prima fila: la numero uno assoluta nella liuteria, la numero due nella produzione del latte e del cioccolato, una delle primissime nel settore agroalimentare e nella siderurgia, la primatista indiscussa nel campo della cosmesi grazie alla straordinaria concentrazione di produttori del distretto cremasco. Il problema, in quest’ultimo settore, così come in altri comparti, è che ognuno fa sempre e soltanto per sé, nessuno fa sistema, le rivalità individuali prevalgono sempre sui vantaggi delle possibili sinergie. «Quando ero una giovane sconosciuta che bussava alle porte dei potenziali clienti, mi bastava dire che arrivavo da Crema per farmi aprire, ricevere ed ascoltare», ha rivelato Vittoria Cicchetti, oggi amministratore delegato di Regi Laboratories perennemente in viaggio d’affari fra New York e Parigi, l’India e la Cina. Il problema è che nessuno ha mai pensato di creare un cluster o l’equivalente di una Doc attorno a quel certificato di provenienza Made in Crema; nessuno ha mai ideato un sigillo di garanzia simile al timbro a fuoco con cui vengono marchiate le forme di Grana Padano o all’etichetta numerata che il Consorzio Franciacorta incolla su ogni bottiglia di bollicine prodotta in quel lembo di terra, secondo un preciso e irrinunciabile disciplinare. Simili certificati di qualità offrono un duplice vantaggio: ai consumatori la possibilità di distinguere dalle imitazioni i prodotti che provengono da un determinato territorio e rispettano rigorosi standard; ai produttori la possibilità di difendersi da ogni tipo di contraffazione. Due plus non da poco in tempi di «parmesan sound» e concorrenza sleale. Ma la capacità di fare squadra non è solo un’arma per conquistare nuovi mercati (o per difendere le quote tanto faticosamente raggiunte): significa anche rendere un territorio attrattivo ad ogni livello. Dal turismo all’occupazione passando per l’alta formazione. «A Crema ci rubiamo i tecnici gli uni e gli altri», hanno confessato al prefetto Domenico e Mario Cicchetti, leader della Omnicos di Bagnolo Cremasco che di Vittoria (Regi) sono contemporaneamente concorrenti e… fratelli. Ma è davvero un paradosso che nel Paese dei cervelli in fuga e del tasso di disoccupazione al 9,7 per cento le aziende di maggiore successo non riescano a trovare addetti da assumere per potersi consolidare o sviluppare. Il cortocircuito formativo era già stato denunciato nei mesi scorsi da altri due giganti locali del settore: Ancorotti e Moretti (Lumson). Eppure, anche nella «cosmetic valley» – il cluster cremasco che sta al make up come la «Silicon Valley» sta ai computer e alle nuove tecnologie – le divisioni sono più frequenti delle alleanze e finiscono per far naufragare anche i migliori progetti e le migliori intenzioni. Un vero peccato, perché non esiste posto al mondo più adeguato di Crema per creare una scuola di specializzazione se non addirittura una Facoltà di Chimica con indirizzo in cosmesi. Così, invece, uno straordinario potenziale rischia di non essere sfruttato. O addirittura di andare disperso. Sarebbe il paradosso nel paradosso. Perché c’è soltanto una cosa peggiore di non saper comunicare o non riuscire a farsi ascoltare. Ed è morire di fuoco amico, sport piuttosto praticato in provincia di Cremona, non solo dalle parti di Crema. Questo il prefetto non l’ha detto, ma è noto a tutti. Sul tema esistono perfino un paio di storiche barzellette. Riusciranno mai i cremonesi a cambiar pelle? Ma soprattutto: lo vorranno mai per davvero o, in fondo, stanno bene così, nel loro splendido (seppur criticato a parole) isolamento?

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