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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La fiducia di Mattarella, l'ira del Papa, le sfide 2020

Marco Bencivenga

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dduchi@laprovinciacr.it

05 Gennaio 2020 - 07:36

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Uno è stato accusato di essere troppo buono, l’altro troppo cattivo. Uno ha onorato la formalità istituzionale, con un’impeccabile diretta tv; l’altro ha infranto ogni protocollo, mostrando eccezionalmente il suo lato umano. Uno ha chiuso l’anno con un discorso che qualcuno ha giudicato «mellifluo, incolore, indolore e insapore»; l’altro ha avuto una reazione tanto scomposta e irrituale da fare il giro del mondo e scatenare le ironie del web, il più grande sfogatoio di repressi dell’era moderna. Per Sergio Mattarella e per Papa Francesco non sarà facile dimenticare la notte che ha segnato il passaggio fra il 2019 e il 2020. Il presidente della Repubblica, come sempre, ha parlato agli italiani dal Quirinale cercando di guardare al bicchiere mezzo pieno di un Paese in crisi d’identità e di valori, che ha progressivamente perso fiducia in se stesso e, ancor più, la propria capacità di affrontare le sfide della modernità, sfruttare il genio che ha nel Dna e mantenere il passo dei più agguerriti competitor sui mercati internazionali. Un Paese che fatica a guardare al futuro con ottimismo, incapace com’è di investire in conoscenza, infrastrutture e ricerca, scrollarsi di dosso vizi antichi e, soprattutto, abbattere il mostruoso debito pubblico che divora la stragrande maggioranza delle risorse disponibili: se gli 80 miliardi di euro che l’Italia brucia ogni anno per pagare gli interessi ai suoi creditori fossero usati per finanziare sanità e trasporti, per fare due esempi, avremmo i migliori ospedali del mondo e treni puntualissimi. Invece, i budget per la salute vengono continuamente ridotti (al punto da imporre la chiusura dei reparti degli ospedali che non raggiungono sufficienti standard di sostenibilità).

I treni continuano ad arrivare in ritardo (quando non vengono addirittura soppressi) e ogni anno dobbiamo raschiare il fondo del barile per presentare bilanci in ordine con le regole dell’Unione Europea (regole che abbiamo accettato e liberamente sottoscritto, salvo poi accusare Bruxelles e Strasburgo di volerci «affondare», come se la responsabilità del debito fosse loro, anziché nostra). Il problema dei problemi, in Italia, è una classe politica che non sa elaborare programmi a medio e lungo termine, ma si accontenta di vivere alla giornata. Che investe sul consenso immediato anziché pianificare il futuro. Che si misura con l’avversario di turno anziché con modelli virtuosi. Che si compiace di vincere un’elezione locale (in Comuni, Regioni, eccetera) anziché proporre strategie di sviluppo, rilanciare l’occupazione, abolire la burocrazia (con la povertà ci hanno già provato, ma è andata male), supportare chi è in difficoltà, garantire una serena vecchiaia a chi ha già lavorato abbastanza, premiare gli onesti e, contemporaneamente, punire i furbi, i furbetti e i furbastri che continuano a farsi gli affari loro, a spese di tutti. Guardare avanti, garantire equità e indicare al Paese la strada da percorrere dovrebbe essere il compito dei politici. Che, invece, sgomitano per un passaggio in tv, si azzuffano per un posto in commissione e, per garantirsi visibilità, si sfidano a chi la spara più grossa, naturalmente on line, in video autoprodotti senza contraddittorio, evitando i confronti diretti, le domande scomode e le verifiche degli esperti. L’ultimo rapporto Demos dice che soltanto il 22% dei cittadini italiani ha fiducia nello Stato (nel 2009 era il 33%), solo il 15% si fida del Parlamento (dieci anni fa era il 19%) e addirittura solo il 9% degli italiani crede nei partiti politici, teoricamente i garanti della democrazia. D’altra parte, perché stupirsi? La classe politica italiana ha dato tali e tante dimostrazioni di inaffidabilità da diventare indifendibile, salvo rare eccezioni. Semmai, c’è da chiedersi come finirà il 2020, fra partiti in crisi, movimenti in dissoluzione e piazze sempre più protagoniste. Soprattutto, con un Paese orientato in una direzione, secondo i sondaggi, e il Governo in un’altra. Non bastasse, il partito di maggioranza assoluta alle ultime Politiche (il M5S) rischia l’implosione, con i vecchi leader in aperto contrasto (secondo La Repubblica, Grillo e Casaleggio jr non si parlano più da mesi, ma venti di crisi soffiano anche fra i gemelli Di Battista e Di Maio), l’originario mantra dell’«uno vale uno» è stato sostituito dall’«uno decide per tutti» e dalle elezioni del 2018 a oggi già 19 parlamentari hanno cambiato bandiera (14 sono stati espulsi, 3 sono passati alla Lega, uno a Forza Italia, un altro ancora al Gruppo Misto). Riuscirà Conte a tenere insieme tutti i pezzi del Movimento? E le mille anime di un Pd che ogni giorno registra una lite o una scissione? Sul fronte opposto, cosa resterà di Forza Italia ora che il suo vecchio leader ha perso l’antico carisma? E Giorgia Meloni quanto reggerà il confronto con un Matteo Salvini che si affida sempre più «all’aiuto di Dio e del cuore immacolato di Maria», salvo farsi videobeffe del Papa che perde la pazienza nei confronti di una fedele maleducata? Francesco - da tempo in linea di collisione con il leader della Lega per le sue aperture sul tema dell’accoglienza ai migranti - ha sicuramente sbagliato nel perdere le staffe con la strattonatrice che ha rischiato di farlo cadere in piazza San Pietro. Però, già il giorno dopo ha chiesto scusa. Perché capita a tutti di sbagliare. Perfino al Papa. Ma solo i grandi sanno riconoscere i propri errori e hanno il coraggio di chiedere perdono. Bergoglio l’ha fatto, un politico lo stiamo ancora aspettando. Dopotutto, se uno è chiamato «santità» e l’altro, al massimo, «onorevole», un motivo ci sarà…

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