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Martedì 28 Gennaio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Tin, il peso delle scelte e il dovere di spiegare

Riscoprire  il passato, cancellare il presente

Al flash mob organizzato ieri mattina davanti all’ospedale di Cremona c’erano i rappresentanti di tutte le forze politiche. Anche di quelle che a Roma hanno approvato la legge che determina i nuovi standard di sostenibilità della sanità italiana e quelle che a Milano ne hanno recepito le indicazioni, approvando la delibera che depotenzierà il reparto di Terapia intensiva neonatale del Maggiore, destinando agli Spedali Civili di Brescia i prematuri più gravi, ovvero i neonati di peso inferiore a 750 grammi.

Cosa significa questa presenza tanto unanime quanto contraddittoria alla manifestazione di protesta? Le possibilità sono due: o qualcuno fa il furbo, schierandosi in un modo nelle sedi istituzionali e in un altro in piazza, oppure l’ondata di risentimento suscitata dalla delibera regionale ha talmente superato l’oggettività del contendere da far diventare il declassamento dell’ospedale cremonese un caso emblematico, una questione di principio, di identità e di orgoglio locale, prima ancora che una questione di merito. Fosse vera la seconda ipotesi, il caso rischia di diventare esplosivo e di trascinare tutti in un vicolo cieco, senza possibilità di uscita.

Proviamo a ricapitolare: Roma fissa i parametri, Milano li recepisce, Cremona subisce una scelta che non condivide e finisce per perdere un pezzo di quell’eccellenza che ha saputo costruire negli ultimi vent’anni grazie alle indiscutibili capacità professionali del dottor Carlo Poggiani e alla generosità di tutti i cremonesi che ne hanno costantemente sostenuto il lavoro e le sfide a ogni livello.

Detto così, ingiustizia è fatta, non ci sarebbe nemmeno da discuterne. Ma la lettura emotiva del caso non è l’unica possibile. La ragione dice che le scelte del Governo e della Regione un senso ce l’hanno: in generale, perché la logica per cui ogni ospedale - anche il più piccolo ospedale di provincia - debba poter garantire un servizio d’eccellenza in tutti reparti non è più sostenibile, per quanto auspicabile in linea teorica (in realtà oggi vince la specializzazione: ci si rivolge alla struttura in cui si sarà assistiti e curati meglio, in relazione alla propria patologia, non alla struttura più comoda o più vicina); nel caso particolare, per due buoni motivi: primo, perché il continuo calo delle nascite finisce per rendere sovradimensionati reparti un tempo super-affollati, tanto da lasciare inutilizzati quasi la metà dei posti letto, e sempre peggio andrà in futuro se le coppie italiane non torneranno a fare figli; in secondo luogo, perché i medici della Tin di Cremona sono i primi a garantire che, quando la delibera contestata diventerà operativa, il trasferimento di un neonato prematuro a Brescia non comporterà alcun rischio per il suo già fragile equilibrio vitale. «Grazie alla presenza in ambulanza di ben cinque rianimatori specializzati in neonatologia non esiste al mondo trasporto più protetto», assicurano gli esperti. Non solo. Una volta superata la fase più critica, i neonati cremonesi torneranno comunque ad essere ricoverati e assistiti a Cremona, così da ridurre al minimo i disagi e i costi per le famiglie.

Perché dunque tutti si indignano, si mobilitano e protestano per una riforma tutto sommato plausibile? Presto detto. Da un lato, perché il caso Tin suscita un senso di ingiustizia nell’applicazione difforme delle leggi nelle diverse aree del Paese: vale per la sanità, così come per la sicurezza sul lavoro o per il fisco. Perché - si chiedono i più - in Lombardia bisogna rispettare al cento per cento gli standard e le leggi, se altrove tutto è concesso, i controlli sono più blandi (o addirittura inesistenti) e le sanzioni ai trasgressori si contano sulle dita di una mano monca? Succede perché noi siamo virtuosi e altri no? Magra soddisfazione, in un Paese che troppo spesso sembra premiare i furbi, anziché chi rispetta le regole. Nel caso specifico, alla domanda iniziale ne segue un’altra, ugualmente senza risposta: perché il Governo anziché preoccuparsi degli standard della Neonatologia di Cremona non va a guardare cosa succede negli ospedali del Sud, dove i bilanci sono fuori controllo, gli organici sovrabbondanti (mentre qui mancano i medici) e la qualità del servizio, paradossalmente, molto inferiore?

Seconda spiegazione: il caso Tin è diventato un’emergenza di piazza perché è stato gestito nella peggior maniera possibile: non solo la decisione è stata calata dall’alto, senza l’indispensabile coinvolgimento preventivo dei diretti interessati, ma non è mai stata spiegata nel modo giusto. Né ai medici. Né agli enti territoriali. Né agli utenti. Emblematico il caso dell’incontro che si è svolto giovedì a Cremona fra i responsabili del reparto e i dirigenti della Direzione generale Welfare (ora la Sanità si chiama così) della Regione Lombardia: non soltanto il faccia a faccia si è svolto a porte chiuse, ma l’annunciato comunicato stampa - che avrebbe dovuto renderne pubblico l’esito - è stato bloccato per ben due volte dall’assessore Giulio Gallera. Eppure, conteneva un’apertura significativo alle istanze cremonesi, prevedendo la presenza del dottor Bruno Drera, responsabile dell’unita operativa del Maggiore, al tavolo tecnico che dovrà definire i criteri di applicazione della delibera contestata (i famosi «decreti attuativi» che spesso fanno la differenza, gli stessi che - qualcuno lo ricorda? - rendevano inapplicabile la legge sull’obbligatorietà dei seggiolini salvavita, finché qualcuno non si è deciso a promulgarli). Perché tanta opacità? Perché tante cortine fumogene? Perché tanta paura della trasparenza?

Terza e ultima spiegazione alla trasformazione del caso Tin in un pericoloso incendio di piazza: come spesso capita, non è l’acqua del mare a provocare i danni maggiori, ma l’ultima goccia. Quella che fa traboccare il vaso. Il declassamento della Terapia intensiva neonatale del Maggiore non è il più grave affronto che Cremona ha dovuto subire negli ultimi anni. Ma diventa il simbolo di tutte le battaglie perse nel recente passato: l’esclusione dalle grandi rotte dell’Alta velocità ferroviaria (per farsene una ragione ai cremonesi basterebbe poter contare su un efficiente servizio di treni regionali e invece i ritardi e le cancellazioni delle corse per i pendolari sono una piaga quotidiana); l’eterna, vana attesa dell’autostrada Cremona-Mantova (o quantomeno della riqualificazione dell'ex statale); la mancata istituzione di un’autentica e autonoma Università di Cremona; il mancato sviluppo di un sistema di servizi in grado di rendere la città una meta turistica internazionale, così da valorizzare al cento per cento le eccellenze in campo culturale, artistico ed enogastronomico che può vantare. «Lasciateci almeno l’ospedale», sembrano gridare i cremonesi. Risveglio tardivo, commentano i pessimisti. Meglio tardi che mai, ribattono i più fiduciosi. Forse davvero bisogna toccare il fondo, per iniziare a risalire. Fosse così, il caso Tin, pur con tutte le sue incongruenze e contraddizioni, alla lunga potrebbe perfino rivelarsi un bene per la città. Uno schiaffo salutare. Sperùm, sono soliti commentare i cremonesi. E chissà che per una volta sia un grido di battaglia e non un rantolo di rassegnazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI E FOTO

08 Dicembre 2019

Commenti all'articolo

  • Antonio

    2019/12/10 - 08:06

    Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno.

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