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Martedì 12 Novembre 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La lezione di Passera e l'autogol del Governo

La lezione di Passera e l'autogol del Governo

Cambiare l’Italia? Volendo, si può. Basta avere una visione a medio-lungo termine, la capacità di fare scelte precise e il coraggio di assumersene la responsabilità. Lo garantisce oltre ogni ragionevole dubbio Corrado Passera, l’ex ministro dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture del Governo Monti (2011-2013) ed ex «volto nuovo» dei moderati italiani, che in settimana è stato a Cremona, ospite di un Rotary e della redazione de La Provincia. Di leader che promettono il cambiamento è pieno il mondo. Ma un conto è promettere, un altro mantenere. E per Passera parlano i fatti, fra i tanti successi della carriera di top manager, in particolare, tre operazioni che sarebbero da definire miracolose, se non fossero state - invece - il frutto della regoletta iniziale (visione-scelte-responsabilità): negli anni ’90 la trasformazione della Olivetti da azienda in crisi a primario operatore delle telecomunicazioni con i marchi Omnitel (ora Vodafone) e Infostrada; fra il 1998 e il 2002 il passaggio di Poste Italiane da pachiderma di ceralacca sull’orlo del fallimento a sportello informatico multifunzione per milioni di clienti, e con i bilanci in attivo; nel 2006 la creazione del primo gruppo bancario italiano (Intesa San Paolo) attraverso la fusione fra due giganti del settore come Banca Intesa e San Paolo Imi.

«Come si ottengono risultati? Con idee chiare, grandi investimenti e altrettanta formazione», ha risposto Passera alla nostra redazione, spiegando che le idee chiare servono per indicare la meta e la rotta, gli investimenti per sostenere la trasformazione e la formazione per riqualificare il personale che sarebbe altrimenti in esubero «perché quando si ristruttura un’azienda, è facile tagliare i dipendenti, ma molto più utile è insegnar loro a fare qualcosa di diverso e di nuovo».

Una ricetta illuminata che stride fragorosamente con l’incapacità gestionale manifestata in queste ore dal Governo sulla vicenda dell’Ilva di Taranto, un assurdo balletto - un passo avanti, due indietro, uno di lato... - che rischia di produrre danni irreversibili a ogni livello: sul Pil nazionale, sulla credibilità del sistema-Italia agli occhi dei grandi investitori internazionali, sull’intera filiera siderurgica tricolore, sui già precari equilibri economici del Mezzogiorno e su oltre 10 mila dipendenti che rischiano di restare senza lavoro e senza prospettive alternative (nel caso, se ne farà carico lo Stato con il reddito di cittadinanza per tutti? E a che prezzo per la collettività? E per quanto tempo?). La pretesa di mettere sulle spalle di ArcelorMittal (o chi per esso) la responsabilità penale dell’inquinamento ambientale prodotto da chi lo ha gestito in passato avrà pure un fondamento teorico e giuridico, ma ha una sola conseguenza pratica: far fuggire chi era disposto a investire oltre 4 miliardi di euro in un piano di rilancio, garantendo il futuro dell’azienda e circa la metà degli attuali posti di lavoro. Troppo poco? Diciamo abbastanza.

Anche perché ArcelorMittal non è un benefattore, ma un soggetto privato - il più grande produttore di acciaio del mondo - che legittimamente persegue e difende i propri interessi: se un anno fa aveva deciso di rilevare l’Ilva in amministrazione straordinaria non lo aveva fatto per filantropia, ma perché lo considerava un possibile business. In soli dodici mesi lo scenario è cambiato, a partire da una nuova ondata di recessione dell’economia mondiale e dalla variabile dazi introdotta da Donald Trump, e secondo molti esperti nell’attuale situazione internazionale per ArcelorMittal l’Ilva non è più un buon affare. Al contrario, il gruppo franco-indiano con sede in Lussemburgo avrebbe tutto l’interesse a uscire dall’investimento pugliese e potrebbe considerare un successo anche la chiusura dell’impianto, perché eliminerebbe la possibilità di subentro di ogni eventuale concorrente. Il problema è che, mentre ArcelorMittal vincerà in ogni caso (sia se spegnerà gli altiforni di Taranto sia se proseguirà l’attività alle sue condizioni), l’Italia grazie alla sua dissennata gestione della partita rischia di risultare sempre perdente: escludendo che un’Ilva statalizzata possa competere sul complicatissimo mercato siderurgico mondiale (sarebbe l’ennesimo bagno di sangue, un pozzo senza fondo stile Alitalia), si finirà inevitabilmente per chiudere gli impianti, perdere tutti i posti di lavoro e restare senza alcuna prospettiva di bonifica ambientale di uno dei siti industriali più inquinati del mondo. Altro che visione, scelte e responsabilità! Sul caso Ilva il Governo Conte rischia di implodere, condannando il più grande polo siderurgico d’Europa a morte sicura e il Paese a nuove elezioni.

Se poi fosse vero, come sostiene qualcuno, che tutto sarebbe riconducibile a un desiderio di vendetta di un gruppo molto determinato di deputati e senatori del Movimento 5 Stelle (in gran parte eletti in Puglia con la promessa di far chiudere l’Ilva e poi «dimenticati» dal leader Di Maio al momento di spartire i posti di ministro e sottosegretario) l’unico commento possibile sarebbe «Povera Italia!».

Una doccia gelata sulle speranze di chi sogna ancora di cambiarla (e sono milioni di cittadini) e di chi - come Corrado Passera - giura e garantisce che cambiare si può. A patto, però, di volerlo davvero. E agire di conseguenza. Appunto.

09 Novembre 2019