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INTERVISTA ESCLUSIVA

Bellanova: «Agricoltura al centro dell’agenda Italia»

Il Ministro: «Ruolo strategico per l’economia e per l’occupazione giovanile. Meno burocrazia e nessuna riduzione per le agevolazioni fiscali sul gasolio agricolo»

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

03 Ottobre 2019 - 08:52

Bellanova: «Agricoltura al centro dell’agenda Italia»

Il presidente della Sec Riccardo Crotti consegna al Ministro Teresa Bellanova la copia de La Provincia

CREMONA (3 ottobre 2019) - Teresa Bellanova è uno dei volti nuovi della politica italiana. Pugliese, 61 anni, capodelegazione di Italia Viva dopo una lunga militanza nel Pd, dal 5 settembre è Ministro per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nel Governo Conte-2. Alla vigilia della tavola rotonda in programma questa mattina a Milano, in occasione dell’inaugurazione delle nuova sede regionale di Confagricoltura, ha concesso un’intervista esclusiva a La Provincia.


Ministro Bellanova, la sua nomina è stata accolta con grande attenzione e curiosità da tutti gli operatori del settore primario e, in particolare, dagli agricoltori e dagli allevatori della provincia di Cremona, una delle più importanti a livello nazionale: come intende impostare il suo lavoro?

«L’ho detto fin dal primo momento: bisogna rimettere l’agricoltura al centro dell’agenda del Paese. È un obiettivo irrinunciabile se abbiamo veramente a cuore il made in Italy e la sua forza. Dobbiamo far crescere la consapevolezza anche sul ruolo sempre più strategico che l’agricoltura può assumere nel contrasto ai cambiamenti climatici, nella difesa e salvaguardia del suolo, nella valorizzazione delle nostre identità e tipicità, che rappresentano un pezzo fondamentale della storia e della cultura del nostro Paese. L’ho ribadito anche ieri nel corso del Question Time alla Camera. Nessuna riduzione sulle agevolazioni fiscali sul gasolio agricolo: la sostenibilità deve essere ambientale, sociale, economica. Non vogliamo più burocrazia, ma più qualità della terra, dell’aria, dell’acqua».

L’agricoltura può essere riscoperta dai giovani anche come opportunità occupazionale: chi ha un pregiudizio sul lavoro «nei campi» forse non ha mai visitato una moderna azienda agricola o non conosce l’alto livello tecnologico delle imprese di piccole, medie o grandi dimensioni. L’agricoltura ha bisogno di crescere anche sul piano dell’immagine?

«Lo ritengo essenziale. L’agricoltura deve essere conosciuta e comunicata di più e meglio. è una risorsa strategica, a maggior ragione se considerata nella sua multifunzionalità. La buona agricoltura è buon cibo, ma è anche il modo in cui noi conserviamo e consegniamo il nostro paesaggio. In questi giorni ho incontrato tante ragazze e ragazzi imprenditori agricoli. Hanno competenza, entusiasmo, sono più attenti all’ambiente e riescono a produrre più valore. Mi hanno chiesto di semplificare loro la vita e su questo mi voglio impegnare. Dobbiamo lavorare sul ricambio generazionale, certo, ma anche e soprattutto mobilità sociale. Così un settore diviene realmente attrattivo e realmente portatore di futuro».

Lei è la terza donna a diventare ministro delle Politiche agricole dopo Adriana Poli Bortone e Nunzia De Girolamo: con quali specificità? In generale quale ruolo possono assumere le donne nell’agricoltura moderna?

«Le donne producono più della metà del cibo del mondo. In Italia un’impresa agricola su tre è a conduzione femminile. Ora la scommessa è aiutare queste donne a competere su un mercato globale, mantenendo la propria distintività. Dobbiamo dare loro strumenti per colmare quelle difficoltà che ancora oggettivamente si incontrano. Ci stiamo già lavorando».

Per gli agricoltori - anello debole della filiera rispetto alle industrie di trasformazione e distribuzione - il primo ostacolo da superare è la bassa redditività delle produzioni, che diventa paradossale a fronte di prezzi sempre più alti per i consumatori finali: come si può riequilibrare il mercato agroalimentare?

«Dobbiamo ridare valore al cibo. Renderlo accessibile a tutti ma rispettando sempre il lavoro di ogni segmento della filiera. E serve un’alleanza con il consumatore. Deve sapere che quando acquista un prodotto sotto il costo di produzione, quel margine lo sta pagando qualcuno: l’azienda agricola che non arriva a fine mese o il lavoratore sfruttato. Riallineare e rendere più equa la filiera e la catena del valore: non se ne può prescindere».

Come ha dimostrato anche l’ultima stagione estiva, l’agricoltura è tra i settori produttivi maggiormente esposti alla variabilità climatica. Quali tutele possono essere adottate in materia? E quali misure possono garantire il diritto all’irrigazione, talvolta in contrasto con le esigenze del turismo e delle centrali idroelettriche?

«È così, l’agricoltura è il primo settore a risentire della crisi climatica. Per questo dobbiamo lavorare molto sulla prevenzione e sulla tutela del reddito degli agricoltori. Sull’irrigazione dobbiamo sapere che l’acqua per usi agricoli non è sprecata, diventa cibo o viene riassorbita dai suoli. Su questo dobbiamo avanzare nel piano di investimenti sulle infrastrutture irrigue».

Un appuntamento particolarmente atteso dal mondo agricolo è il varo della nuova Pac da parte dell’Unione Europea, uno strumento che vale da solo ben il 39% del bilancio comunitario: quale può essere l’influenza del ministro italiano sulla distribuzione degli aiuti diretti e sulle scelte del nuovo Parlamento europeo?

«Partiamo da un fatto: i fondi per l’agricoltura europea non vanno toccati. Non possono essere le imprese agricole a pagare la Brexit. Le risorse europee post 2020 non dovranno essere inferiori a quelle della programmazione precedente. Per quanto riguarda il nostro ruolo, i passati proclami contro l’Ue hanno prodotto soli danni. Non difendiamo il nostro Paese, la sua forza di negoziato e tanto meno l’interesse nazionale né con l’isolamento né inseguendo alleanze con chi non è disposto a sostenere per niente le nostre posizioni. Siamo tra i fondatori dell’Europa. Noi dobbiamo migliorarla, non farla fallire. Questa è politica, e la politica si fa con l’autorevolezza delle posizioni, non con i proclami».

Lei nasce come bracciante, per poi diventare operaia e sindacalista della Cgil, ed è ricordata per le grandi battaglie contro il caporalato: la piaga del lavoro nero e sottopagato - da sempre combattuta da Confagricoltura in nome della trasparenza e della legalità - si ripropone oggi in conseguenza della grande disponibilità di manodopera a basso costo, soprattutto fra i migranti. Il fenomeno riguarda solo il Sud o ha contagiato anche l’agricoltura del Nord Italia? E come può essere contrastato? La legislazione è adeguata o servono nuove misure?

«Abbiamo scritto una delle Leggi più avanzate, e non solo a livello europeo. è una norma che negli altri paesi ha fatto scuola. Chi pensa al caporalato come un relitto del passato sbaglia: è a pieno titolo nella modernità. E non caratterizza i territori, ma le dinamiche economiche. Ora dobbiamo accelerare sul fronte della prevenzione e per consentire alle imprese agricole di avere certezza di reperimento della manodopera, soprattutto durante la raccolta. Ho scritto alle Ministre Catalfo e Lamorgese e abbiamo già concordato uno stringente cronoprogramma di lavoro su questo tema. Sconfiggere il caporalato è per me un obiettivo irrinunciabile. Perché è sfruttamento e riduzione in schiavitù ma anche concorrenza sleale. Un dumping che minaccia e danneggia pericolosamente le aziende in regola, e strozza le piccole e piccolissime imprese».

I soliti leoni da tastiera l’hanno criticata sui social perché lei ha il diploma di terza media e hanno trovato da ridire anche sull’abito che ha scelto per la cerimonia di giuramento da ministro, a loro dire troppo vistoso: il suo partito, il Pd e pure il M5S le hanno subito espresso solidarietà. Lei come risponde agli haters?

«Come vuole che risponda? Con un’alzata di spalle. Vorrei essere valutata per il mio lavoro e i risultati che riusciremo a produrre. Per la qualità dell’interlocuzione e dell’ascolto. Per le posizioni che assumeremo in sede europea. Nel merito, insomma. Mi sono fermata alla terza media, è vero, ho dovuto lavorare. Ma non ho mai fatto vanto di questo. Piuttosto ho sempre raccomandato a mio figlio e a tutte le ragazze e i ragazzi che ho incontrato: studiate, studiate, studiate. Più si sa, più si può. La laurea non è solo un pezzo di carta. Chi lo dice spesso manda i suoi figli a studiare nelle migliori università. E invece noi dobbiamo essere capaci di ritrasmettere il valore fondativo dello studio, e di contrastare con ogni messo l’abbandono scolastico».

Ministro Bellanova, fra le rassegne agricole italiane un ruolo primario spetta da sempre alle Fiere Zootecniche internazionali di Cremona: nell’era digitale, lei crede che gli appuntamenti con espositori e operatori del settore siano in qualche modo superati o svolgano ancora un ruolo prezioso per gli allevatori e gli agricoltori?

«Io credo nella tecnologia, ma credo ancora di più nei rapporti umani. Le fiere sono relazioni, scambi. Bisogna potersi guardare negli occhi, raccontarsi, trasmettere il valore che le cose - in questo caso il nostro agroalimentare, il nostro cibo, la nostra agricoltura - hanno per noi. Solo così diventano credibili anche agli occhi degli altri. Credo che le Fiere siano una straordinaria occasione di conoscenza e di valorizzazione delle nostre eccellenze. E che vadano sostenute adeguatamente».

Libera, la storica associazione degli agricoltori di Cremona, ci ha incaricati di invitarla all’edizione 2019 della Fiera del Bovino che si svolgerà in città fra tre settimane, dal 23 al 26 ottobre: sarà possibile vederla con le forbici in mano per il taglio del nastro e, poi, magari, vederla protagonista di un incontro-dibattito con gli peratori del settore?

«Conosco bene l’importanza della Fiera di Cremona. Quei giorni, però, come sapete saranno dedicati dal Governo alla sessione di bilancio e sarò personalmente impegnata a difendere e promuovere il settore. Per ora non faccio promesse».

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