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Venerdì 20 Settembre 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La sconfitta del populismo e la coerenza che manca

La sconfitta del populismo e la coerenza che manca

Il voto di fiducia arriverà solo fra domani (al Senato) e martedì (alla Camera), ma l’esito pare ormai scontato: entro 48 ore il Parlamento darà il via libera al Conte Bis, il governo M5S-Pd-Leu nato sulle ceneri del precedente esecutivo M5S-Lega, quello che Matteo Salvini ha letteralmente dato alle fiamme l’8 di agosto per ragioni talmente incomprensibili da risultare ancor oggi oscure e da legittimare almeno tre differenti ipotesi, una più fantasiosa dell’altra, eppure in qualche modo tutte verosimili: 1) un clamoroso autogol da parte del leader della Lega, che ha confuso selfie, sondaggi e popolarità con l’unico indice di gradimento che conta davvero: il peso politico in Parlamento; 2) un trappolone studiato a tavolino dal segretario dem («Fidati di me: se fai cadere il governo, si torna alle urne, perché noi con il M5S non ci alleeremo mai»), una botola in cui Salvini è caduto mani e piedi confidando che Nicola Zingaretti approfittasse dell’occasione per regolare i conti con Matteo Renzi. E invece....; 3) un inconfessabile patto fra il Capitano e i fantomatici «poteri forti» (della serie «fatti da parte tu o ti facciamo fuori noi con nuove verità sul caso-Savoini»: sarebbe questo il «complotto» più volte evocato ma mai esplicitamente spiegato dall’ormai ex ministro dell’Interno). Quale che sia la verità, il ribaltone è andato in porto e, a meno di un mese dei bagni di folla al Papete, oggi Salvini si ritrova all’opposizione, a sgomberare l’ufficio del Viminale (dove in verità non sembra abbia mai trascorso molto tempo) e ridotto ad affacciarsi sui social, anziché sui compiacenti Tg Rai, per far valere le sue ragioni.

«Il governo delle poltrone, dei riciclati e dei poteri forti europei non avrà vita lunga. Opposizione in Parlamento, nei Comuni e nelle piazze, poi finalmente si vota e... si vince!!! Io non mollo e non mollerò mai, amici, per me l’onore viene prima dei ministeri», ha urlato Salvini in uno dei suoi tweet (in media ne sforna uno ogni ora...) rivolgendosi ai followers e ai «60 milioni di italiani» che evoca ogni dieci minuti.

Una posizione tutto sommato moderata rispetto a quella di un sobrio opinionista come Vittorio Feltri, che su «Libero» ha definito il Conte Bis «il governo più ridicolo della storia, uno zoo pieno di terroni e ostile al Nord che li mantiene tutti», con il presidente Sergio Mattarella «costretto a benedire questa porcata», di fronte alla quale lui - il vero Feltri, non la straordinaria imitazione che ne fa Maurizio Crozza - ha invitato a «non stracciarsi le vesti», perché basterà «vomitare per qualche tempo», con «la speranza che non sia troppo lungo».

Al netto degli insulti e delle iperboli, su una cosa ha ragione il caustico direttore di «Libero»: nella nuova squadra di Conte figurano alcuni ministri poco noti agli elettori (volutamente non ho scritto «al grande pubblico», perché si parla del Governo, non di un reality) e non sempre con un curriculum professionale scintillante (a partire dall’ormai celebre licenza media del nuovo ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova, una «self made woman» cui perfino gli oppositori riconoscono in realtà la preparazione maturata sul campo). Il risentito Salvini ha sottolineato i limiti dei nuovi ministri in tempo reale, mentre stavano giurando fedeltà alla Repubblica. Ma si è probabilmente dimenticato che neppure il precedente Governo era formato da personalità del calibro di Sandro Pertini, Giuseppe Zanardelli, Carlo Rubbia o Rita Levi Montalcini. Il metro di giudizio, invece, dovrebbe essere sempre lo stesso, altrimenti si fa solo facile propaganda! E per l’identico principio di coerenza non si può invocare il rinnovamento della classe politica e quando poi - al posto dei soliti noti - spuntano volti nuovi accusarli di essere seconde linee o protagonisti di serie B.

Allargando l’orizzonte oltre confine, una riflessione seria, semmai, può nascere dal confronto fra le traiettorie parallele di Matteo Salvini e di Boris Johnson, lo scapigliato primo ministro inglese fautore della Brexit più dura: entrambi saliti alla ribalta come uomini forti e anti sistema, si sono schiantati contro le regole e le logiche parlamentari. Il primo reclamando incautamente «pieni poteri», il secondo - ancor più ardito - ottenendo addirittura dalla Regina Elisabetta la chiusura delle Camere per cinque settimane, così da impedire alle opposizioni di posticipare un’altra volta la difficile uscita del Regno Unito dall’Ue. Il problema è che - esattamente come Salvini - Johnson ha fatto male i conti: voleva imporre la sua legge e, invece, ha finito per ricompattare gli avversari politici e, con il passaggio di un ex fedelissimo dall’altra parte della barricata, ha perso la maggioranza a Westminster che si reggeva su un solo voto di scarto. Poi si è visto respingere la richiesta di immediato scioglimento del Parlamento (e conseguente ritorno alle urne) e ha dovuto incassare anche le dimissioni beffa del fratello minore Jo, europeista convinto. A quel punto cosa ha fatto l’immarcescibile Boris Johnson? Ha invocato la mobilitazione di massa nelle piazze, ultima spiaggia per chi non riesce a vincere le prove di forza all’interno delle istituzioni. Certo, la partita è tutt’altro che conclusa: Oltremanica come in Italia basteranno nuove elezioni per rimettere tutto in discussione e riportare in sella i due leader politici oggi al centro della bufera. Per il momento, però, Salvini e Johnson sono la dimostrazione più evidente che con il populismo non si governa: come ha osservato Riccardo Paradisi (Linkiesta) «tu puoi anche combattere l’establishment ma non senza un establishment alternativo, e soprattutto non senza avere in mente il progetto di un altro o nuovo approdo», tantomeno «senza una cognizione della profondità dello Stato e delle istituzioni», che possono essere modificate e rese più moderne, sì, «ma non a colpi di reni e a colpi di teatro, come se il paese fosse il palcoscenico del Bagaglino». Meno slogan, meno forzature e più realismo, dunque.

Ed è esattamente il percorso che ha compiuto negli ultimi mesi il M5S, passato da forza antisistema a «garante della stabilità», come l’ha definita il suo capo politico (e ora ministri degli Esteri) Luigi Di Maio. Forse aveva ragione chi, smentendo lo storico titolo del Manifesto del 28 giugno 1983, vaticinò: «Alla fine, moriremo tutti democristiani..». Considerati i tempi, non è detto sia una prospettiva così nefasta o deprimente.

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12 Settembre 2019