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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Matteo 1 e Matteo 2: sconfitti sì, finiti mai

Marco Bencivenga

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25 Agosto 2019 - 07:46

Matteo 1 e Matteo 2: sconfitti sì, finiti mai

Fino a poche settimane fa il titolare del più grande suicidio politico nazionale era senza ombra di dubbio Matteo Renzi, l’ex boy scout capace di rivoluzionare nel giro di pochi anni la sinistra italiana. Sindaco di Firenze a soli 34 anni, nel dicembre 2013 vinse le primarie per diventare segretario nazionale del Pd con il 67,5% dei consensi e nel febbraio 2014 sfrattò da Palazzo Chigi il compagno di partito Enrico Letta, allora presidente del Consiglio. I modi furono bruschi, lo sgambetto gli costò qualche critica, l’hastag #enricostaisereno passò alla storia come lo sberleffo del secolo, ma solo tre mesi più tardi Renzi zittì tutti trascinando il partito a una storica vittoria alle Europee: oltre 11 milioni di italiani barrarono il simbolo del Pd sulla scheda elettorale e il 40,8% dei consensi rappresentò il miglior risultato mai ottenuto dal partito in 98 anni di storia, a partire dalla fondazione come Pci «falce e martello». Forte di un simile sostegno popolare, Renzi nei mesi successivi cambiò passo alla politica italiana, tanto da guadagnarsi il soprannome di «rottamatore», e diede il via a una serie di importanti riforme. La più ambiziosa mirava a superare uno dei fondamentali princìpi della Repubblica, il bicameralismo perfetto, con la quasi-abolizione del Senato, e chiedeva agli italiani di sopprimere il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro composto da 65 membri con l’incarico di esprimere pareri non vincolanti (e solo se esplicitamente richiesti dal Governo, dalle Camere, dalle Regioni o dalle Province Autonome). In pratica, un ente inutile.

L'esito del referendum poteva essere scontato, ma Renzi commise l’errore fatale di personalizzare l’appuntamento arrivando a dire in più occasioni che in caso di sconfitta avrebbe ritenuto fallita e conclusa la sua esperienza politica. Di fatto, il segretario Pd servì un’arma micidiale ai suoi avversari, che non aspettavano altro per impallinarlo: il referendum su una delle riforme più importanti del Dopoguerra si trasformò inesorabilmente in un referendum pro o contro Renzi, tutte le opposizioni si coalizzarono sul fronte del No (compresa la vecchia guardia Pd…) e l’ex sindaco di Firenze fu affossato dal 59,1% dei votanti. Inevitabili le conseguenze: Renzi fu costretto a dimettersi, prima da Presidente del Consiglio e poi da segretario del partito. A tre anni di distanza cosa lo abbia spinto a una mossa tanto azzardata resta un mistero: forse l’euforia del consenso, forse la convinzione di essere diventato invincibile, forse un calcolo errato sul possibile peso del fuoco amico, forse un mix di tutti questi e altri fattori. Ma la cosa più incredibile è che un errore simile – mutatis mutandis – sia stato ripetuto nei giorni scorsi da un altro Matteo osannato dalle piazze, sostenuto da milioni di italiani e destinato, in apparenza, a un trionfale cammino politico. Proprio nel bel mezzo di un’estate da protagonista, il leader della Lega ha sfiduciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte perché - ha spiegato - «stufo dei troppi No» del Movimento 5 Stelle, la forza politica con cui condivideva da poco più di un anno il contratto di Governo che avrebbe dovuto garantire al Paese il «cambiamento» necessario per superare la stagione della politica autoreferenziale, della corruzione, delle clientele e dei poteri forti, oltre a «eliminare la povertà, abbassare le tasse, fermare l’invasione degli immigrati e cancellare la legge Fornero» per consentire a tutti gli italiani di andare in pensione a un’età ragionevole. Con la sua mossa azzardata e fuori tempo (mai si era vista nella storia repubblicana una crisi di Governo a Ferragosto, con la legge di Bilancio ancora da scrivere e il rischio di esporre lo Stato all’esercizio provvisorio) Salvini sperava di poter tornare subito alle urne per capitalizzare il consenso attribuitogli dai sondaggi e già emerso lo scorso maggio in occasione delle Europee (elezioni importanti, ma che non portano fortuna, evidentemente). Non solo: probabilmente il leader della Lega confidava di ottenere così quei «pieni poteri» che la Costituzione non prevede, ma che una maggioranza particolarmente forte in Parlamento finisce di fatto per garantire a chi la possiede, perché significa mano libera nell’approvazione di decreti e disegni di legge e nelle nomine negli enti statali e in tutte le società controllate dalla mano pubblica. Il problema è che Salvini, proprio come era successo a Renzi tre anni prima, ha sottovalutato la portata delle sue mosse e delle sue affermazioni: ubriacato da selfie e bagni di folla, ha confuso la popolarità con la forza politica e ha battezzato come inutili perdite di tempo i passaggi istituzionali che tanto incidono, invece, nell’attività di ogni Governo. Così, nel giro di pochi giorni si è ritrovato da solo, pubblicamente ridicolizzato dal presidente del Consiglio, che gli ha inflitto una plateale lezione di diritto costituzionale e parlamentare, e «tradito» dall’ex partner che - piccato per l’improvvisa richiesta di divorzio - anziché assecondare la sua richiesta di tornare subito alle urne ha aperto la porta all’opposizione fin lì tanto odiata e si è seduto al tavolo della trattativa per provare a costruire una maggioranza alternativa. Più che un azzardo, un autogol da parte di Salvini, che - non a caso – appena si è reso conto di aver commesso un gravissimo errore strategico ha provato in ogni modo a fare retromarcia: prima ritirando la mozione di sfiducia a Conte che aveva avventatamente depositato in Parlamento solo poche ore prima, poi dichiarandosi disposto a «dimenticare le offese ricevute» e ad accettare la condizione imprescindibile impostagli dal M5S (l’approvazione definitiva della legge che prevede una drastica riduzione del numero dei parlamentari), nelle ultime ore addirittura offrendo all’ex pari grado Luigi Di Maio la presidenza del Consiglio! Più che una strategia politica, una mossa della disperazione che ha pochissime possibilità di riuscita (non nessuna, perché in Parlamento vale la regola del «mai dire mai») e di fatto finisce per fare il gioco del M5S, regalandogli maggiore forza contrattuale nella trattativa con il Partito Democratico. Partita finita, dunque? Nemmeno per sogno! Come dimostra proprio il caso di Matteo Renzi, in politica si può perdere una battaglia, se ne possono perdere anche due o tre consecutive, ma non è detto che si debba automaticamente perdere la guerra. O diventare irrilevanti. Per averne conferma basta chiedere a Nicola Zingaretti, l’attuale segretario nazionale del Pd, quanta e quale influenza abbia ancora l’ex presidente del Consiglio sulle truppe dem in Parlamento. Dopo due anni trascorsi nel limbo a leccarsi le ferite e programmare il riscatto, nell’ultima settimana Renzi è tornato prepotentemente al centro della scena politica e tiene sotto scacco l’intero partito con la costante minaccia di una scissione che darebbe la definitiva spallata a quel che resta della sinistra di un tempo. Guai, dunque a considerare finito o fuori dai giochi Salvini solo perché ha clamorosamente sbagliato un paio di mosse. A 48 ore dalla scadenza imposta dal presidente della Repubblica per la ricerca di una possibile maggioranza alternativa in Parlamento, tutto può ancora succedere. Oggi, dopodomani. O in autunno, se e quando si riapriranno le urne. Matteo 1 e Matteo 2 sono come i tappi di sughero: inaffondabili. Possono andare su e giù, in base al momento e alle onde, ma non andranno mai a fondo. Per merito loro. E perché in giro, nonostante tutto, non c’è di meglio. Ed è questo, forse, ciò che dovrebbe preoccupare di più.

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