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Domenica 15 Settembre 2019

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IL GIALLO DELL'ESTATE

Il turno di Ferragosto

di Marco Ghizzoni, illustrazioni di Graziano Bertoldi

«Il turno di Ferragosto» di Marco Ghizzoni, illustrazioni di Graziano Bertoldi

Il turno di Ferragosto

di Marco Ghizzoni


Al terzo sbadiglio in poco più di mezz’ora, i tentativi dell’ispettore Davide Tranquillo di convincersi che la sua non era stata una pessima idea cominciarono a vacillare. È vero, di primo acchito cosa può esserci di male nel rendersi disponibile al turno di Ferragosto quando non si ha niente da fare e nessuno con cui condividerlo? Se poi si aggiunge un caldo torrido senza un raggio di sole e la tipica afa padana schiacciata al suolo da un cielo basso, plumbeo e pesante, non ci sono dubbi: meglio l’aria condizionata della Questura e la tranquillità di una città deserta.

Sì, fin troppo, però. Al punto che la noia non faceva altro che metterlo davanti alla desolazione della sua vita, accentuata – come ogni anno – dalle vacanze: i suoi amici, tutti fidanzati o sposati, si dileguavano e lui restava solo come un cane.

Se fino all’anno prima aveva potuto contare sulla compagnia assai gradita del commissario Valentina Raffa - sola quanto lui e come lui interamente dedita al lavoro per mancanza di alternative - ora gli toccava rassegnarsi all’idea che aveva trovato l’uomo della sua vita in quel liutaio olandese da strapazzo, e che per nulla al mondo avrebbe rinunciato alla settimana a Sorrento che lui le aveva regalato. Tanto è vero che, per la prima volta da che si conoscevano, gli aveva categoricamente imposto di non disturbarla per nulla al mondo; chiaro segnale che aveva definitivamente perso la testa per quello là.

«Neanche se dovesse nevicare il giorno di Ferragosto!», aveva aggiunto per rincarare la dose.

E pensare che era stato innamorato di lei e avrebbe fatto qualsiasi cosa per cinque minuti del suo tempo. E per vederla nuda in tutta la sua bellezza, ma per questo sarebbe stato ancora disposto a tutto.

Sbadigliò un’altra volta mentre andava a chiudere la porta dell’ufficio, e in quei pochi metri realizzò che avrebbe fatto meglio a iscriversi a una delle canottieri lungo il Po. Lì, avrebbe sicuramente conosciuto qualcuna - magari una mamma single in cerca di distrazioni o una novella divorziata affamata di vita - e per la legge dei grandi numeri, un appuntamento lo avrebbe ottenuto anche lui. Ne era così certo? Non proprio, al punto che non abbandonò l’idea di farsi un giro su uno di quei siti di incontri che promettevano esperienze piccanti e momenti indimenticabili.

Stravaccato sulla sedia girevole, i piedi appoggiati sulla scrivania, utilizzò il suo smartphone per non lasciare traccia della sua ricerca. Guardò almeno un centinaio di foto di donne così belle e provocanti che mai sarebbe riuscito a immaginare: occhi da gatta, sguardi languidi, labbra di fuoco e seni da gipsoteca. Qualcosa dentro di lui si infiammò, non gli sembrava vero di poter toccare meraviglie del genere senza tema di subire un rifiuto, solo desiderandolo. E pagando, ovviamente, non poco a giudicare dal listino prezzi che trovò sul sito. Tuttavia, dovette ammettere che nemmeno l’iscrizione a una canottieri sarebbe venuta via a poco, e non era poi così sicuro di quale spesa sarebbe convenuta di più.

Stava facendo due calcoli, quando qualcuno bussò forte alla sua porta. Nel panico, spense tutto e si ricompose appena in tempo per non farsi trovare in quelle condizioni.

L’agente semplice Ricasoli aveva da sempre il pessimo vizio di non aspettare il permesso prima di entrare, prima o poi avrebbe messo qualcuno nei guai.

«Dimmi», lo esortò l’ispettore Tranquillo piuttosto nervoso.

«Alcuni colleghi hanno rinvenuto un’auto rubata davanti alla canottieri Baldesio».

Cosa, lo stava forse prendendo in giro?, pensò.

«E perché lo stai dicendo a me? Non sono forse capaci di procedere come da prassi?», disse, invece.

«Non è finita. Durante i controlli di routine, è stato rinvenuto un cadavere nel bagagliaio».

Ecco, e lui che si era lamentato dell’eccessiva tranquillità ferragostana.

«È del proprietario?».

«Non lo sappiamo, il corpo è privo di documenti. Sarebbe meglio se…».

«Sì, Ricasoli, ho capito.», lo interruppe Tranquillo «Avvisa i colleghi che sarò lì tra dieci minuti».

L’agente semplice fece il saluto militare e si congedò. Solo quando l’ispettore ebbe la certezza che fosse lontano, riaccese lo smartphone e segnò i nomi di una ragazza particolarmente interessante prima di uscire dal sito e cancellarlo dalla cronologia. Istintivamente, fece per telefonare alla Raffa, poi si ricordò dell’ordine di non disturbarla e andò lemme lemme a recuperare un’auto di servizio.

Era la prima volta che affrontava un caso di omicidio senza di lei, rifletté lungo il tragitto dalla Questura alla canottieri Baldesio, e non era sicuro di esserne all’altezza. Era preoccupato, al punto che nemmeno si avvide del semaforo ormai diventato verde da un po’; nessuno gli suonò perché viale Po era miracolosamente deserto, i pochi rimasti in città o erano già in piscina o chiusi in casa con l’aria condizionata a manetta, così si sorbì due rossi senza colpo ferire. Superato largo Fabio Moreni, imboccò via del Porto e si fermò davanti all’ingresso del parcheggio della Baldesio.

Una folla di curiosi in costume da bagno gli bloccava la visuale, gli unici due con i vestiti addosso, oltre ai poliziotti in divisa, erano la giornalista della Provincia di Cremona, Barbara Gualandris, e il fotografo Paolo Arrigoni, già pronti per il primo, e presumibilmente ultimo, scoop di quell’appiccicoso ferragosto.

L’ispettore Tranquillo prese un bel respiro e scese dall’auto brandendo il tesserino di riconoscimento come un’arma chimica; superato l’ultimo sudato baluardo umano, si trovò davanti una scena che lo lasciò di stucco: un signore di almeno ottant’anni, in completo stazzonato e scarpe di vernice, se ne stava seduto in tutta tranquillità sul muretto d’ingresso della canottieri. Accanto a lui, uno schianto di ragazza in canotta e pantaloncini ultracorti di jeans sopra un paio di sandali tacco dodici o qualcosa di più. I due conversavano amabilmente come se nulla fosse, mentre nel bagagliaio aperto di un’Audi Q7 nera era ben visibile il corpo rannicchiato di un giovane uomo sui vent’anni.

Non appena l’ispettore si riprese e riuscì a distogliere lo sguardo dal generoso décolleté della ragazza per posarlo con attenzione sul suo viso, per poco non ebbe un colpo: non era possibile, sembrava la ragazza che…

«Ispettore Tranquillo, tutto a posto?».

La voce che lo sorprese alle spalle era quella del medico legale, dottor Guido Buffa, presumibilmente chiamato sulla scena del crimine insieme alla scientifica da uno degli agenti.

«Cos…? Sì, tutto bene, stavo solo pensando che…», ma non terminò la frase.

«Su, non si faccia prendere dal panico per l’assenza del commissario Raffa. Il maestro apre la porta, ma tu devi entrare da solo, recita un antico proverbio cinese. Ecco, questo è il suo momento».

Lo lasciò lì a riflettere e si diresse verso il cadavere. Tranquillo ne approfittò per consultare rapidamente il sito di prima e, inserito il nome che si era appuntato, ebbe la conferma che la ragazza davanti a lui era proprio quella: Jana Starek, sempre che quello fosse il suo vero nome.

«Cosa abbiamo qui?», chiese ai colleghi cercando, invano, di darsi un tono.

«Terlizzese Alfredo, nato a Cremona il 12 gennaio del 1941 e Jana Starek, nata a Praga il 13 marzo del 1993. Il signore sostiene che…».

Il poliziotto venne prontamente interrotto dal Terlizzese che, con semplicità e educazione d’altri tempi, raccontò la sua vicenda: la sera precedente era stato nel locale di lap dance No Pants, dove si era intrattenuto con Jana. Al momento di andarsene, lei gli aveva gentilmente chiesto un passaggio e lui non aveva certo potuto negarglielo. Lui cosa avrebbe fatto al suo posto? L’avrebbe lasciata lì nel cuore della notte?

Certo che no, lo rassicurò l’ispettore Tranquillo, infatti il problema era un altro: perché aveva rubato il suv?

«Non l’ho rubato. L’ho trovato aperto, con le chiavi dentro, e l’ho preso in prestito».

Ah, l’aveva preso in prestito.

«Lei conferma?», chiese Tranquillo alla ragazza, con il cuore che batteva a mille.

Quella annuì in modo ostentato.

«Supponiamo che quanto lei ha detto sia vero, come lo spiega il cadavere nel bagagliaio?».

«E io cosa ne so, scusi, le ho già detto che la macchina non è mia».

Messo in questo modo, il ragionamento non faceva una piega, e l’ispettore Tranquillo stava facendo la figura del perfetto imbecille. Si schiarì la gola sullo sfondo di qualche risatina dei curiosi assiepati lì intorno; stava sudando, molto, troppo, più del dovuto. Aveva bisogno di aria e tranquillità.

«Per cortesia, tenete lontane le persone, non si può lavorare in questo modo!», sbottò in direzione dei due uomini in divisa.

Questi obbedirono tra non pochi mugugni, mentre la giornalista e il fotografo, a cui l’esperienza non mancava, si defilarono dietro la rete di recinzione del parcheggio per mantenere una distanza utile al proprio lavoro. I poliziotti, come previsto, non li videro, poiché nell’allontanare i soci della Baldesio avevano anch’essi dovuto fare qualche passo all’interno della canottieri.

«C’è qualcosa che non mi quadra», continuò l’ispettore nel tentativo di cambiare momentaneamente discorso. «Dal No Pants a qui ci saranno sì e no quindici minuti di macchina. Ora, supponendo che la signorina abbia finito di… ehm, lavorare verso le tre o le quattro di questa mattina, cosa avete fatto fino alle - guardò l’orologio - undici e quaranta, circa?».

L’anziano lo guardò come se fosse scemo.

«L’ho portata a casa, naturalmente, e sono rientrato anch’io. Ci eravamo dati appuntamento da lei alle undici e trenta perché aveva bisogno di un altro passaggio fino a qui, così sono passato a prenderla. Puntuale, come fosse un appuntamento galante».

Ridacchiò, e la ragazza gli fece una carezza innocente sul volto.

«Quindi: lei ha preso in prestito un’auto senza chiedere il permesso a nessuno, ha portato la signorina a casa, è andato a dormire a sua volta, poi è tornato a prenderla e l’ha accompagnata fin qui. Il tutto in, diciamo, circa sei, sette ore e non si è accorto di trasportare un cadavere nel bagagliaio?».

«Certo, mica ho avuto bisogno di aprirlo».

La sincerità di quell’ometto era disarmante.

«E quando avrebbe avuto intenzione di restituire l’auto?».

«Ora, se voi non mi tratteneste qui. E poi avete anche il coraggio di accusarmi di furto, robe dell’altro mondo».

Il dottor Buffa si avvicinò a Tranquillo per comunicargli l’ora indicativa della morte della vittima. Non riuscì a trattenere una risata mentre lo informava che risaliva a almeno dodici, quindici ore prima.

«Presenta segni di strangolamento - aggiunse -. Una volta eseguita l’autopsia, saprò essere più preciso».

Lo salutò e se ne andò in attesa che la scientifica finisse con le foto e i rilevamenti e gli portasse il cadavere in obitorio.

Tranquillo sapeva di dover interrogare anche la ragazza, consapevolezza che lo metteva in uno stato di agitazione che non riusciva a gestire. Era come se gli avessero letto nel pensiero e gli avessero fatto trovare lì la donna dei suoi desideri in meno di un’ora. Impossibile, certo, eppure ce l’aveva lì davanti agli occhi, e per giunta su una scena del crimine. Che volesse dire qualcosa? E se lo avesse ricattato minacciando di raccontare tutto al commissario Raffa? Forse era meglio portare entrambi in Questura e interrogarli, con calma, uno alla volta. Aveva troppi occhi puntati addosso e questo rendeva il compito assai più ingrato.

Doveva prendere tempo affinché la scientifica finisse il proprio lavoro, solo allora avrebbe potuto andarsene con i due sospettati.

«Datemi un attimo», disse vago, e si incamminò verso il lungofiume lì vicino.

Il Po scorreva placido e grigio, abbondantemente sotto il livello idrometrico stagionale. Non pioveva da due mesi, forse di più, Tranquillo aveva perso il conto. Passò un piccolo motoscafo che increspò l’acqua limacciosa, in lontananza qualche pazzo aveva pensato bene di remare sotto il sole cocente; nessuno era solo a parte lui, tutti in coppia o in gruppo, persino i barboni distesi sulle panchine sotto gli alberi a pochi passi. Dove aveva sbagliato?

«Noi abbiamo finito», urlò uno della Scientifica.

«Bene - si riprese lui -, fatemi avere i risultati al più presto».

Quello annuì e se ne andò insieme ai colleghi. Ecco, anche sul lavoro era l’unico senza un partner, senza qualcuno con cui condividere le preoccupazioni o solamente fare un paio di battute.

Tornò davanti alla Baldesio e disse ai due poliziotti in divisa di portare i sospettati e il suv in Questura. Non potevano rischiare una fuga di notizie, e quei ficcanaso in costume da bagno non sembravano intenzionati a tornarsene in piscina. Non si era accorto né della giornalista, né del fotografo, e non poteva quindi immaginare che era ormai troppo tardi per preoccuparsene. I due sottoposti erano sul punto di dirglielo, ma uno sguardo d’intesa li mise d’accordo sul fatto che era meglio tacere e non creare ulteriori problemi.

«Voglio che mi firmiate un foglio in cui vi assumete la responsabilità della mancata restituzione dell’auto», pretese il Terlizzese non appena mise piede in Questura, ma l’ispettore Tranquillo era così preoccupato per l’interrogatorio alla ragazza, che diede disposizioni di accontentarlo affinché si desse una calmata.

«Ma non abbiamo un modulo del genere», obiettò l’agente Ricasoli.

«Inventatevelo», chiuse la questione lui.

Piuttosto nervoso, Tranquillo pensò al commissario Raffa: se ci fosse stata lei, avrebbe condotto l’interrogatorio sollevandolo da ogni responsabilità; lui si sarebbe limitato ad annuire e portar loro un caffè. Si avvicinò davanti alla sala interrogatori dove lo aspettava Jana Stanek, si fermò davanti alla porta e trasse un profondo sospiro, alla fine del quale controllò lo stato del suo alito. Accettabile, poteva entrare.

«Eccoci qua», disse Tranquillo, porgendole una bottiglietta d’acqua e un bicchiere.

La ragazza gli sorrise, e bastò quello a fargli venire le gambe molli. Si sedette di fronte a lei appena in tempo, l’aria condizionata gli impediva, per sua fortuna, di grondare di sudore. Lesse un briciolo di preoccupazione nei suoi occhi, per il resto, sembrava appena uscita da parrucchiere e estetista: capelli perfetti, trucco impeccabile, non un solo pelo su gambe e braccia. Avrebbe voluto rassicurarla che lei non c’entrava niente, che tutto si sarebbe risolto per il meglio, ma non poteva farlo. Per quanto ne sapeva, poteva essere lei la mente di tutto, magari aveva circuito il vecchietto o lo aveva convinto a darle un passaggio per incastrarlo con il cadavere. Non essendoci riuscita la notte stessa, aveva pensato bene di replicare e farsi portare alla Baldesio; di giorno giravano più pattuglie e le possibilità erano senza dubbio più alte.

«Sono sospettata anch’io?».

Cosa?

«Ehm, no. Cioè… non più del signor Terlizzese», cercò di cavarsela l’ispettore.

Lei ci rimase malissimo.

«Mi tolga una curiosità», continuò lui ora che il ghiaccio era stato rotto, «Voi due vi conoscevate già?».

«Be’, Alfredo è cliente abituale. Ci siamo visti tante volte, però non è che lo conosco molto bene».

«E le aveva mai dato un passaggio?».

Avrebbe voluto chiederle se aveva un appuntamento extra dopo la fine del turno, ma non ne trovò il coraggio.

«No, è che mia macchina è da meccanico e lui si è offerto di portarmi a casa».

Quello che l’ispettore Tranquillo non capiva, era perché il vecchietto non avesse usato la propria.

«E lei non sapeva che non era la sua, immagino».

La ragazza scosse la testa. Come poteva saperlo?

Già, in effetti.

«Lei era di turno quella sera, giusto? A che ora inizia a lavorare?».

«Entro le dieci dobbiamo essere in spogliatoi per cambiarci e provare coreografie».

«E prima che il locale apra, potete tornarvene a casa o uscire per fare qualsiasi cosa?».

Jana Starek rise e alzò le sopracciglia.

«Abbiamo appena tempo per sigaretta o pipì».

«Quindi lei non si è mai allontanata dal locale dalle ventidue di ieri sera fino alla chiusura?».

Mai.

«Un’ultima informazione: cosa facevate davanti alla Baldesio?».

«Sono iscritta, volevo fare il bagno e prendere un po’ di sole, e mi ha accompagnata lì».

Tranquillo si sentiva sollevato: di certo lei non era un’assassina, anche se avrebbe dovuto verificare la sua deposizione. Restava da capire se aveva un complice.

La ringraziò e le chiese gentilmente di pazientare ancora un po’ per il disbrigo delle pratiche. Jana annuì e accavallò le lunghe gambe tornite, si era accorta di come l’ispettore la guardava e non sembrava darle fastidio.

Non appena Tranquillo si chiuse la porta alle spalle, emise un lungo sospiro e si rilassò. I suoi muscoli erano rimasti così a lungo in tensione che gli dolevano il collo e le spalle.

Non c’era nulla da fare, si era cacciato in un bel guaio: aveva perso la testa per l’ultima persona con cui sarebbe dovuto succedere, una ragazza che faceva la ballerina di lap dance e la escort e che era sospettata di omicidio e furto d’auto. Possibile che sbagliasse sempre? Poliziotta o criminale, non gli andava mai bene. Pensò di nuovo alla Raffa, alla cotta che si era preso per lei tempo prima e che non era del tutto sopita, e ringraziò il fato che non fosse lì in quel momento. Questa storia sarebbe finita così com’era cominciata, all’improvviso e senza troppi danni. O almeno lo sperava.

In un’altra sala interrogatori, Alfredo Terlizzese lo stava aspettando, e non certo per l’interrogatorio a cui avrebbe volentieri fatto a meno di sottoporsi.

«Oh, eccola qua, finalmente - lo accolse non appena varcò la soglia -. Ho già detto ai suoi colleghi che voglio la sua di firma, su questa dichiarazione».

Detto questo, girò il foglio che aveva davanti e puntò l’indice sullo spazio bianco sotto delle parole scritte a penna.

L’ispettore Tranquillo dette una letta veloce al documento e trattenne a stento una risata: Ricasoli l’aveva preso in parola e si era inventato una dichiarazione che sarebbe finita nel cestino al più presto. Per evitare menate, si sedette di fronte al sospettato e fece uno scarabocchio.

«Contento?».

«E di cosa, di grazia? Con tutti i malviventi che ci sono in giro, ve la prendete con un cittadino onesto che si offre di accompagnare a casa una povera signorina senza macchina?».

«A proposito di macchina: perché non ha usato la sua?».

«Perché non ce l’ho», rispose come se fosse ovvio.

«Ha la patente, ma non ha un’auto?».

«È forse un reato?».

«No, no, solo mi chiedevo come fosse arrivato fin là».

«Ispettore, mi sembra che lei abbia bisogno di una bella vacanza. Ha mai sentito parlare dei taxi?».

Tranquillo rinunciò a capire il senso di avere la patente e andare in giro in taxi, tanto non avrebbe cavato un ragno dal buco. Il suv lo avrebbero restituito al legittimo proprietario, e ci avrebbero pensato i colleghi a trovare il colpevole del furto. Lui aveva cose ben più importanti di cui occuparsi, tipo concentrarsi sul cadavere. L’omicidio, così come l’occultamento di cadavere, erano reati assai più gravi. E vuoi mettere la figura che avrebbe fatto con la Raffa quando fosse venuta a saperlo?

Lupus in fabula, il medico legale chiamò.

«Dottor Buffa, ha novità interessanti?».

Il patologo notò uno strano entusiasmo nella voce di Tranquillo, ma preferì fare finta di niente.

«Ispettore, sarebbe meglio che venisse qui in obitorio».

«Non può aggiornarmi al telefono? Ho un’indagine da portare avanti e…».

«Mi dia retta - lo interruppe il dottor Buffa - : è opportuno che mi raggiunga».

Incapace di opporre resistenza due volte di seguito, Tranquillo gli chiese dieci minuti per arrivare e riattaccò. In macchina, provò a immaginare cosa avesse mai da dirgli, o mostrargli, il medico legale, e si fece prendere dall’ansia. Non aveva lo stomaco per certe cose, né la durezza mentale per casi troppo intricati o pericolosi; per quelli aveva ancora bisogno di una guida, e al momento se ne stava a più di settecento chilometri di distanza.

Arrivò in obitorio bagnato di sudore, più per l’agitazione che per il caldo, sebbene la colonnina di mercurio non sembrava avesse alcuna intenzione di scendere. Due cerchi blu scuro sotto le ascelle della camicia azzurra facevano il paio con un’enorme colata lavica dello stesso colore dietro la schiena. Quando entrò nella sala autoptica, la cui temperatura si aggirava intorno ai venti gradi centigradi, sentì il sudore raffreddarglisi addosso e rabbrividì.

«Eccomi, che succede?», chiese con malcelata ansia.

«Guardi lei stesso».

Tranquillo si avvicinò al corpo disteso sul tavolo delle autopsie, scoperto fino alla vita. Oltre alla classica cicatrice a ipsilon, non sembrava ci fossero altre ferite, tuttavia si limitò a guardarlo con un occhio aperto e l’altro chiuso: fu comunque sufficiente per notare l’incredibile somiglianza con Jana Starek, al maschile ovviamente.

L’ispettore spalancò entrambi gli occhi e li alzò in direzione del patologo.

«Gemelli», confermò lui. «Sul luogo del ritrovamento non ci avevo fatto caso, ma quando l’hanno portato qui la somiglianza mi è balzata subito all’occhio».

«Ma, siamo sicuri?», balbettò Tranquillo.

«Questo dovrà appurarlo lei, non sono io il poliziotto tra noi due».

Sì, ma come?

«Cominci col chiederlo alla ragazza, credo sia il modo più semplice e veloce. Alla peggio, richiederemo un test del dna».

Tranquillo se ne andò senza salutare, nella testa un vorticare di pensieri funesti. Stava andando tutto a rotoli, più cercava di convincersi che Jana fosse innocente e più i fatti erano contro di lei: cosa ci faceva su un’auto dentro il cui bagagliaio giaceva il corpo morto di suo fratello gemello? E perché proprio quell’auto era stata lasciata aperta e con dentro le chiavi nel parcheggio del locale dove lei lavorava? O era un ricatto, o volevano incastrarla, o era semplicemente colpevole. In ogni caso, cosa diavolo c’entrava quel vecchietto?

Per sbaglio, aveva imboccato la tangenziale, e si ritrovò bloccato in coda a causa di un incidente. A ferragosto e a Cremona, solo a lui e a quei dieci sfigati davanti poteva succedere! Frugò nella macchina in cerca del lampeggiante blu di cui, però, non vi era traccia. Diede un pugno al volante, furioso con se stesso. Mai una volta che prendesse la decisione giusta al primo colpo, si rimproverò, sempre errori su errori; eppure, all’accademia di polizia era tra gli studenti migliori, soprattutto grazie alla lucidità con cui sapeva fare le scelte azzeccate. Cosa gli era successo? E se non fosse stato tagliato per quel lavoro?

Cominciarono a muoversi lentamente. All’altezza del palazzetto dello sport, svoltò a destra e abbandonò la tangenziale per imboccare via Rosario. Da lì, passati il cimitero e il quartiere di Sant’Ambrogio, infilò via Massarotti e in pochi minuti fu di nuovo in Questura. Trovò l’agente Ricasoli che faceva il piacione con Jana davanti a una tazza di caffè: lo incenerì con lo sguardo e gli disse di andare a occuparsi dell’auto rubata insieme agli altri. Entro un’ora, voleva il nome del proprietario e del responsabile del furto.

«Ma è stato il vecchietto, no?», obiettò Ricasoli.

«Hai le prove?».

«No, ma…».

«Niente ma. Trovale, o trova un altro colpevole».

Ricasoli sbuffò e si allontanò dopo aver fatto l’occhiolino alla ragazza.

Ci siamo, pensò Tranquillo, di nuovo. Lei gli sorrise preoccupata quando lui si chiuse la porta alle spalle.

«Gemello? Ma se sono figlia unica!».

Jana Stanek sembrava sinceramente colpita e per nulla addolorata.

«Le garantisco che è identico a lei».

L’ispettore Tranquillo allargò le braccia e pensò che, magari, erano stati separati alla nascita e lei non lo sapesse. O fingesse di non saperlo. Doveva farle fare il test del dna, anche se questo significava ammettere che non si fidava di lei e… ma cosa andava a pensare? Certo che non si fidava di lei, era un poliziotto! E non c’era alcuna possibilità che loro due uscissero insieme, quindi…

«Devo chiederle di sottoporsi all’esame del dna», le disse, senza il coraggio di guardarla in faccia.

Lei alzò le spalle, lui lo prese come un sì e telefonò a chi di dovere. Nel giro di cinque minuti, arrivò uno della Scientifica che le fece il tampone orale; Tranquillo dovette distogliere lo sguardo per liberare la mente da pensieri osceni, cominciava a credere di essere in astinenza da troppo tempo.

«Dovrò rimanere qui ancora per molto?», gli chiese la ragazza con due occhioni da cucciola abbandonata.

«Sì, cioè, no, ehm… fino a quando non avremo finito di raccogliere le prove, ecco», riuscì infine a risponderle Tranquillo. Altro che le sirene di Ulisse, a questa bastava stare in silenzio per privarlo del senno.

«Quindi non riuscirò a andare a lavorare, stasera?».

«Temo di no».

Ormai le dava le spalle, scartabellando per finta vecchi documenti pur di non farsi irretire dalla malìa della sua bellezza. Sentiva il suo sguardo premere contro la schiena, era certo che a breve non avrebbe più risposto di sé, doveva uscire da quella stanza prima che fosse troppo tardi.

«Ispettore, venga un attimo».

Per fortuna, erano venuti a salvarlo. Tranquillo riprese a respirare e si rivolse all’agente Ricasoli come fosse il suo salvatore durante un incendio.

«Si sente bene?», gli chiese questi.

Mai stato meglio.

Se lo diceva lui. A ogni modo, doveva aggiornarlo.

«Sull’auto sequestrata sono state rinvenute solo le impronte della ragazza e del vecchio. Quindi, o il cadavere ce l’hanno messo loro o è stato fatto un lavoro pulito da altri. E io, sinceramente, propendo per questa ipotesi».

«Perché?».

«Non gliel’hanno detto? L’alibi della ragazza è stato confermato, e poi Jana Starek è la figlia del boss della mafia ceca Vladislav Starek, responsabile di più di cinquanta omicidi solo nell’ultimo anno».

L’ispettore Tranquillo non proferì parola, in compenso principiò a tremare e a sudare freddo. Ricasoli non se ne avvide e continuò il suo racconto.

«È probabile che qualcuno abbia voluto vendicarsi di lui mettendo nei guai la figlia e, se gli esami ce lo confermeranno, uccidendo il figlio e infilandolo nel bagagliaio del suv».

«C-certo. E il vecchio?».

«A questo punto potrebbe essere un complice, o semplicemente un babbeo facile da raggirare. Ma non è lui che ci interessa: è la ragazza la chiave per arrivare all’assassino, sempre che non siano più di uno».

Tranquillo guardò Ricasoli incredulo: da quando in qua parlava in quel modo? Era già tanto se aveva voglia di andare a sedare una rissa tra ubriachi. C’era qualcosa che non tornava. Istintivamente, si allontanò dalla porta della sala interrogatori in cui la ragazza lo stava aspettando. La vicenda stava assumendo una piega inquietante a cui lui non era preparato. Non si occupava di criminalità organizzata e nemmeno desiderava farlo, quindi l’idea migliore sarebbe stata quella di passare il caso all’unità preposta.

«Avete scoperto a chi appartiene la macchina?», chiese per prendere tempo.

«Sì, appartiene a una società del settore vigilanza e sicurezza di Milano, che ne aveva denunciato il furto un paio di mesi fa. Totalmente estranea ai fatti».

Meno male, almeno loro.

«Continua a negare?», chiese Ricasoli, vedendo che l’ispettore si ostinava a fissare la porta chiusa della sala interrogatori.

«Magari è davvero all’oscuro di tutto.», rispose lui, prendendo ancora le sue difese.

E magari bastasse la bellezza per essere innocenti, ma questo lo pensò solo.

Ma per chi l’aveva preso, per un maniaco sessuale?

Insomma, diceva lo sguardo di Tranquillo.

«Senta - alzò la voce Alfredo Terlizzese - glielo ripeto per l’ultima volta: io conosco Jana per meri motivi professionali e tra di noi c’è un banalissimo rapporto tra dipendente di un locale e cliente, rapporto che non sta a lei giudicare in base alla mia età come, peraltro, ha già fatto».

Touché. L’ispettore arrossì.

«Ora, se non avete prove contro di me, vi chiedo di lasciarmi andare. O preferite che mi senta male qui in Questura e vi metta tutti nei guai?».

Cavolo, a questo l’ispettore Tranquillo non aveva pensato. Mettere sotto torchio un ottuagenario non era proprio l’idea del secolo, rischiavano di compromettere l’intera indagine . Si giocò l’ultima carta:

«Lo sa che il ragazzo trovato morto nel bagagliaio del suv è identico a Jana? Sembra il suo gemello, eppure lei mi ha detto di essere figlia unica».

Tenne gli occhi fissi in quelli del vecchio, ma non lesse in lui alcuna reazione degna di nota se non la più classica del chissenefrega.

«E quindi? Pensa davvero che possa interessarmi?», gli chiese, infatti.

«Pensavo che magari… avesse qualche informazione in più di noi sulla sua vita privata».

«Ispettore, a me non interessa la vita privata delle donne, a me interessa il loro corpo. Altrimenti mi sarei sposato e non andrei a vedere gli spogliarelli».

Eh, come dargli torto?

«Posso andare, ora? Comincio a sentire un dolorino al petto e il braccio sinistro informicolato».

Pezzo di merda, pensò Tranquillo.

«Prego, ma rimanga nei paraggi».

«La chiave della macchina?».

«Non si preoccupi, ci pensiamo noi».

«Sarà meglio» sibilò, mostrando di nuovo a Tranquillo la dichiarazione che lui stesso aveva firmato.

Alfredo Terlizzese se ne andò con un passo più svelto di quanto la sua età avrebbe dovuto concedergli. Non chiese della ragazza, né degnò di uno sguardo il vetro della porta della sala interrogatori quando vi passò davanti. Eppure l’ispettore continuava a non fidarsi. Chiamò uno degli agenti di turno e gli diede l’ordine di seguirlo, poi rispose all’ennesima telefonata di quella giornata che, da piatta e noiosa, si era fatta tesa come una riunione tra mamme per il regalo di fine anno alla maestra.

«Ispettore, sono il dottor Buffa. Non ci crederà, ma non vi è alcuna corrispondenza tra il dna di Jana Starek e quello della nostra vittima».

«Ma come è possibile?».

«Non rientra nei miei compiti dirglielo, ma piuttosto nei suoi. Tuttavia, tenga presente che il giro fusiforme – l’area del cervello coinvolta nel riconoscimento facciale – riconosce le caratteristiche di un volto più come una somma delle parti che come singole misurazioni isolate, pertanto…».

«Ora basta!», sbottò Tranquillo nel riattaccare il telefono in faccia al medico legale.

Ne aveva piene le scatole, quella ragazza doveva dirgli come stavano le cose una volta per tutte.

Entrò deciso nella sala interrogatori e si sedette di fronte a lei, pronto a estorcerle la verità, ma venne anticipato.

«Finalmente è tornato», disse lei, alzandosi e sedendosi sul tavolo a pochi centimetri da lui. «Visto che devo stare qui ancora a lungo e ho molta tensione da scaricare, mi chiedevo se…».

Gli si fece ancora più vicina, l’allusione sarebbe stata chiara persino a un tredicenne. A scanso di equivoci, però, Jana gli si mise dietro e gli cinse le spalle con le braccia, premendogli i seni contro la schiena. L’ispettore Tranquillo era totalmente rapito e ci mise un po’ a rendersi conto che qualcuno lo stava strattonando.

«Oh, Tranquillo!», sentì chiamare.

Aprì gli occhi, il tempo di abituare la vista alla luce e si trovò davanti il commissario Raffa. Era ancora nel proprio ufficio, sulla mano destra aveva un filo di bava secca.

«Giornata noiosa, eh?», lo prese in giro lei. «Tieni, ti è persino caduto il cellulare».

Quando lo afferrò, si accorse che era ancora sulla pagina del sito di escort e riuscì a uscirne appena in tempo. Era stato tutto un sogno, e per poco non aveva rischiato la carriera.

«Commissario, come mai qua?», riuscì a chiedere con la bocca impastata.

«Tranquillo, non dirmi niente. Siamo dovuti rientrare prima da Sorrento perché Peter ha sbagliato la prenotazione e, per non ucciderlo, sono venuta in Questura. Successo qualcosa?».

«Tutto liscio come l’acqua».

«Fin troppo», aggiunse lei.

«Ispettore!», urlò all’improvviso l’agente Ricasoli, precipitandosi nel suo ufficio. «Ah, commissario, c’è anche lei, bene. È stata fermata un’auto rubata davanti alla Baldesio, e dentro il bagagliaio hanno trovato un cadavere».

«E ti pareva!», esclamò la Raffa. «Aspettavano me. Su, Tranquillo, non stare lì impalato. Andiamo».

  •  L’AUTORE

Con Marco Ghizzoni il giallo diventa commedia

Scrive gialli, ma forse sarebbe più corretto definirle commedie perché i delitti nei libri di Marco Ghizzoni sono sempre il pretesto per raccontare con un pizzico di ironia pregi e difetti della vita di provincia. Nato a Cremona nel 1983, Ghizzoni ha abitato a lungo al Bosco Ex Parmigiano, dove sua mamma ha gestito un bar per quasi vent’anni. I suoi libri, i suoi personaggi nascono lì, ascoltando le storie di paese, i racconti dei vicini di casa, le chiacchiere di chi si fermava al banco per un caffè o se ne stava tutto il pomeriggio al tavolo a giocare a briscola o tressette con gli amici. I primi tre romanzi di Ghizzoni sono infatti ambientati a Boscobasso, luogo inventato ma non troppo. Il cappello del maresciallo (2014), I peccati della bocciofila (2015) e L’eredità del Fantini (2016) - tutti editi da Guanda - sono lo spaccato un po’ caricaturale di un piccolo paese e dei suoi abitanti, dal sindaco al parroco, dall’oste alla figlia della perpetua e a tante altre indimenticabili figure. Qui le passioni si infiammano, le piccole gelosie e le invidie crescono a dismisura prima di sgonfiarsi, gli amori sono eterni o forse no e i problemi sono dietro l’angolo, come ben sa il povero maresciallo Bellomo. Il risultato sono tre romanzi divertentissimi e godibilissimi, che hanno lasciato il passo a un nuovo ciclo. Con Gli accordi di Stradivari, uscito nelle scorse settimane per Tea, Ghizzoni ha dato vita a un nuovo detective, assente nel pur vasto mondo degli investigatori da romanzo: si tratta di Peter Van Basten, liutaio olandese trapiantato a Cremona per sfuggire alle aspettative di un padre che lo vorrebbe calciatore come il suo ben più celebre omonimo. Strampalato e un po’ pasticcione, Van Basten è coprotagonista del romanzo insieme a Valentina Raffa, commissario giovane e sexy dalla vita sentimentale un po’ complicata... Se a tutto questo si aggiunge la sparizione di un prezioso violino di Stradivari, ecco che la storia si fa ancora più affascinante e intricata. Ma sarebbe opportuno andare oltre l’intreccio narrativo e i sorrisi srappati da battute e circostanze: sotto la superficie, c’è sempre una riflessione più profonda, uno spunto per pensare alla società attuale e ai problemi che l’affliggono. Nella vita, Ghizzoni è un agente di commercio, anche se l’idea di diventare scrittore - o narratore, come preferisce definirsi lui - gli è maturata dentro fin da ragazzo, quando coltivava tra le sue passioni anche il basket giocato e la batteria suonata in un agguerrito gruppo rock. Ed è un’idea perseguita con costanza e con metodo, ritagliando il tempo della scrittura al lavoro e alla famiglia e leggendo molto, moltissimo. Curioso e onnivoro, Ghizzoni mette a capo del su olimpo personale Aldo Busi e poi l’amico Andrea Vitali che, con Marco Malvaldi e Piero Chiara, è tra coloro che meglio sanno descrivere la vita sonnacchiosa (ma non troppo) della provincia italiana. Come Marco Ghizzoni.

  •  L’ILLUSTRATORE

Graziano Bertoldi, l’artista che sa dialogare con tutti

Nato nel 1946 a Cremona, Graziano Bertoldi ha da sempre legato il suo nome e la sua arte alla città, al territorio e ai suoi personaggi. Creativo fin dall’infanzia, ha cominciato a lavorare da ragazzino in una tipografia artigiana, mettendo insieme fin da subito l’espressione artistica e il saper fare, l’idea e la capacità manuale, sviluppando quindi capacità poliedriche. Si è formato come autodidatta, copiando inizialmente i grandi maestri del passato e dando vita presto a uno stile personale. Con un’attenzione particolare al dettaglio, l’artista ama dipingere i paesaggi padani e gli scorci cittadini, ma anche i soggetti sacri, siano i Papi santi o le scene evangeliche che costellano un’infinità di chiese e santelle. Ha anche i ritratto i volti di molti partigiani, eroi contemporanei ormai troppo spesso dimenticati. E ha raffigurato uomini e donne che hanno contribuito alla storia di Cremona negli ultimi settant’anni: sfogliare il suo catalogo è anche un modo indiretto per riscoprire parte delle vicende cittadine dal secondo dopoguerra a oggi. Un’altra caratteristica di Graziano Bertoldi è quella di saper e voler dialogare con gli altri artisti. Ha esposto in molte mostre personali, eppure è proprio nel confronto con i colleghi che Bertoldi esprime al meglio la propria personalità: ovvero la capacità di guardare a diverse espressioni artistiche - comprese la fotografia e la letteratura - e, come gallerista, offrire generosamente spazi e opportunità di esposizione. L’idea del confronto è alla base di altri momenti espositivi che, nel corso degli anni, hanno visto l’artista cremonese ‘parlare’ con Dante, Montale, Carducci, Caravaggio solo per citarne alcuni. Per lui l’arte è totale (e totalizzante): è pittore, scultore, illustratore, incisore. Sa essere popolare nel senso migliore del termine e non solo perché alcune sue opere – su tutte la santella della Regina del Po di Brancere – sono conosciutissime, ma perché attraverso l’arte Bertoldi sa parlare a tutti con semplicità.

26 Agosto 2019