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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Divorzio all'italiana, ma l'amante ora cosa fa?

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

21 Agosto 2019 - 07:48

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Si erano tanto amati. A parole. In realtà, si detestavano. Troppo diversi per poter andare realmente d’accordo. Così, dopo innumerevoli schermaglie via social, ieri in Senato, la sede istituzionale per eccellenza, Lega e M5S si sono rinfacciati vizi e difetti come due coniugi rancorosi al momento del divorzio. Non c’è da stupirsi: le differenze strutturali e programmatiche fra le due forze politiche che avevano dato vita al governo gialloverde erano macroscopiche fin dall’inizio e non è bastata la comune battaglia contro «il sistema» per tenerle unite.

Come molti avevano pronosticato, la magìa del «contratto di governo» - uno strumento inedito, per alcuni addirittura incostituzionale – è durata solo fino a che le rispettive battaglie di bandiera non sono entrate in rotta di collisione. La formula che 14 mesi fa aveva permesso al Parlamento di uscire dall’impasse prodotta dalle elezioni Politiche (nessuna maggioranza tradizionale possibile, né a destra né a sinistra) ha retto fino a che i primi nodi non sono venuti al pettine e, soprattutto, fino a che una delle due componenti (la Lega) non ha finito per vampirizzare l’altra, non solo sottraendole consensi e imponendole provvedimenti contronatura (dal sì alla Tav al decreto sicurezza bis), ma accusandola apertamente di ostacolare con troppi «no» le misure necessarie per rilanciare l’economia e i conti del Paese. A gettare un cerino acceso nel deposito di benzina del Governo è stato Matteo Salvini: forse voleva solo mandare un segnale per accelerare su alcune partite chiave (dallo shock fiscale all’autonomia delle Regioni), forse voleva solo liberarsi dei ministri 5S non graditi o forse si è lasciato accecare dai sondaggi che gli attribuiscono uno straordinario consenso popolare.

Fatto sta che, come spesso accade agli incendiari, ha finito per bruciarsi le dita: presentando una formale mozione di sfiducia, ha rovesciato il tavolo facendo cadere il Governo di cui era ministro e vicepremier. Una scelta che il presidente del Consiglio ha bollato con estrema severità come «atto grave e irresponsabile che finisce per compromettere l’interesse del Paese per meri interessi personali e di parte». Un’accusa pesantissima, accompagnata da una serie di critiche per la «foga comunicativa, le invasioni di campo, l’inappropriato uso dei simboli religiosi durante i comizi, la mancata spiegazione al Parlamento dei suoi rapporti con la Russia» e, soprattutto, «la mancanza di sensibilità e cultura istituzionale». Una raffica di contestazioni che le opposizioni hanno accolto con piacere pari allo stupore («Ma dov’era finora, presidente Conte?», gli ha chiesto il Pd, annusando il tentativo di smarcarsi dalle responsabilità) e che il diretto interessato ha incassato allargando le braccia e offrendo il petto: «Avete scelto il bersaglio? Eccomi», ha detto Salvini prima di tornare a invocare elezioni subito, ma anche – non senza contraddizione – ritirando la mozione di sfiducia a Conte e lanciando l’ultimo amo ai cinquestelle: «Volete il taglio dei parlamentari, una manovra di bilancio coraggiosa e riforme significative? Noi ci siamo». Gelida la risposta pentastellata mentre il leader della Lega lasciava platealmente Palazzo Madama per rivolgersi via Facebook ai suoi sostenitori. Del resto, l’aveva già detto in Senato, prima di andarsene: «Io rispondo solo al popolo italiano…».

La verità è che ormai il dado è tratto: Conte è salito al Colle per rassegnare le sue dimissioni e la parola passa ora al presidente della Repubblica. Ma cosa potrà fare in concreto Sergio Mattarella? Preso atto che Forza Italia ha escluso la sua partecipazione a un possibile Governo di scopo, di fatto affiancando la Lega e Fratelli d’Italia nella richiesta di tornare subito alle urne, il garante della Costituzione ha due sole possibilità: verificare la reale consistenza di una maggioranza parlamentare alternativa (a questo punto l’unica soluzione possibile è un’alleanza Pd-M5S, magari con la stampella di Leu, ma su quali basi? Con quale programma? Con quali scelte strategiche in tema di economia, sanità, infrastrutture, welfare, gestione dei flussi migratori, fisco, ecc?) o dichiarare chiusa la legislatura e richiamare gli italiani alle urne. Per Salvini la soluzione è già scontata: «Sono d’accordo da mesi...», ha ipotizzato malizioso. In realtà, la prospettiva lacera il Pd, sospeso fra le perplessità del segretario Nicola Zingaretti, le minacce di abbandono di Carlo Calenda e l’apertura al dialogo di Matteo Renzi («Ma io non farei parte di questo Governo, necessario solo per non far pagare ai cittadini il colpo di sole di chi, dopo aver alimentato un clima di odio nel Paese, vorrebbe uscire dall’Euro e, magari, entrare nel Rublo»).

Uno scenario paradossale: lui e lei divorziano, e l’amante deve decidere se impegnarsi in prima persona o restare nell’ombra. Tutto da ridere, se la questione non fosse tremendamente seria. E chissà che, alla fine, non ci si debba davvero rivolgere tutti alla Beata Vergine Maria, proprio come Salvini, per salvare le sorti di questo incredibile, meraviglioso e sventurato Paese.

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