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CREMONA & PROVINCIA

Emergenza caldo, stalle e colture nella morsa

Il punto dei presidenti Riccardo Crotti (Libera Agricoltori) e Giovanni Garbelli (Confagricoltura Brescia): «Le vacche da latte sono tutelate dalla tecnologia; ma il mais rischia un taglio produttivo del 10%»

Daniele Duchi

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dduchi@laprovinciacr.it

26 Luglio 2019 - 08:34

Emergenza caldo, stalle e colture nella morsa

I presidenti Giovanni Garbelli (Upa Brescia) e Riccardo Crotti (Libera)

CREMONA (26 luglio 2019) - La produzione di latte potrebbe subire un calo del 10/15 per cento, che solo la diffusa dotazione tecnologica delle stalle cremonesi è in grado di contenere una decina di punti al di sotto; mentre per il mais, le prime stime — peraltro basate sull’annata precedente a questa, tutto sommato migliore — ipotizzano un taglio alla produzione di circa il 10 per cento, con una conseguente diminuzione degli introiti di 500/600 euro all’ettaro.
La straordinaria offensiva del caldo che stringe d’assedio la pianura padana e non solo (ieri a Cremona si è registrata una punta di 38 gradi), rischia di esigere un prezzo troppo pesante alla produzioni agricole più caratteristiche e diffuse. Tra zootecnia da latte e cerealicoltura, però, è senza dubbio la zootecnia a passarsela meglio, avendo maggiori possibilità di difendersi.
«Rispetto alla prima ondata di giugno, molto più secca e dunque meno ‘pesante’, questa volta gli animali potrebbero soffrire molto di più, anche a causa dell’umidità — spiega il presidente della Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, Riccardo Crotti —. La produzione di latte potrebbe diminuire anche del 10/15 per cento; ma in questi anni le stalle della provincia di Cremona si sono attrezzate con impianti ad alta tecnologia di raffrescamento e gli imprenditori che hanno fatto questa scelta non perdono più del quattro, cinque per cento. Tecnologia ed innovazione finalizzate alla tutela del benessere animale (oltre alla ventilazione, anche la micro-irrigazione nelle stalle) fanno la differenza per il presente e per il futuro. Non solo gli animali stanno bene, mangiano e producono di più; ma avranno una maggiore resa anche in futuro. Mentre quelli che ora scontano un calo produttivo per il caldo, dopo non tornano più ai livelli di prima. A ulteriore dimostrazione del fatto che il benessere animale, che ormai tutti gli allevatori perseguono ricorrendo a soluzioni innovative, si trasforma in un vantaggio anche per l’allevatore».
«Sul versante della cerealicoltura stiamo invece vivendo l’ennesima annata particolarmente difficile — commenta il presidente di Confagricoltura Brescia, Giovanni Garbelli —. La primavera molto piovosa ha compromesso lo sviluppo dei nostri seminativi e le successive ondate di caldo (prima quella di giugno, poi soprattutto quella che stiamo vivendo in questi giorni), ci hanno dato il colpo di grazia. Si stima una riduzione delle produzioni del 10 per cento e il calo della redditività potrebbe raggiungere i 500/600 euro all’ettaro. Sperando, naturalmente, che i problemi si limitino alla quantità. Se infatti il gran caldo determinasse anche lo sviluppo di tossine, aflatossine, fumonisine e don, verrebbero compromessi i valori dei seminativi anche nella prospettiva dell’allevamento del bestiame».
E sarebbe un’altra grave penalizzazione.
«Penso che una valida strategia di difesa debba muoversi essenzialmente in due direzioni: da un lato il potenziamento degli investimenti irrigui, dall’altro l’adozione di tecnologie che possano accrescere produttività e sostenibilità, con un minor fabbisogno di acqua ed un miglior impatto ambientale».

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