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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il futuro dell'Europa e l'amore per Cremona

Marco Bencivenga

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dduchi@laprovinciacr.it

26 Maggio 2019 - 07:24

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Il direttore Marco Bencivenga

Finalmente si vota! Al termine di una campagna elettorale infinita - lunghissima, litigiosa, sicuramente dannosa per il Paese - oggi si aprono le urne per le elezioni Europee e, in contemporanea, per le Amministrative in un’importante Regione (il Piemonte) e in ben 3.783 Comuni italiani (89 nella sola provincia di Cremona, capoluogo compreso). I cittadini chiamati a esprimersi sono 51 milioni in Italia e 400 milioni in tutta Europa. E la prima incognita è scoprire quanti risponderanno alla chiamata, perché la fuga dal voto è un virus sempre più contagioso: basti pensare che nel 1979, quando si scelsero i primi europarlamentari, dalle Alpi alla Sicilia l’affluenza alle urne superó l’85 per cento, poi è progressivamente scesa: 82, 73, 69, 65.... fino al 57 per cento di cinque anni fa. Ancor più basso il dato a livello continentale: dal 62 per cento della prima volta al 42 dell’ultima, ben al di sotto della fatidica soglia della metà degli aventi diritto. Un crollo che dimostra la progressiva disillusione dei cittadini europei nei confronti di un’Unione nata fra grandi speranze e su profondi valori condivisi e ora percepita invece come distante, inutile, per qualcuno addirittura ostile. Un errore di prospettiva, più che politico, perché nel nuovo scenario mondiale non c’è futuro per chi pensa di poter restare (o tornare) da solo. Non se lo può permettere neppure una potenza come il Regno Unito, che non a caso ha fatto un passo avanti e due indietro una volta arrivata sulla soglia di uscita dall’Europa, anche se il popolo inglese non sembra averlo capito fino in fondo, se è vero che - come prevedono i sondaggi - oggi nel segreto dell’urna premierà ancora una volta il Partito per l’indipendenza di Nigel Farage.

È il bello della democrazia, bellezza, anche se fin dai tempi di Gesù e Barabba non sempre il popolo fa la scelta giusta. Certo, non tutto funziona in Europa. Anzi... Urgono riforme, urgono nuove politiche comunitarie ed è innegabile che il passaggio dalla Lira all’Euro abbia sostanzialmente dimezzato il potere di acquisto degli italiani. Ma non esistono alternative: oggi la Lira non sopravviverebbe un solo giorno sulle Borse internazionali. E se il motore degli investimenti e della ricerca non riparte perfino il mercato unico europeo - secondo al mondo con i suoi 15 mila miliardi di Pil - in un paio di decenni rischia di finire schiacciato come il famoso vaso di coccio fra i giganti dell’economia mondiale (Cina e Usa) e i cosiddetti Paesi emergenti (India, Indonesia, Brasile, Russia, Messico, Giappone...). Figurarsi che fine farebbe un singolo Stato, perdippiù indebitato come l’Italia! Certo, l’Unione Europea non è solo economia - che significa regole per le banche o per l’e-commerce e piani per l’agricoltura o la siderurgia - ma nell’ultimo mezzo secolo è stata soprattutto uno strumento di pace in un continente che era uscito a pezzi da due guerre mondiali. Il problema è il futuro: dove va l’Europa? Su quali princìpi basa la propria coesione? La solidarietà fra gli Stati membri è ancora un valore o prevarranno sempre più gli egoismi individuali? Le frontiere resteranno aperte o si moltiplicheranno i muri? I nostri figli e i nostri nipoti continueranno a chiamarsi “generazione Erasmus”, liberi di studiare fra Barcellona e Parigi, o diventeranno “generazione Exit”? Tutti questi interrogativi pesano come macigni sul voto di oggi, al pari di due questioni tremendamente complesse e delicate, ma mai affrontate in maniera sistemica e approfondita: la gestione dei flussi migratori dal Sud del mondo e la crisi demografica del vecchio continente. La prima suscita paura, oltre a comportare seri problemi etici; la seconda rischia di trasformarsi in una bomba sociale, perché il progressivo aumento dell’aspettativa di vita - sommandosi al crollo delle nascite e dei posti di lavoro - avrà presto gravi conseguenze sul sistema delle pensioni e sull’assistenza a una popolazione sempre più vecchia e bisognosa di aiuto. Di tutto questo si è parlato poco o niente durante la campagna elettorale, anche perché in Italia spesso si vota per una cosa, ma si pensa ad un’altra: è successo due anni e mezzo fa con il referendum sulle riforme istituzionali diventato un referendum pro o contro Matteo Renzi e rischia di capitare anche oggi con il voto per l’Europa e per i Comuni che si trasforma in un giudizio universale sul Governo gialloverde. I due partiti che lo sostengono sono stati i primi a cadere in tentazione, alzando il livello dello scontro fin quasi a spezzare la corsa che li tiene uniti (d’altra parte non sono alleati, ma soltanto “soci” di un contratto), e così la vera incognita del voto non è chi manderà più eurodeputati a Strasburgo o nei Comuni, ma cosa accadrà domani a Roma: il Governo imploderà o si ricompatterà su nuove basi nonostante le evidenti contraddizioni? Lo scopriremo tra pochi giorni, se non addirittura tra poche ore. Così come molto presto scopriremo chi nei prossimi cinque anni governerà Cremona. Una certezza, in proposito, è emersa con forza dalla campagna elettorale: al di là dei programmi, delle idee e delle visioni differenti, il sindaco 2019-2024 sarà un sindaco che ama profondamente la sua città. Ne va dato atto a tutti i candidati. E in tempo di affarismo, di tangenti e di striscianti egoismi, non va dato per scontato. Buon voto a tutti, dunque. Comunque andrà, sarà un successo.

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