Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

VITTIME DELLA PANDEMIA

Il vescovo Gianotti: «Resterà la carità con i suoi frutti»

Ecco l'omelia per la santa Messa al Cimitero Maggiore nella Giornata di commemorazione

Riccardo Maruti

Email:

rmaruti@laprovinciacr.it

18 Marzo 2021 - 16:33

Il vescovo Gianotti: «Resterà la carità con i suoi frutti»

CREMA (18 marzo 2021) - Nella Giornata di commemorazione delle vittime della pandemia, il vescovo di Crema, monsignor Daniele Gianotti, ha celebrato la santa Messa al Cimitero Maggiore. Ecco la sua omelia.

Inevitabilmente, nella giornata di oggi, la nostra mente si riempie di ricordi dolorosi, a cominciare da quello che ha portato a scegliere proprio la data di oggi, 18 marzo, per la giornata nazionale di commemorazione delle vittime del Covid-19: le immagini delle colonne di camion militari che portavano via da Bergamo, per la cremazione, le bare con i tanti morti di quei giorni; e il ricordo del suono incessante delle sirene delle ambulanze che percorrevano le strade deserte, il ricordo delle notizie che arrivavano dall’Ospedale allo stremo da settimane (e proprio il 18 marzo, mi ricordava il sindaco, l’Esercito era arrivato anche a Crema per incominciare a installare l’ospedale da campo dove poi lavorarono anche i medici e infermieri giunti da Cuba). Ma, naturalmente, il ricordo più doloroso è quello che si lega alle persone care defunte: il ricordo di tanti nostri anziani, che erano genitori o nonni, che erano lo sposo o la sposa o l’amico o l’amica di una vita… Portiamo nel cuore il ricordo delle loro morte avvenuta spesso in solitudine, anche se temperata, in tanti casi, dalla profusione di professionalità e di umanità dei sanitari che li avevano in cura. E questo è anche un richiamo al fatto che i nostri ricordi, oggi, non possono essere soltanto dolorosi: possono, anzi devono essere anche ricordo di realtà buone e belle che proprio in quelle settimane difficilissime abbiamo incontrato e di cui, forse, siamo stati anche protagonisti. Sì, dobbiamo ricordare con riconoscenza anche l’abnegazione di gran parte del personale sanitario in una situazione del tutto nuova, che ci ha assaliti all’improvviso; dobbiamo ricordare le forme di solidarietà che sono sbocciate in quei giorni; dobbiamo ricordare ciò che ci siamo inventati, forse anche ingenuamente, per far fronte al male, per quanto potevamo, con il bene, e anche con la fantasia, la creatività del bene…

Ciò che abbiamo vissuto un anno fa – e che ancora, del resto, stiamo vivendo – ci ha fatto capire almeno qualcosa di quella «caducità» della creazione, di cui parla Paolo nella lettera ai Romani, nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura (cf. Rm 8, 14-23). Questa parola, ‘caducità’, la capiamo forse meglio accostandola a un’altra che abbiamo molto usato, nei mesi scorsi: la parola ‘fragilità’. Sì, abbiamo sperimentato la fragilità della vita nostra e di altri, la fragilità dell’ambiente nel quale viviamo, la fragilità delle nostre strutture economiche, politiche, sanitarie, educative; la fragilità anche delle nostre istituzioni; senza dubbio, la fragilità anche della nostra vita di fede, e anche di quell’insieme di iniziative, organizzazione, strutture, che costituiscono la vita concreta della Chiesa, delle comunità cristiane: certamente anche come Chiesa non possiamo tirarci fuori da questa esperienza di fragilità. Ed è chiaro che questa esperienza deve farci riflettere, anche perché, come è stato ripetutamente detto, la pandemia ha fatto emergere queste fragilità, ma non è che le abbia prodotte da zero: ha fatto balzare in primo piano, e in modo drammatico, tutta una serie di problemi e, appunto, di fragilità, che erano già dentro il nostro mondo, e che ci chiedono un ripensamento radicale di tutto il nostro stile di vita. Dobbiamo mettere da parte l’illusione che riusciremo a venire a capo definitivamente di questa fragilità. Mi chiedo anche se sarebbe un bene: spesso, nella nostra vita, ci rendiamo conto che proprio le realtà più fragili sono anche quelle più preziose e più belle, e che proprio per questo hanno bisogno di maggiore cura. In ogni caso, la parola di Paolo – ma di tutta la visione biblica e cristiana del mondo – ci dice che la caducità, la fragilità, appartiene alla creazione in quanto tale, e che proprio per questo essa non è il mondo definitivo, voluto da Dio: il quale prepara, attraverso l’azione del suo Spirito, dono di Gesù Cristo morto e risorto, quei «cieli nuovi e terra nuova», quella redenzione piena, verso la quale si protende l’anelito dell’intera creazione. In questa fragilità, tuttavia, qualcosa è destinato a rimanere per sempre. Così lo esprimeva, quasi sessant’anni fa, il concilio Vaticano II: «Sappiamo… dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l’incorruttibilità; resterà la carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta quella realtà che Dio ha creato appunto per l’uomo» (Gaudium et spes 39). «Resterà la carità con i suoi frutti»: per questo è importante oggi fare memoria, con gratitudine, anche delle tante realtà buone, di dono, di fraternità, di cura, di attenzione reciproca, di cui siamo stati testimoni in questi mesi: sono cose che non temono la caducità, la fragilità, anche se agli occhi del mondo appaiono a volte inconsistenti.

Nella fede, siamo convinti che, così come non sono svaniti nel nulla i nostri cari defunti, che affidiamo alla misericordia di Dio, allo stesso modo non sono svaniti nel nulla tutti «quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità» (sono sempre parole del concilio Vaticano II), che anche durante la pandemia sono stati seminati nel mondo, e che germoglieranno nel mondo nuovo, che Dio prepara per noi. La pandemia potrebbe lasciarci questo frutto: non l’illusione di superare la caducità del nostro mondo, della nostra vita, ma la certezza che tutto ciò che mettiamo in atto di bene, anche per far fronte alle conseguenze di questa caducità, non andrà perduto, ma sarà salvo per sempre. Mi sembra che possiamo interpretare così anche la «prontezza» che Gesù, nel vangelo che abbiamo ascoltato, chiede ai suoi discepoli, per far fronte a un futuro imprevedibile – sia quel futuro che sta ancora dentro al nostro mondo, sia quel futuro che si apre sull’eternità (cf. Lc 12,35-40). «Prevedere» questo futuro, per farvi fronte con i nostri mezzi, è in larga misura qualcosa che ci sorpassa. Ma si può essere pronti a incontrarlo, precisamente tenendo fede a quei criteri di giustizia, di verità, di carità, di fiducia reciproca, di prossimità… che non vanno mai fuori moda, e che permettono di far fronte alle situazioni più drammatiche. La pandemia, lo speriamo, finirà. Non finirà l’esperienza della caducità della nostra vita e del nostro mondo: da credenti, possiamo farvi fronte chiedendo a Dio di mantenerci fedeli al Vangelo di Gesù Cristo, che dischiude un futuro di speranza piena e definitiva, e mette nelle nostre mani gli strumenti per piantarne i semi già
durante questa nostra vita.


© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, VIDEO E FOTO

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400