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Lettere al Direttore del 8 Aprile

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10 Aprile 2018 - 09:48

Lettere al Direttore dell' 8 aprile

Sbagliare è umano
Il mondo diventa sempre più disumano
Signor direttore,
se dobbiamo ritenere che sbagliare è umano, purtroppo devo supporre, visto il continuo aumentare di persone che non sbagliano mai, che il mondo sta diventando sempre più disumano.
Pietro Ferrari
(Cremona)


Quasi come cowboy
Siamo un Paese di aspiranti premier
Caro direttore,
breve e a braccio, tuttavia cum tantam di quella ‘sancta simplicitas’ che basta e ne avanza. Ma ‘sti benedetti aspiranti presidenti del consiglio, dai variopinti colori di partito, mannaggia!... col loro inossidabile buonumore, riusciranno nell’impresa di addivenire ad un mite accordo? Guarda direttore, in fiducia li definirò cowboy, non già nel nobile lavoro di guardiani di mandrie nelle sconfinate praterie nordamericane, piuttosto come venivano definiti nel cinema, protagonisti di storie avventurose ambientate all’epoca della conquista del West, eccioè autentici cowboy. Ed allora mi piacqua sottolineare, con rigorosa matita blu la loro postura, tipo alquanto confusi, disorientati, smarriti, sconvolti, emozionati, lucidi quel tanto che basta per provare imbarazzo, meglio, incapaci di sapere quale corretto comportamento adottare. A tal punto che spontanea mi sorge la domanda: ‘Aspiranti presidenti, chi’? Gioco forza trarne allora una personale conclusione, mi appaiono sempre di più simiglianti a tanti Marchesi del Grillo, la cui unica prerogativa sembra dunque essere: ‘Io sono io, e voi non siete un c….’! E quant’anche il cielo si illuminasse di finte stelle le loro cicatrici non faranno più male, mai più. A patto che abbandonino senza indugio la loro condizione di cowboy. Mi fanno impazzire talvolta ‘certi’ cowboy! Fine della pellicola? Assolutamente no, ne vedremo ancora delle belle, e non poche, tipo ritornare a nuove elezioni, con tanto di 60, peggio di 70 per cento di astensioni al voto. Perché dal loro breviario il partito delle astensioni ha già attinto che vinceranno le lezioni. Lasciamoli dunque piangersi addosso quei cowboy. Chissà quando avverrà quel giorno in cui la ‘festa’ si squarcerà proprio come una stoffa che si strappa. Chissà! Tutto qua.
Giorgino Carnevali
(Cremona)


Donne, è un complimento!
Sei bella come un gol di Cristiano Ronaldo
Caro direttore,
‘Perchè, perchè la domenica mi lasci sempre sola, per andare a vedere la partita di pallone’? è il ritornello di una simpatica canzone che cantava Rita Pavone tanti anni fa. Da allora è diventata l’inno delle signore che mal sopportano che i loro uomini le trascurino per il calcio. Che cosa dovrebbe fare una donna che pur ignorando cosa sia il Var, il 4-3-3 e il fuorigioco, è innamorata di un calciofilo incallito? Gentili signore, tranquillizzatevi e non siate gelose. Se un uomo vi dice che va allo stadio, quasi sempre ci va veramente. Entusiasmarsi sotto il sole cocente o una fitta nevicata per ventidue giovanotti in maglietta e calzoncini che rincorrono una sfera di cuoio, non vuol dire preferire altro piuttosto che voi, significa solo voler vedere una partita di pallone. E nulla più. La partita è un momento di esclusiva aggregazione maschile, con tifo, urla, gioie, delusioni. Niente empatizza, allontana e unisce più di un incontro di calcio. E con l’adrenalina a mille, è facile dimenticare ogni cosa, perfino il cellulare! Purtroppo se fino a qualche anno fa una crisi ‘coniugal-calcistica’ era latente solo di domenica, oggi con l’avvento della pay tv il rischio è pressoché quotidiano. Ma sembra che organizzare i propri impegni tra anticipi e posticipi, coppe e coppette, renda gli uomini più sereni. Che dire, finché questa passione si mantiene su livelli accettabili, lasciate che i vostri uomini in quei novanta minuti si divertano in libertà, probabilmente ne gioverete anche voi. E se qualcuno vi dice che siete bella come un gol di Cristiano Ronaldo, siate felici: è vero amore!
Michele Massa
(Bologna)


Furto al cimitero
Una civetta di ferro ha ‘preso il volo’
Signor direttore,
una delle mie vecchie civette di ferro che vegliavano da tanti anni la mia tomba di famiglia, mute spettatrici di tane umane vicende, ha preso il volo, lasciando tristemente sola la sua compagna a vegliare i miei cari. Mi rivolgo perciò all’essere perverso e maligno che visitando vai i cimiteri per appropriarti di un magro bottino: ti possa mai andar di traverso il mal guadagnato bicchiere di vino che ti ha fruttato il tuo atto perverso.
Ernesto Biagi
(Casalmaggiore)


Il mercato è globale
Basta con le ‘prediche’ sul made in Italy
Egregio direttore,
in un mondo dove la concorrenza ha assunto aspetti globali, perché meravigliarsi dell’invasione di pelati, succhi, polpe e concentrati di pomodoro prodotti in Cina quanto garantiti dall’assenza di Ogm? È da tempo, ormai, che il nostro mercato autoveicoli è in prevalenza di marche straniere così come un’infinità di altre derrate che provengono d’ogni dove e alle quali affidiamo le nostre preferenze. Se ciò avviene dovrà pur trovare una spiegazione.
Se qualità e prezzi non fossero competitivi con quelli nazionali, come si spiegherebbe la loro espansione? Quanti si sentirebbero più garantiti dai prodotti italiani che provenissero da Paesi esotici se, alla prova dei fatti, si dimostrassero inferiori ai nostri? Tutti, ormai, ci siamo fatti più accorti nelle scelte e specie da quando l’euro ci ha costretti a fare i conti con sempre rinnovate difficoltà di portafoglio. Se queste merci non reggessero alle rivalità mercantili quali spiegazioni potrebbero avere le loro fortune da noi? Allora, perché preoccuparsi più di tanto quando l’intrusione d’ogni sorta di extracomunitari dovrebbe costituire assillo ben più scottante? Hanno creato, forse, meno ‘grane’ le cricche d’integralisti individuate sul nostro territorio e sottoposte al vaglio della giustizia? Cerchiamo, piuttosto, di proporci con mezzi adeguati alle sfide che ci vengono lanciate dall’esterno. Questo sarebbe il modo migliore per difenderci nella competizione. A cosa valgono le prediche di privilegiare il ‘made in Italy’ se l’egoismo delle caste merceologiche non si rassegna alla riduzione dei listini?
Massimo Rizzi
(Cremona)

IL CASO
VITTIMA DI BULLISMO QUANDO AVEVO 11 ANNI ORA NE HO 39 E PORTO ANCORA I SEGNI

Signor direttore,
quando avevo 11 anni sono stato vittima di episodi di bullismo, mi chiamavano ‘palla di lardo’ e quasi tutti i giorni subivo scherzi di ogni genere, che non sto a raccontarle.
Ora che ne ho 39 porto ancora addosso i segni di cicatrici invisibili che, non sono ancora guarite del tutto.
Il bullismo è un ‘cancro’, che continua a mietere vittime e va estirpato. Quello che più fa male è però l’indifferenza della gente, che si indigna (a fatto tragico avvenuto), ma che non fa nulla nè prima nè dopo.
Faccio un appello a tutte le persone, in particolare ai ragazzi vittime di bullismo a non chiudersi in se stessi, ma parlane, anche con esperti del settore.
Mi rivolgo in ultimo alle istituzioni perché il fenomeno sta dilagando in maniera esponenziale ed ogni cittadino ha il diritto di espressione del suo pensiero
Metodi discriminatori e immotivati non giovano di certo alla risoluzione dei problemi; un’idea su cui discutere e valutare l’istituzione di un ‘Fondo per le vittime del bullismo’ ma soprattutto muoversi concretamente per prevenire e combattere un fenomeno che sembra sempre più peggiorare.
Antonio Sivalli
(Cremona)
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La ringrazio per la sincerità della sua lettera. Affronta un problema molto serio - peraltro non nuovo - che coinvolge migliaia di giovani. Se è vero che se ne parla spesso in occasione di tragedie, credo di poter dire che il tema è giustamente all’attenzione in tante altre occasioni con lezioni informative nelle scuole, incontri di sensibilizzazione della polizia postale.

LA POLEMICA
Sionismo, Israele, Palestina: inesattezze su Rai storia

Egregio direttore,
alcuni giorni fa ho assistito su Rai Storia alla trasmissione ‘Passato e presente’, condotta da Paolo Mieli. L’argomento era: il sionismo e Israele; partecipavano una professoressa di storia e tre neo laureati. Una dichiarazione della professoressa mi ha sorpreso, perché in contrasto con la realtà storica. Parlando delle attività dei sionisti in Palestina, ha affermato che essi, nei primi decenni del secolo scorso «... si appropriarono di vasti territori». Se per «appropriarsi» si intende «fare proprio un bene di altri su cui non si ha alcun diritto», e questo è il significato del verbo, l’affermazione dell’esperta è totalmente infondata.
Nel 1870 l’Alliance Israelite Universelle acquistò un appezzamento di terreno vicino a Jaffa per costruirvi una scuola di agraria. Fu l’inizio del ritorno degli ebrei nell’antica patria. Da quel giorno, fino a metà del 1937, ogni metro quadrato di terreno che divenne loro proprietà fu, da essi, dai sionisti, pagato all’istante in contanti e vidimato da notai arabi, i contratti consegnati, registrati e a tutt’oggi custoditi nei catasti di Gerusalemme, Ramallah, Nablus, Haifa; i proprietari che, in piena libertà, vendettero furono sempre arabi. Nel 1927 l’agenzia ebraica festeggiò l’acquisto del milionesimo duzzam (unità di superficie simile alla pertica). Nel 1936 Haji Amin al Husayin, Gran Muftì di Gerusalemme, scatenò contro inglesi e sionisti la rivolta araba, durata quasi tre anni, finanziata da Hitler, e all’inizio, pure da Mussolini. Nel pieno degli scontri, oltre tremila i morti, il Gran Muftì, emanò una fatwa con cui comunicava la pena di morte a chi vendesse terra agli ebrei. Quando dopo centinaia di assassinii perpetrati dal clan Husayni, soprattutto contro il clan filoebraico dei Nashashybi, più nessun arabo osò vendere terra ai sionisti, questi adottarono un’altra tattica, abbandonando l’acquisto. Iniziarono a mettere in pratica una legge, vecchia di oltre un secolo, voluta dal Gran Visir (primo ministro) del sultano ottomano, allo scopo di incoraggiare la messa a coltura delle immense zone abbandonate della Palestina. La Gran Bretagna, che dal 1920 amministra la suddetta regione su mandato della società delle nazioni, aveva mantenuto in vigore questa legge. Essa diceva che chiunque avesse coltivato terra del demanio per almeno due anni e dimostrato: 1) di averne raccolti i frutti; 2) di essere in grado di difendere l’appezzamento dai predoni beduini; 3) di avervi effettuato un miglioramento fondiario, ne diventava automaticamente proprietario. Gli ebrei rispolverarono questa legge mettendola in pratica a spron battuto, spinti dall’ideale sionista di rifondazione dello stato giudaico ma altrettanto, siamo nel 1937, dalla necessità di lasciare al più presto la Germania, dove le leggi razziali erano già in vigore. Con questa legale pratica di recupero delle terre demaniali incolte, i sionisti fondarono numerosi Kibbutz nel nord della Giudea, dove prosciugarono l’intera zona malarica del lago di Hole, e al sud, verso Beerslava, nel deserto del Negev. Nemmeno un coriandolo di terra venne tolto dai sionisti agli arabi, fino al luglio 1948. Il 29 novembre 1947 l’assemblea generale dell’Onu aveva deciso, a maggioranza assoluta dei suoi membri, di dividere ciò che restava della Palestina storica, in due stati: uno per gli arabi e l’altro per gli ebrei. Questi accettarono. Gli arabi, per bocca del Gran Muftì, sdegnosamente rifiutarono. Quando il 14 maggio 1948 Ben Gurion, nel pieno rispetto della risoluzione Onu, proclamò la nascita dello stato di Israele, sei stati della lega araba assalirono «l’entità sionista» con lo scopo e la certezza, di cancellarla. Ma quella guerra fu un disastro, la Nakba, per gli arabi. Non solo vennero sconfitti, ma del territorio assegnato loro dall’Onu e che sette mesi prima avevano rigettato, non rimase nulla: due terzi, compresa Gerusalemme vecchia, se la annettè il regno di Transgiordania (poi Giordania); la striscia di Gaza se la prese l’Egitto; il resto se lo annettè Israele. Di questi 1.300 kmq circa sì, è corretto affermare che Israele se ne appropriò. Il come, quando e perché ciò avvenne ho tentato di spiegarlo, con quanto scritto sopra.
Lauro Casetti
(Agoiolo di Casalmaggiore)

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Commenti all'articolo

  • ilgurzo2003

    11 Aprile 2018 - 08:56

    Le menzogne su Israele continueranno ancora, ringrazio il Sig. Casetti per aver saputo spiegare, in poche righe, una parte di questa storia. Sottolineo la riga nella quale ci ricorda che gli arabi furono grandi alleati di Hitler e si rammaricarono parecchio che questi non avesse terminato il compito di estinguere gli ebrei. E tuttora si rammaricano.

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