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5 ottobre

Lettere al Direttore (1)

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emanzini@laprovinciacr.it

07 Ottobre 2017 - 04:05

IL CASO
Dosi letali di morfina ma a Oncologia. Il sensazionalismo danneggia tutti
Gentile direttore,
ho letto l’articolo pubblicato martedì 3 ottobre in prima pagina sul suo giornale, inerente il decesso di un paziente nel reparto di Oncologia di Cremona, e ho deciso di intervenire con la seguente lettera che le chiedo cortesemente di pubblicare. Sono tre i motivi principali che mi hanno spinto a scrivere.
1. Rassicurare i nostri malati sui quali una notizia di questo genere può avere effetti devastanti, di sgomento e sfiducia, nel momento in cui devono affrontare con coraggio una malattia come il tumore e cure impegnative sotto il profilo fisico e psichico.
2. Smentire le false notizie riportate e contrastare la modalità distorta con la quale viene divulgata la vicenda attualmente oggetto di indagine della magistratura che, sono certo, chiarirà come si sono realmente svolti i fatti ed eventuali responsabilità.
3. Sostenere tutta l’equipe sanitaria del reparto, medici e infermieri, che operano quotidianamente con grande professionalità, competenza ed umanità.
In merito al primo punto, deve essere subito chiarito che presso l’oncologia di Cremona non sono mai state prescritte né mai somministrate «dosi letali» di morfina o di altri farmaci. Noi cerchiamo da sempre di fare il possibile per prolungare la vita dei pazienti con tutte le cure in nostro possesso e non di abbreviarla.
Nello stesso tempo è nostro dovere però ridurre le sofferenze soprattutto nelle fasi avanzate della malattia, utilizzando morfina e altri oppioidi nelle giuste dosi, per ottenere un adeguato controllo del dolore e seguendo le più recenti linee guida internazionali e nazionali.
Qualunque medico sa che solo il 30% della morfina assunta per bocca entra nel corpo, il resto viene eliminato e non ha effetto biologico. Pertanto, la dose prescritta a questo paziente (100 mg di morfina due volte al giorno per via orale) corrisponde a una dose reale di 30 mg x 2 di morfina (perché il 70% del farmaco non viene assorbito).
Questa dose non può aver determinato il decesso, (per lo più in un paziente già abituato da tempo ad assumere oppiacei sebbene a dosaggio un poco inferiore). Una recente revisione di tutti gli studi pubblicati nella letteratura medica sull’impatto degli oppioidi sui pazienti con dolore da cancro, pubblicata dall’autorevole gruppo di ricercatori inglesi della Cochrane Collaboration, ha concluso che «non c’è nessuna diretta evidenza che gli oppioidi usati per trattare il dolore da cancro influenzino lo stato di coscienza» [Wiffen PJ et al: Impact of morphine, fentanyl, oxycodone or codeine on patient consciousness, appetite and thirst when used to treat cancer pain. Cochrane Database Syst Rev 2014 May 29;(5)].
Piuttosto occorre considerare la grave situazione clinica alla quale non si fa cenno nell’articolo. Chi ha una patologia tumorale di questo tipo, con metastasi in molti organi, non responsive alle cure, in genere ha una aspettativa di vita breve e le cause scatenanti il decesso possono essere molteplici, non sicuramente una dose di morfina come quella ricevuta dal paziente.
Noi abbiamo piena fiducia nella magistratura che terrà sicuramente conto di tutte le evidenze scientifiche disponibili e dei dati clinici per chiarire le cause del decesso. L’Oncologia di Cremona assiste circa 900 nuovi malati di tumore l’anno, che vengono da noi anche dalle province e regioni limitrofe e in tutti questi anni non abbiamo mai avuto nessuna denuncia e né tantomeno condanne.
Abbiamo sempre lavorato per l’umanizzazione della relazione col malato e per garantire una elevata qualità delle cure, coniugando la ricerca all’assistenza per fornire le cure più innovative e promettenti. Abbiamo fondato sotto l’egida dell’Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) la Scuola di Umanizzazione a Milano e attualmente siamo i coordinatori della stesura delle Linee Guida Aiom per le cure psicosociali. Il progetto HuCare (Humanization in cancer Care), che ha coinvolto finora circa 45 reparti di oncologia tra cui Istituti di Ricerca e Ospedali Oncologici di riferimento Nazionale, è nato da noi qui a Cremona. Lavoriamo a stretto contatto con l’associazione di pazienti e familiari MEDeA e siamo un punto di riferimento nazionale per le tante attività svolte per aiutare i pazienti e le loro famiglie.
Cerchiamo di dare ai malati cure innovative, tempestive, gratuite con personale competente e disponibile. Ma questo non basta, la demotivazione e la medicina difensiva sono dietro l’angolo, specialmente in questi periodi in cui tutti vogliono rivalersi sulla sanità pubblica chiedendo rimborsi grazie ad avvocati compiacenti.
Io ho vissuto l’evento Di Bella, ho studiato e pubblicato in quegli anni le reazioni dei malati alle menzogne di quella campagna di stampa [Passalacqua R. et al: Lancet 1999 Apr 17;353 (9161):1310-4)], conosco quindi bene l’impatto che le notizie hanno sulle persone malate che si trovano in uno stato di fragilità e debolezza. Occorre che da parte di tutti vi sia la massima discrezione nel trattare questi argomenti, garantendo fonti certe e autorevoli, ed evitando sensazionalismi che danneggiano l’intera comunità (pazienti, sanitari, ricercatori e cittadini).
Rodolfo Passalacqua
(direttore dipartimento di Oncologia Istituti Ospitalieri di Cremona)

Egregio direttore,
ho letto sul suo giornale il recente articolo riguardante il decesso di un paziente oncologico seguito nel Dipartimento di Oncologia del nostro Ospedale.
Al di là della generalità degli argomenti trattati, a nome di MEDeA, desidero esprimere stupore per aver riportato solo un’informazione di parte senza considerare quanto avrebbero potuto esprimere gli addetti ai lavori.
Mi pare di leggere tra le righe una condanna annunciata e, si sa, che l’impatto per il caso determina poi una catena di sospetti, di paure, di non fiducia per un ottimo reparto oncologico difficile poi da cancellare.
Noi volontari che frequentiamo giornalmente il reparto siamo testimoni dell’umanità e professionalità che si respira con il rispetto e l’attenzione massima per ogni singolo caso. MEDeA nasce proprio per supportare in tutto ogni paziente nel miglior modo possibile e ciò che è stato costruito in 14 anni di passione nel rispetto del paziente, rischia oggi di essere cancellato con un semplice e superficiale colpo di spugna.
Mi auguro che tutto ciò non accada non per piacere a MEDeA, ma perché la serenità (in questi tragici momenti) continui ad essere fiduciosa nell’operato di una équipe oncologica che vive e lavora supportata dall’avanguardia della conoscenza scientifica che la distingue in tutto il nostro Paese.
Donatello Misani
(presidente MEDicina e Arte, Associazione di Volontariato Onlus Oncologia, Cremona)

Risponde Francesca Morandi, autrice dell’articolo.
Nell’articolo si riporta il contenuto dell’esposto presentato dal figlio ai carabinieri. Evidentemente, Lei non ha letto con attenzione né l’uno né l’altro. Infatti non vi è scritto che la dose dei 200 mg di farmaco fu prescritta al paziente in ospedale al momento del suo ricovero, il 5 marzo del 2016, bensì a fine febbraio dall’oncologa (tra gli indagati) che lavora nel Suo reparto e che aveva in carico il paziente di 72 anni, malato preterminale. Smentisco la sua smentita: la notizia non è falsa.
C’è una indagine da tempo in corso e la procura prenderà una decisione. Nell’articolo sono state riportate esclusivamente e tra virgolette le osservazioni e le conclusioni contenute nelle 49 pagine di elaborato dei due consulenti tecnici nominati dalla procura, il dottor Luca Tajana e la dottoressa Claudia Vignali, di Pavia, i quali, nel ricordare che si trattava di un malato preterminale, quindi con un’aspettativa di vita fortemente ridotta, hanno concluso per la sussistenza del nesso di causalità tra la dose eccessiva di morfina e l’evento morte, ravvisando, a loro parere, profili di responsabilità nella condotta dei sanitari. Per darle un aiuto, è la pagina numero 36 della perizia.
A proposito di smentite, Lei ha piena facoltà di smentire la consulenza tecnica della procura, non la notizia.

Linea Più, la precisazione
Bollette di più mesi. Eccezione, rateizzabili
Signor direttore,
con riferimento a quanto riportato nell’articolo dal titolo ‘Niente bollette per mesi, poi il salasso’, apparso su La Provincia del 29 settembre 2017, Linea Più intende sottolineare come i casi di fatturazione di più mensilità, che rappresentano una esigua minoranza, vengano gestiti attraverso una procedura dedicata. Ai clienti viene infatti immediatamente segnalata la possibilità di rateizzare i pagamenti, come già evidenziato nell’articolo, attraverso lettera in frontespizio alla bolletta stessa, in modo che tale opportunità abbia la massiva evidenza.
La procedura prevede inoltre il contatto telefonico diretto nei casi di importi superiori ai 1000€, per proporre la rateizzazione del pagamento.
Tutto ciò viene svolto da Linea Più in via eccezionale e caratterizza la società, sempre attenta alle esigenze dei propri clienti e del territorio servito.
Linea Più Spa
(Cremona)

La fame e il pesce
Mao Tse Tung avanti rispetto ai ‘buonisti’
Signor direttore,
Mao Tse Tung, che nessuno può tacciare di essere stato un bieco capitalista, a proposito della fame e degli affamati diceva: «Per risolvere la fame di un affamato non basta regalargli un pesce, ma bisogna invece insegnargli a pescare».
I vari ‘buonisti’ che predicano l’accoglienza senza se e senza ma dovrebbero meditare su quella verità e capire che la soluzione del problema della fame nel mondo è solamente quella di aiutare, anche economicamente, quei Paesi a tirarsi su le brache da soli, con il lavoro, le scuole, l’organizzazione, la disciplina e la buona volontà senza aspettare che altri gliele tirino su!
Non è difficile da capire purché si abbia la fortuna di avere un minimo di capacità intellettuale che forse a quei buonisti difetta.
Alessandro Mezzano
(Cremona)

L’Italia nell’Africa coloniale
La realtà non è quella della propaganda
Egregio direttore,
sempre alla ricerca nostalgica del tempo passato in un revival del ventennio, questa volta il lettore Claudio Fedeli si cimenta sull’onore dell’Italia fascista in Africa settentrionale e orientale conosciuta ai più solo attraverso la propaganda di regime che coinvolse tutti gli strati sociali di allora, da quelli borghesi che nell’impero vedevano nuove fonti di guadagno a quel proletariato, soprattutto agricolo, che si illuse di trovare la soluzione ai problemi di fame e disoccupazione cronica. La realtà però non era quella presentata nei film del consenso colonialista, nei documentari dell’Istituto Luce o studiata nelle scuole. Nei territori occupati da parte del regime vi furono costruzioni di strade e altre infrastrutture non certo per la civilizzazione di quei ‘popoli barbari’ ma per gli italiani che si spostarono in massa per la conquista di un posto al sole. La mobilitazione psicologica della guerra coloniale, occupò intere pagine della stampa irregimentata e in breve a conquistare impero e medaglie andarono volontari attirati in A.O.I. non solo dall’entusiasmo conquistatore ma anche dalle fotografie fatte circolare morbosamente con giovanissime abissine delle tribù bilena, baria e cumana con seni turgidi e pose ammiccanti. Sui campi di battaglia però gli stessi gerarchi e militari si comportarono da veri criminali macchiandosi di nefandezze verso quelle popolazioni; oltre a ragazzine stuprate o ‘comprate’ (Montanelli docet) ne sono testimonianza immagini di indigeni ammazzati e squartati ai quali furono tagliati i genitali ed esposti come trofei in fila su un'asta a monito. Per quanto riguarda la Libia invece, ancora oggi alcuni anziani dell’età del lettore Fedeli ricordano le deportazioni di donne, vecchi e bambini morti nei campi di concentramento fatti da Graziani, nonché le uccisioni sul posto e gli incendi di interi villaggi per fare terra bruciata a monito di quanti davano sostegno a Omar El Muktar il capo ribelle catturato poi e impiccato diventato in seguito eroe nazionale. Se questo è farsi onore....
Sergio Noci
(Soresina)

Sorrisi e professionalità
L’Aci è efficiente modello da imitare
Signor direttore,
in un Paese alla totale deriva, dove si preferisce complicare, in maniera consapevole, la quotidianità dei cittadini, in assenza di una semplificazione di buon senso, tanto sbandierata ma mai realmente attutata, ecco comparire un’azienda gestita in modo intelligente sul territorio, dove i balzelli amministrativi assurdi ed inutili non vengono richiesti, dove il tempo impiegato per una pratica è davvero irrisorio, dove il personale ti accoglie con un sorriso e con la dovuta calma e senza inutili isterismi e approcci presuntuosi... insomma dove esiste un’organizzazione snella, semplice e concretamente ben studiata e gestita: l’Aci di via XX settembre. Che i grandi dirigenti pensatori delle pubbliche istituzioni prendano ad esempio questa struttura, o è solo un caso fortunoso che mi è capitato?
paolofoletti60@gmail.com
(Cremona)

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