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10 settembre

Lettere al Direttore

Gigi Romani

Email:

lromani@laprovinciadicremona.it

12 Settembre 2017 - 04:00

IL CASO

SCUOLA, IL CALENDARIO FAI-DA-TE NON RENDE RAGIONE ALLE RAGIONI DELL’AUTONOMIA

Leggo sempre volentieri, e con simpatia, le cronache relative all'inizio dell’anno scolastico, consapevole del valore che questa ritualità simbolica rappresenta nel divenire del tempo della formazione. Ho però il forte dubbio che questo nuovo modo di organizzare il calendario scolastico, con vistose differenziazioni, che creano pure disagio e sconcerto all’interno delle famiglie con figli in scuole diverse, non rappresenti affatto un incremento qualitativo. Per non dire che la eccessiva disparità sulle date ha ricadute non da poco sull’organizzazione dei servizi territoriali di supporto alle scuole. Questo calendario fai-da-te non rende ragione alle ragioni dell’autonomia scolastica che è ben altra cosa rispetto alla disinvoltura, talvolta ostentata, con cui si computano e si declinano i giorni di scuola. È arcinoto, inoltre, che da Roma in giù, e forse anche da Firenze, i giorni di scuola sono 200, non uno in più, mentre in Lombardia non meno di 208. Le ragioni per cui si calcola e si programma in eccedenza rispetto ai giorni obbligati, non valgono forse per tutti? Per quali arcane ragioni, anche sindacali, gli insegnanti siciliani, ma non solo loro, devono svolgere attività di insegnamento in misura significativamente inferiore rispetto ai colleghi lombardi? Sono queste questioni, poco tematizzate e non risolte, che inquinano l’immagine della scuola e turbano i processi di riforma, creando climi poco propizi ad una comprensione oggettiva e serena dei contenuti innovativi. Non per una particolare devozione a San Remigio (1 ottobre) ma nutro viva nostalgia dei tempi in cui il servizio scolastico nazionale aveva un inizio e un calendario certo, simbolicamente evidente, uguale per tutti, ordinato e vincolante, immagine di serietà e di qualità educativa.
L’opzionalità del calendario, talvolta creativa talvolta ideologica, non mi pare stia scrivendo una bella pagina.
Franco Verdi
(Cremona)

La legge dell’autonomia, nella sua ideazione, in effetti offriva delle opportunità che, senza una reale autonomia finanziaria delle istituzioni scolastiche, si è ridotta - per certi versi - alla ben poco esaltante libertà di scegliere la data della prima campanella. L’effetto è quello del caos ma soprattutto si è perso uno dei riti sociali quale era il condiviso avvio delle lezioni in tutto il Paese.

LA POLEMICA

Scandalosa ‘tassa’ imposta per finanziare il partito

Gentile direttore,
la vicenda della ‘tassa’ imposta ai vertici degli enti pubblici e delle società a controllo pubblico venuta negli scorsi giorni all’attenzione dell’opinione pubblica non dovrebbe essere relegata tra le polemiche estive precedenti la ripresa dell’attività politica ordinaria, ma meriterebbe un doveroso approfondimento. La questione di cui parlo è quella relativa alla scoperta della presenza, nei regolamenti delle varie articolazioni territoriali del Partito democratico dell’imposizione, scritta nero su bianco, per cui i soggetti che vengono designati per svolgere incarichi di nomina politica nei vertici di questi enti e società, sono tenuti a versare una parte della propria retribuzione nelle casse del partito. Che questa previsione esista è un fatto acclarato: chi tra gli esponenti locali del PD nega che venga poi effettivamente attuata sta negando le stesse regole interne che in teoria sarebbe chiamato ad attuare. Appellarsi alla presunta trasparenza dei bilanci ha poco senso perché la questione non riguarda tanto la trasparenza di queste dazioni, che sono già formalizzate nei regolamenti nero su bianco con tanto di percentuali; né sarebbe in ogni caso dirimente se pensiamo che le varie associazioni e fondazioni che orbitano intorno al PD e ai loro vari esponenti ricevono finanziamenti che grazie a quella stessa legge che il PD ha approvato possono legalmente restare anonimi e godono anche di importanti detrazioni fiscali. La questione peraltro non riguarda soltanto il Partito democratico: il PD è solo quello che ha avuto la sfrontatezza di formalizzarla nei suoi regolamenti, ma diversi elementi indicano che si tratta di una prassi diffusa probabilmente all’interno di tutti i vecchi partiti. Si tratta di una questione che chiama direttamente in causa la politica nel suo rapporto con i cittadini. Il motivo per il quale i vertici delle società pubbliche sono nominati dalla politica è quello che a esse spetterebbe controllare il perseguimento di obiettivi politici che rappresentano quelli delle amministrazioni che i cittadini scelgono di eleggere. Queste prassi al contrario li riducono a ruoli il cui unico scopo è quello di distribuire denaro tra gli esponenti dei partiti e il partito stesso. In questo modo si interferisce gravemente con l’attività e la gestione di enti e società che si occupano di aspetti essenziali della vita dei cittadini, ovvero i servizi pubblici: trasporti, energia, acqua, gestione dei rifiuti, ma anche la salute se ricordiamo i casi di ‘invito’ al versamento di quote alla Lega Nord per i manager delle ASL di area leghista, per non parlare delle società controllate dai Comuni che vanno a quotarsi in Borsa; si crea in questo modo di fatto una nuova forma di finanziamento pubblico ai partiti all’insaputa di chi questo finanziamento lo eroga, ovvero i cittadini contribuenti. Che cosa hanno da dire i rappresentanti dei partiti e del PD in particolare su tutto questo? E i signori nominati e attualmente stipendiati dai consigli di amministrazione nelle numerose partecipale dei Comuni lombardi e della stessa Regione Lombardia come rispondono a chi gli domanda se sono stati scelti per la qualità del loro lavoro o per la garanzia del versamento di questa tassa? Si tratta di una vergogna su cui occorre fare chiarezza senza indugi, perché venga rimossa il prima possibile. Per questo mi rivolgo direttamente agli esponenti territoriali del PD in Lombardia. Non sarebbe un ottimo segnale se fosse la nostra Regione la prima nella quale si modificassero i regolamenti interni, cancellando la scandalosa clausola?
Danilo Toninelli
(deputato del MoVimento 5 Stelle)

Stupro a Firenze
Campioni della destra
muti sui carabinieri
Egregio direttore,
la denuncia di due ragazze americane violentate da due carabinieri, che si erano offerti ad accompagnarle a casa con l’auto di servizio, a quanto pare, sino ad ora è passata inosservata da parte dei campioni della destra, pronti invece a prendere la difesa delle donne ogni qual volta che a violentarle sono gli stranieri di qualsiasi nazionalità, preferibilmente arabi. Questo comportamento a due velocità dei signori Salvini, Meloni, Di Maio, la dice lunga su come per fini elettorali, vengono considerate le donne: difese a spada tratta quando gli autori di violenze sono gli extracomunitari, mentre completamente indifferenti quando gli autori sono gli italiani e nella fattispecie due rappresentanti delle forze dell’ordine addirittura in servizio. Coerenza vorrebbe che la difesa della donna non sia soggetta a due pesi e due misure a seconda degli interessi elettorali. Purtroppo questo comportamento conferma che a questi signori i diritti e la dignità delle donne interessa poco, ma l’unico interesse che hanno è sollevare dei polveroni solo quando protagonisti di violenza sono gli immigrati, mentre se si tratta di noi italiani, non importa. ‘Tutto va bene madama la marchesa’.
Gina Giugni
(Cremona)

Così la corte europea
Il capo non può
spiare il lavoratore
Signor direttore,
voglio commentare un’importante sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. (...) Per la Grande Camera delle Cedu, presidente Guido Raimondi, il datore che controlla arbitrariamente le mail dei dipendenti viola il diritto alla vita privata e alla corrispondenza. Nella fattispecie ad essere condannata è la Romania. (...) La decisione in questione è assai significativa, in quanto nella stessa vengono fissati i paletti entro i quali il datore di lavoro può monitorare le comunicazioni informatiche dei dipendenti e che costituiscono i parametri entro i quali anche i giudici nazionali non potranno più sottrarsi al fine della verifica di fattispecie analoghe. Per i giudici di Strasburgo, infatti, le corti dei Paesi aderenti devono accertare sempre se l’accesso del datore è legittimo verificando anzitutto se il lavoratore risulta avvisato che l’azienda può controllare la sua corrispondenza, su come le misure saranno messe in atto e perché. La natura delle verifiche deve essere chiara. (...) E l’autorità giudiziaria deve accertare che le misure di sorveglianza servano soltanto agli scopi annunciati. (...)
Giovanni D’Agata
(presidente dello ‘Sportello dei diritti’)

La mia brutta esperienza
Conviene acquistare
un’auto nuova?
Gentile direttore,
acquistare un auto nuova conviene? Non sempre! Il 25/08/2017 il veicolo di mia proprietà, una Citroen C3 Picasso, acquistata nove mesi fa, in seguito ad improvviso guasto mi ha lasciato a piedi alla vigilia della partenza per le vacanze. Ovviamente ho prontamente segnalato al servizio Citroen Assistance il problema e l’auto, prelevata dal soccorso stradale, è stata portata presso un’officina autorizzata Citroen. Dopo 5 giorni il responsabile dell’officina mi ha scritto per indicarmi i problemi rilevati che di seguito riporto: 1) grippaggio pompa alta pressione carburante, 2) rottura cinghia di distribuzione, 3) rottura motore. Proprio così; una macchina quasi nuova, con 19.000 km, con gli stessi problemi di una vecchia auto da rottamare. Per carità, tutto può succedere, tuttavia uno si aspetterebbe un servizio di assistenza al cliente efficiente e pronto a risolvere con celerità i disagi connessi ad una situazione simile. Purtroppo non è stato così. Avrebbero potuto/dovuto fornirmi un’auto nuova in sostituzione, invece mi è stato detto che avrebbero solamente riparato i danni riscontrati, senza nemmeno prolungare il periodo di garanzia. Solo dopo 10 giorni mi è stato detto che avrei potuto avere momentaneamente un’auto sostitutiva, fornita da una ditta di autonoleggio, ma che avrei dovuto ritirarla a Orio al Serio, a circa 40 km dal mio paese. Perplesso e irritato per tutta la situazione ho scritto al servizio clienti di Citroen Italia, ma – pur essendo trascorsi già sei giorni - nessuno mi ha risposto. Ho quindi contattato la concessionaria che mi ha venduto l’automobile, ma declina ogni responsabilità e afferma di non essere competente per tutto quello che avviene dopo la vendita del veicolo. Conclusioni? Da 12 giorni sono senza auto, nessuno ha risposto alla mia richiesta di sostituzione del veicolo, così come nessuno sa indicarmi gli eventuali tempi di riparazione. Nessuno è responsabile di nulla e così il cliente – pur avendo acquistato un’auto nuova con la speranza di poter stare tranquillo qualche tempo – si ritrova a vivere mille disagi senza poter contare sulla miriade di garanzie tanto decantate al momento dell’acquisto. Per questo, gentile direttore, torno alla mia domanda iniziale: conviene acquistare un auto nuova? La mia esperienza mi conduce a dire di no!
F. R.
(Crema)

Ada Ferrari ha ragione
Tante semplicionerie
non sono la storia
Egregio direttore,
leggere l’intervento del 15 agosto, firmato Ada Ferrari, è come inalare una boccata d’ossigeno mentre stai soffocando in un mare di semplicionerie fatte passare come storiografia. In brevi proposizioni, la professoressa Ferrari ha chiarito l’analogia tra la situazione politico-economica italiana attuale con quella dei primi anni del secolo XX. Crocianamente, ella non ha approfondito, nel suo dire, le stesse cose attinenti all’intervento, accadute nella «parentesi» del ventennio durante il quale Mussolini, assistito dai più realisti intellettuali di provenienze diverse, si era proposto di porre fine al compromesso storico tra l’antico stato liberale e il fascismo arrivando ad una concreta conciliazione tra la cultura cattolica e quella rivoluzionaria fascista. Allora, si rivide e si riscrisse in senso cattolico la tradizione culturale italiana demolendo sistematicamente l’anticlericalismo risorgimentale insieme con il positivismo e con l’idealismo crociano e gentiliano. Fu la situazione, chiaramente espressa dalla professoressa Ferrari, a porre al fascismo un problema essenziale, ossia quello dello spirito del popolo, che si faceva sempre più vittima del materialismo capitalistico e comunista. Questa fu la funzione principale del suo capo, del suo duce, il quale doveva innalzare il popolo al di là del materialismo. Egli doveva, insomma, dare a tutti gli italiani quel vero senso di essere popolo, il quale, da sè, non avrebbe minimamente attinto. Trasformare il popolo volgarmente materialista in un popolo eroico. Ecco la metamorfosi che il capo, secondo la predominante cultura fascista, doveva attuare. (...) Resta evidente che ne è di un popolo che non osa lottare, non osa avere in sè alcunchè del guerriero e non ha mete di autosuperamento. Un popolo siffatto è destinato a smarrire sè stesso. (...)
Claudio Fedeli
(Cremona)

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